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Lo sai che? Pubblicato il 27 luglio 2016

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Lo sai che? Avvocato non presenta il ricorso: due volte responsabile

> Lo sai che? Pubblicato il 27 luglio 2016

Il contratto con l’avvocato per l’assistenza in causa si forma già nel momento in cui questi accetta di difendere il cliente, a prescindere dal fatto che la procura sull’atto non sia stata ancora firmata.

Non solo una responsabilità per danni, a carico dell’avvocato che, avendo accettato a voce l’incarico di avviare una causa, non presenta il ricorso, ma anche una responsabilità deontologica: con la conseguenza che al cliente spetta la possibilità di agire per ottenere il risarcimento del danno e di segnalare l’operato del professionista al consiglio dell’ordine per farlo sanzionare. È questa la sintesi di una recente sentenza della Cassazione a Sezioni Unite [1].

È prassi che l’incarico di affidare lo studio e la valutazione di una pratica all’avvocato venga conferito verbalmente. Successivamente, nel momento in cui quest’ultimo comunica la fattibilità dell’azione giudiziaria e l’accettazione del mandato (comunicazione che può avvenire già all’esito del primo incontro allo studio, dopo una sommaria valutazione dei documenti e dei fatti esposti), il cliente viene invitato a firmare la procura sull’atto da depositare in tribunale. Di norma, però, questa attività è rinviata al momento in cui il legale ha già materialmente scritto e completato l’atto processuale, anche per farlo leggere al proprio assistito.

Ma che succede se, una volta accettato a voce l’incarico, l’avvocato poi dimentica di redigere il ricorso o ritarda così tanto da far decorrere i termini per agire? Il professionista è due volte responsabile. Una prima a titolo civilistico, per i danni procurati al proprio cliente, danni che dovrà ovviamente risarcire. Una seconda a titolo deontologico, essendo venuto meno agli obblighi che l’appartenenza alla categoria gli impone. Pertanto egli può essere segnalato al locale Consiglio dell’Ordine degli avvocati affinché avvii il procedimento disciplinare e lo sanzioni per la violazione del codice deontologico.

In questi casi, non basta all’avvocato, per difendersi, dichiarare che l’assistito non ha ancora firmato il mandato processuale sull’atto da depositare in tribunale: difatti il rapporto contrattuale si è già instaurato in un momento anteriore, ossia quando il professionista ha accettato l’incarico della difesa, accettazione che potrebbe essere intervenuta anche oralmente, così come nella norma avviene. Proprio questa accettazione, difatti, rassicura il cliente che sarà assistito e difeso, così da sollevarlo dall’onere di cercare un altro legale.

Dunque, nel momento in cui l’avvocato accetta – anche a voce – di redigere il ricorso o la citazione per conto di un soggetto, egli “si vincola” a farlo per davvero.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 15287/16 del 25.07.2016.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 19 aprile – 25 luglio 2016, n. 15287
Presidente Rordorf – Relatore Virgilio

Ritenuto in fatto

1. L’avv. N.V. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Consiglio nazionale forense n. 149 del 2015, depositata il 24 settembre 2015, con la quale è stata confermata la sentenza del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Messina del 3 novembre 2010, che aveva inflitto alla ricorrente la sanzione disciplinare dell’avvertimento per violazione dell’art. 5 del codice deontologico forense.
In particolare, l’avv. N. , sottoposta a procedimento disciplinare per violazione degli artt. 5, 6, 7 e 38 del detto codice deontologico a seguito di esposto presentato da P.G. , il quale sosteneva di averle conferito l’incarico di impugnare dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Messina una cartella di pagamento e di aver poi scoperto che nessun ricorso era stato proposto, era stata assolta dal COA di Messina dalle incolpazioni relative agli artt. 6, 7 e 38 del CDF (non essendo risultato sufficientemente provato l’effettivo conferimento di specifico mandato ad impugnare la detta cartella), mentre era stata ritenuta colpevole della violazione dell’art. 5 del codice medesimo, relativo ai doveri di probità, dignità e decoro.
Il CNF, con la sentenza impugnata, ha ritenuto: a) infondate le eccezioni preliminari di nullità del procedimento disciplinare, per mancanza del preliminare accertamento dell’avvenuta rituale convocazione di tutti i componenti del COA e per la presenza, nel Collegio giudicante che ha deliberato la sanzione, di sette consiglieri assenti nella precedente udienza: la prima perché il funzionamento del COA, organo amministrativo imperfetto, si basa sul principio del quorum, con la conseguenza che l’eventuale vizio di convocazione è sanato dalla partecipazione all’adunanza di un numero di consiglieri sufficiente; la seconda perché, essendo appunto il COA un organo amministrativo, non è ad esso applicabile il principio della immutabilità del collegio giudicante; b) non conforme ai principi di cui al citato art. 5 cod. deont., con conseguente compromissione dell’immagine dell’avvocatura, il comportamento della ricorrente, essendosi ella ripetutamente sottratta, in base alle testimonianze assunte, alle richieste di chiarimenti in ordine all’incarico che il P. assumeva di averle conferito.
2. Il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Messina e il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di cassazione non si sono costituiti.

Considerato in diritto

1. Con il primo motivo la ricorrente eccepisce la prescrizione dell’azione disciplinare, ai sensi dell’art. 56 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.
Sostiene che la nuova disciplina ha sostituito la precedente (contenuta nell’art. 51 del r.d.l. n. 1578 del 1933), stabilendo che la prescrizione matura al massimo entro 7 anni e sei mesi dal fatto, e va applicata ai procedimenti pendenti, in quanto più favorevole, in forza degli artt. 25 e 111 Cost., 2 cod. pen. e 6 della CEDU.
Il motivo è infondato.
Secondo il consolidato orientamento di queste sezioni unite, infatti, in materia di sanzioni disciplinari a carico degli avvocati, l’art. 65, comma 5, della legge 31 dicembre 2012, n. 247, nel prevedere, con riferimento alla nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, che le norme contenute nel nuovo codice deontologico si applicano anche ai procedimenti disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato, riguarda esclusivamente la successione nel tempo delle norme del previgente e del nuovo codice deontologico: ne consegue che per l’istituto della prescrizione, la cui fonte è legale e non deontologica, resta operante il criterio generale dell’irretroattività delle norme in tema di sanzioni amministrative, sicché è inapplicabile lo ius superveniens introdotto con l’art. 56 della legge n. 247 cit. (Cass., sez. un., nn. 11025 del 2014, 14905, 23364 e 23836 del 2015, 9138 del 2016).
2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la “nullità o annullabilità” del procedimento di primo grado, per gli asseriti vizi nella convocazione e composizione del COA esclusi dalla sentenza impugnata.
La censura è infondata.
Premesso che, in tema di procedimento disciplinare a carico di avvocati, la censura di irregolare composizione del Consiglio dell’ordine per mancata rituale convocazione di tutti i membri dello stesso, ove la relativa eccezione non sia già stata sollevata nel corso del procedimento disciplinare dinanzi al medesimo Consiglio dell’ordine, non può essere dedotta, come motivo di impugnazione, dinanzi al Consiglio nazionale forense (né, tanto meno, per la prima volta, dinanzi alle sezioni unite della Corte di cassazione) (Cass., sez. un., nn. 10071 e 11564 del 2011), va ribadito, in ogni caso, che le funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli territoriali dell’ordine degli avvocati e il relativo procedimento rivestono natura amministrativa e non giurisdizionale, con le conseguenze che ne ha tratto il CNF in ordine alla disciplina procedimentale applicabile (tra altre, Cass., sez. un., nn. 28339 del 2011, 23540 del 2015, 9138 del 2016; specificamente, sulla inapplicabilità del principio della immutabilità del collegio giudicante, v. Cass. nn. 21585 del 2011 e 5995 del 2012).
3. Col terzo motivo, infine, è denunciata “contraddittorietà e illogicità della motivazione”; è dedotto, in sintesi, che la sanzione è stata irrogata per circostanze estranee al capo di incolpazione, avendo la ricorrente dimostrato di non aver ricevuto alcun mandato dal P. .
La censura è inammissibile.
La riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83 (convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 134), deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione: pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali; tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., sez. un., nn. 8053 del 2014, 21216 del 2015).
Tali vizi non sono riscontrabili nella decisione impugnata.
4. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Non v’è luogo a provvedere sulle spese.
5. Sussistono, infine, i presupposti per dare atto, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte, a sezioni unite, rigetta il ricorso.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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