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Lo sai che? Pubblicato il 27 luglio 2016

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Lo sai che? Spazzatura gettata dal piano di sopra: come difendersi

> Lo sai che? Pubblicato il 27 luglio 2016

Condominio: gettito di cose pericolose, reato e risarcimento del danno: per punire il proprietario dell’appartamento soprastante è necessaria la prova dell’illecito.

Buttare spazzatura o altri rifiuti sul balcone del vicino del piano di sotto costituisce sia un illecito penale (in particolare il reato di getto di cose pericolose) che uno civile (la violazione del divieto di danneggiare gli altri). La tutela, in termini pratici, per il condomino che subisce il gettito di spazzatura, briciole, terriccio, acqua dalle piante e altri rifiuti provenienti dai “piani alti” è duplice:

  • una querela da presentare ai carabinieri, in polizia o direttamente in Procura della Repubblica per il reato di getto di cose pericolose [1];
  • una causa civile per ottenere il risarcimento del danno (risarcimento che, comunque, in via provvisionale, può essere anche richiesto con il procedimento penale, tramite la cosiddetta “costituzione di parte civile”).

La prova per dimostrare il gettito di spazzatura dal piano di sopra

Attenzione però: per arrivare, sia nel processo civile che in quello penale, a una sentenza di condanna del vicino, è necessario dimostrare chi sia stato, materialmente, a gettare i rifiuti dal piano superiore. La semplice presunzione, infatti, che scatta nell’osservare che, a piano di sopra, non c’è che un condomino non può bastare per arrivare a ritenere quest’ultimo responsabile. È quanto chiarisce la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [2].

A questo punto risulta essenziale procurarsi una prova testimoniale oculare: qualcuno, cioè, che abbia visto, in prima persona, il proprietario dispettoso lanciare spazzatura, polvere, molliche di pane, acqua di scolo dai vasi delle piante, terra, ecc.

In assenza della prova per testi, si potrebbe pensare a un sistema di videoripresa puntato verso il piano alto, in modo da poter riprendere, con una telecamera montata da una ditta specializzata, il gesto criminoso del colpevole.

La sentenza in commento della Cassazione non fa che rimarcare proprio questo concetto: in mancanza dell’individuazione dei trasgressori né il condominio, né il proprietario del piano sovrastante può essere condannato a risarcire il vicino per i danni causatigli dal lancio dell’immondizia dai piani superiori sul suo terrazzo e dalla conseguente necessità di installare una tettoia di protezione.

note

[1] Art. 674 cod. pen.

[2] Cass. ord. n. 15662 del 27.07.2016

Cass. sent. n. 36905/15

È configurabile il reato di getto pericoloso di cose in caso di produzione di “molestie olfattive” mediante un impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera, in quanto non esiste una normativa statale che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, con conseguente individuazione, quale parametro di legalità dell’emissione, del criterio della “stretta tollerabilità”, e non invece, di quello della “normale tollerabilità” previsto dall’art. 844 cod. civ., attesa l’inidoneità di quest’ultimo ad assicurare una protezione adeguata all’ambiente ed alla salute umana.

Cass. sent. n. 49983/2015

In tema di getto pericoloso di cose con il termine “molestia alla persona” deve intendersi ogni fatto idoneo a recare disagio, fastidio o disturbo ovvero a turbare il modo di vivere quotidiano; ne deriva che tale idoneità deve essere accertata, dal giudice di merito, identificando la natura delle cose gettate e ricostruendo le concrete modalità della condotta. (In motivazione, la Corte ha annullato la sentenza impugnata, non essendo stata descritta la natura degli oggetti gettati dall’imputato sul balcone del vicino, né la loro idoneità in concreto ad arrecare molestia).

Cass. sent. n. 12019/2015

Il reato di cui all’art. 674 c.p. (Getto pericoloso di cose) è configurabile anche in presenza di “molestie olfattive” promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera (e rispettoso dei relativi limiti, come nel caso di specie), e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche – e, quindi, valori soglia – in materia di odori; con conseguente individuazione del criterio della “stretta tollerabilità” quale parametro di legalità dell’emissione, attesa l’inidoneità ad approntare una protezione adeguata all’ambiente ed alla salute umana di quello della “normale tollerabilità”, previsto dall’art. 844 c.c. in un’ottica strettamente individualistica.

In tema di emissioni idonee a creare molestie alle persone, laddove, trattandosi di odori, manchi la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testi, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti. (Fattispecie in cui i testimoni avevano riferito di un terribile odore di caffè bruciato che si diffondeva, in particolari orari, nelle loro case, provocando nausea e talvolta anche vomito nonché determinando immissione di fumo nero nelle loro abitazioni).

Cass. sent. n. 971/2014

Ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all’articolo 674 c.p. non si richiede un effettivo nocumento alle persone, in dipendenza della condotta contestata, essendo sufficiente l’attitudine di questa a cagionare effetti dannosi, cioè a offendere, imbrattare, molestare persone: detta attitudine non deve essere necessariamente accertata mediante perizia, ben potendo il giudice, secondo le regole generali, fondare il proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali, in particolare, le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed effetti delle immissioni, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o di giudizi di natura tecnica, ma si limitino a riferire quanto oggettivamente percepito dai dichiaranti medesimi.

Ai fini della configurabilità del reato di getto pericoloso di cose non si richiede che la condotta contestata abbia cagionato un effettivo nocumento, essendo sufficiente che essa sia idonea ad offendere, imbrattare o molestare le persone, nè tale attitudine deve essere necessariamente accertata mediante perizia, potendo il giudice, secondo le regole generali, fondare il proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali, in particolare, le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed effetti delle immissioni, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o di giudizi di natura tecnica, ma si limitino a riferire quanto oggettivamente percepito dai dichiaranti medesimi. (Fattispecie in tema di sversamento al suolo di liquami derivanti dallo stoccaggio di rifiuti pericolosi).

Cass. sent. n. 49213/2014

Il reato di getto o versamento pericoloso di cose, previsto nella prima parte dell’art. 674 c.p., è configurabile sia in forma omissiva che in forma commissiva mediante omissione (cosiddetto reato omissivo improprio) ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo (confermata la condanna nei confronti della titolare di una pizzeria per non aver realizzato un idoneo impianto di scarico, dando origine ad una fuoriuscita di liquami dalla fossa settica e versando in luogo privato ma comune, liquidi maleodoranti atti ad imbrattare l’area comune ed a molestare gli altri proprietari).

Cass. sent. n. 16893/2014

Un’affermazione di penale responsabilità dell’imputato in ordine al reato di cui all’art. 674 c.p., previsto dalla legge a tutela della sola incolumità pubblica, non implica, di per sé, la riconoscibilità del diritto al risarcimento del danno in favore del soggetto che si sia costituito parte civile, in assenza di prova dell’avvenuta lesione, in conseguenza di detto reato, di una sua posizione giuridica qualificabile come diritto soggettivo (principio affermato, nella specie, con riferimento ad un caso in cui, essendosi proceduto a carico dell’imputato per il reato di cui all’art. 674 e per quello di cui all’art. 582 c.p., ed essendovi stata costituzione di parte civile con riferimento ad entrambi tali reati, era però intervenuta assoluzione per il secondo di essi con la formula “il fatto non sussiste”.


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 6 – 27 luglio 2016, n. 32529
Presidente Blaiotta – Relatore Gianniti

Ritenuto in fatto

1.II Giudice di Pace di Lanciano ha dichiarato F.F.P. e T.R. colpevoli del reato di lesioni colpose commesso ai danni di P. G. in Lanciano il 6 luglio 2009, perché, in concorso tra loro, per colpa e negligenza facevano cadere dal loro balcone di casa foglie e rifiuti vari, che finivano nello spazio condominiale sottostante, dove G.P., mentre camminava, scivolava rovinando a terra, riportando lesioni guaribili in giorni 15.
2.I1 Tribunale di Lanciano con la sentenza impugnata ha assolto gli imputati dal reato ad essi ascritto con la formula perché il fatto non sussiste, revocando la condanna degli imputati al risarcimento del danno in favore della parte civile ed alla rifusione delle spese di difesa di quest’ultima.
In sintesi il Tribunale ha ritenuto che, quand’anche fosse stata negligente la condotta posta in essere dagli imputati, mancava comunque il nesso causale tra detta condotta e l’evento lesivo in contestazione.
3.G.P., già costituitosi parte civile, ha proposto ricorso avverso la suddetta sentenza, deducendo:
-violazione dell’art. 192 c.p.p. laddove il Tribunale: aveva ritenuto che i precedenti scritti dell’amministratore non costituivano indizi; non aveva considerato che lui, subito dopo il fatto, aveva ripulito la strada dai residui viscidi (che, a suo dire, avevano cagionato la sua caduta), al solo fine di evitare che altri potessero cadere (e, dunque, il suo non era stato un comportamento anomalo, come invece affermato in sentenza); aveva ritenuto immotivatamente inattendibili sia lui, che si era costituito parte civile sia i testi indicati dalla pubblica accusa; aveva riformato la sentenza del giudice di primo grado, che si caratterizzerebbe per una motivazione lineare e specifica, con una motivazione rafforzata, nel caso di specie non sussistente;
-violazione dell’art. 590 c.p., laddove il Tribunale: aveva affermato che l’evento si era verificato per la condotta tenuta dalla persona offesa, che avrebbe potuto prevederlo; mentre avrebbe dovuto porsi nella diversa prospettiva volta a stabilire se, nel caso in cui l’agente avesse gettato i rifiuti nell’apposito sacchetto, l’evento non si sarebbe verificato.
3. In vista dell’odierna udienza è pervenuta memoria presentata dal difensore di F.F.P. e T.R., nella quale si chiede il rigetto dei ricorso e la conferma della impugnata sentenza.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato e, quindi, inammissibile.
Il ricorrente deduce vizio di motivazione, ma dimentica che detto vizio è deducibile in sede di legittimità esclusivamente quando la motivazione sia manifestamente illogica o contraddittoria, nel senso che non consente l’agevole riscontro delle scansioni e degli sviluppi critici che connotano la decisone in relazione a ciò che è stato oggetto di prova ovvero nel senso che impedisce, per la sua intrinseca oscurità od incongruenza, il controllo sull’affidabilità dell’esito decisorio, sempre avendo riguardo alle acquisizioni processuali ed alle prospettazioni formulate dalle parti.
Nulla di tutto questo nel caso di specie, nel quale il Tribunale di Lanciano – dopo aver ricordato il fatto, come emerso ad esito della istruzione dibattimentale svolta davanti al Giudice di Pace di Lanciano – è pervenuto con congrua motivazione e facendo buona applicazione di principi affermati da questa Corte, ad un giudizio di assoluzione degli imputati.
Precisamente, era accaduto che il giorno 6 luglio 2009 P. G., mentre si accingeva ad aprire la saracinesca del locale commerciale, condotto dalla moglie Del Prete Graziella, al piano terra della palazzina condominiale, sita in viale Cappuccini n. 114 di Lanciano, abitata da F.F.P. e da T.R., era scivolato sui dei residui di foglie ed acqua caduti dal balcone sovrastante l’ingresso del predetto esercizio, così riportando una distorsione al ginocchio sinistro con prognosi di guarigione di 55 giorni e postumi permanenti pari al 7/8 %.
Il Tribunale di Lanciano, nel ripercorrere i fatti, per come emersi dalle acquisite risultanze processuali, dopo aver premesso che lo spazio ove è accaduto il fatto non appartiene al condominio di residenza degli imputati (ragion per cui non sussisteva nella specie alcuna violazione del regolamento condominiale), ha rilevato che la deposizione resa dalla persona offesa G.P., parte civile ed odierno ricorrente, andava valutata rigorosamente, provenendo da persona che aveva in corso varie denunce penali e controversie civili nei confronti degli imputati F.F.P. e T.R..
In coerenza dei suddetto criterio di valutazione della testimonianza della persona offesa, peraltro del tutto coerente a consolidati principi affermati da questa Corte, ha messo in evidenza alcuni elementi che gettavano ombre sull’attendibilità della persona offesa: a) il fatto che il P. in querela nulla aveva riferito sull’avvenuta rimozione dei residui, mentre, in sede di esame era emerso – cosa ritenuta in sé anomala – che egli, prima dell’arrivo della polizia, e benchè dolorante, aveva modificato lo stato dei luoghi, senza scattare nessuna fotografia della «ampia coltre composta da residui di piante, fiori ed altro», che, a suo dire, aveva provocato la sua caduta; b) il fatto che la teste Del Prete Graziella, contrariamente a quanto riferito dalla teste Nasuti Stefania, aveva riferito che era stata quest’ultima a rimuovere il fogliame prima dell’arrivo della volante per timore che qualcuno potesse cadere; c) il fatto che né la persona offesa e neppure le due dipendenti della società dello stesso (Nasuti Stefania e Nasuti Krisztina), presenti all’episodio, avevano riferito al personale di pg intervenuto nell’immediatezza le conseguenze che sarebbero state provocate dalla caduta dei residui di fogliame; d) il fatto che il Parizzi, nell’immediatezza dei fatto, aveva riferito al personale di pg intervenuto soltanto la questione relativa al getto dei residui vegetali dal balcone, mentre nulla aveva riferito sulle conseguenze che lamentava (e per le quali si sarebbe recato in ospedale il giorno successivo); e) il fatto che il Parizzi aveva notato a terra i residui di piante e di acqua, a suo dire fatti cadere dal balcone, ragion per cui avrebbe potuto agevolmente evitare l’evento usando l’ordinaria diligenza, aggirando l’area, senza camminarci sopra.
Sulla base dei rilievi di cui sopra, coerenti con giurisprudenza di questa Corte, anche puntualmente richiamata nella sentenza impugnata, il Tribunale di Lanciano ha ritenuto che, a tutto voler concedere, quand’anche fosse ritenuta provata la condotta colpevole degli imputati, non potrebbe comunque dirsi provato il nesso causale tra detta (eventuale) condotta colposa e l’evento lesivo occorso. Cosi operando, il Giudice di appello ha chiarito le ragioni per le quali ha ritenuto di non confermare la valutazione espressa dal primo giudice, sviluppando un percorso argomentativo che, non presentando aporie di ordine logico, risulta immune da censure rilevabili in questa sede di legittimità.
Essendo manifestamente infondato, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente deve essere condannato al pagamento, oltre che delle spese processuali, anche della somma indicata in dispositivo a favore della cassa delle ammende, non risultando elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2000 in favore della cassa delle ammende.

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