Maria Elena Casarano
Maria Elena Casarano
21 Ago 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Assegno di mantenimento: quando e come ridurre l’importo?

Assegno di mantenimento per coniuge e figli: per ridurlo dopo la separazione vanno provati i minori redditi; l’accordo con l’ex resta sempre più conveniente.

 

Sono separato: ho 2 bambini nati dal matrimonio e una figlia nata da un’altra relazione. In base agli accordi con le mie ex, verso un assegno mensile di € 750 per ciascun figlio e € 1000 a mia moglie, oltre ad altre spese mensili a mio carico per circa € 800. Per mia figlia verso un mantenimento di € 1500 al mese. Poiché il mio reddito si è notevolmente ridotto (ora è di circa 3500 € al mese) vorrei chiedere la riduzione di tutti questi importi. Cosa potrebbero decidere i giudici?

 

Per dare risposta al quesito occorre chiarire un importante presupposto. Procediamo quindi con ordine.

 

Domanda di riduzione dell’assegno: cosa valutare in partenza?

Le domande che il lettore intende presentare dinanzi ai rispettivi tribunali di competenza non implicano una determinazione a monte del contributo dovuto per il mantenimento della moglie e dei tre figli, ma si sostanziano in istanze di modifica delle condizioni economiche già omologate nei due precedenti provvedimenti giudiziari (uno di separazione, l’altro di regolamentazione del mantenimento e affidamento della figlia nata fuori dal matrimonio).

E’ dunque a dette pronunce che i giudici di tali istanze dovranno fare riferimento e, di seguito valutare, sulla base dei documenti esibiti, se sussistono i presupposti per la loro modifica (nella specie: riduzione dell’assegno).

In buona sostanza, il giudici non devono determinare da capo la misura degli attuali assegni ma, dando per presupposti determinati parametri di cui alla prima pronuncia, sia riferiti all’ assegno di mantenimento per il coniuge che all’ assegno per i figli, devono rimodularla sulla base della nuova condizione venuta a crearsi e che, nel caso di specie, attiene alla riduzione del reddito del lettore.

Se pure, infatti, i provvedimenti attualmente in vigore (che stabiliscono l’ammontare del mantenimento dovuto a moglie e figli), sono stati frutto di accordo tra le parti (e non di decisione del giudice), è altresì’ vero che in presenza di minori o comunque di prole non autosufficiente, gli ex coniugi (o pure semplici conviventi) non dispongono di piena autonomia nel decidere, dovendo il giudice sempre valutare che detti accordi  non siano contrari all’interesse dei figli [1]. In caso contrario il tribunale è pienamente autorizzato a non omologare gli accordi raggiunti e ad invitare le parti a rivederli.

Certamente, nel contesto di una domanda congiunta il giudice non potrebbe imporre il proprio volere, ma semmai suggerire la modifica dell’accordo e, in mancanza, far decadere il procedimento (lasciando tutto come prima). Così, ad esempio, nonostante che non sia prevista per legge una cifra minima per il contributo al mantenimento dei figli, alcuni Tribunali (come quello di Bari) non ammette (e perciò non omologa) l’ accordo col quale i genitori prevedano un contributo per ciascun figlio inferiore ai 190 € mensili (ritenuto il minimo di sopravvivenza); ciò a prescindere dalla posizione economica del genitore tenuto a versare l’assegno ed al suo eventuale stato di disoccupazione (sia pure documentato).

Se invece la domanda venga proposta unilateralmente (come sembra di comprendere sia intenzione del lettore) il giudice, sempre partendo dal provvedimento iniziale (e di cui si chiede la modifica), dovrebbe decidere sulla base delle richieste, delle prove e delle difese presentate da ciascuna parte (e quindi eventualmente anche della moglie e della ex compagna del lettore), le quali ben potrebbero contestare la veridicità delle affermazioni  dell’uomo (sostenendo, ad esempio, che questi disponga di redditi non dichiarati al fisco), come pure far leva sulle aumentate esigenze economiche conseguenti alla crescita dei figli.

Ciò detto, anche se appare evidente che, nel caso di specie, non si pone certamente il problema di versare un mantenimento alle due famiglie contenuto nel minimo vitale, appare, tuttavia, con altrettanta evidenza che l’attuale importo complessivamente dovuto dal lettore a moglie e figli supera (per quanto riferito) le sue concrete disponibilità economiche: a fronte, infatti, di un attuale reddito mensile di 3500,00 euro complessivi, l’uomo è tenuto a versarne 2500 alla moglie (anche per i due figli minori) e altri 1500 alla ex compagna per la figlia più grande. A tali cifre si aggiungono i riferiti 800 euro per causale non meglio specificata.

E’ palese, perciò, come al lettore non rimanga nulla per poter provvedere ai propri personali bisogni, quando – normalmente – il contributo dovuto per il mantenimento non dovrebbe superare (in presenza di famiglie numerose) il 60/70% del reddito del genitore obbligato, a meno di non mettere a rischio la sua stessa possibilità di sopravvivenza di quest’ultimo.

 

In buona sostanza, non sarebbe neppure necessario che il giudice (a qualunque foro appartenga) disponga una consulenza contabile per verificare che, su questi presupposti, il lettore non può essere in grado di sostenere il peso del mantenimento a cui è tenuto e contemporaneamente sostentarsi.

Depositando, perciò, una domanda di modifica delle condizioni economiche attualmente in vigore, supportata dalle prove documentali della effettiva diminuzione dei propri redditi, ritengo che il lettore non dovrebbe avere particolari difficoltà ad ottenere una riduzione degli importi attualmente dovuti.

La percentuale di tale riduzione dipenderà dalla discrezionalità del singolo giudice e potrà tenere conto anche delle eventuali valutazioni di un consulente nominato d’ufficio, ma certamente, dovrebbe essere determinata da entrambi i tribunali in misura proporzionale alla provata riduzione della disponibilità economica, ferme restando, però, le altre condizioni (bisogni dei minori, situazione reddituale delle due madri).

Se, quindi, ad esempio, dal momento del deposito degli iniziali accordi, il lettore ha visto ridurre le proprie entrate di un terzo, verosimilmente il giudice potrà disporre una proporzionale riduzione degli assegni di mantenimento. E quindi, ad esempio, prevedere che alla figlia maggiore siano dovuti 1000 € anziché 1500 e così via.

In sede di modifica, tra l’altro, ritengo che potrebbe anche essere riequilibrato l’assegno per  i tre figli, visto che non si comprende bene come mai il lettore si trovi a versare per la più grande il medesimo importo che invece complessivamente versa per gli altri due. Ma posso anche supporre che si tratti di una scelta volta ad agevolare la ex compagna che, a differenza della moglie, non ha diritto all’assegno di mantenimento.

 

 

Riduzione dell’assegno: quale contenuto deve avere la domanda?

Ciò detto, è evidente che se, una volta notificato alle due ex i ricorsi per la riduzione dell’assegno, il lettore non dovesse ricevere opposizioni da parte loro, sarà molto più facile che le sue due domande vengano accolte dai giudici sulla base delle richieste e delle prospettazioni formulate agli atti. Difficilmente, infatti, il giudice si discosta dalle richieste avanzate quando esse appaiono fondate e soprattutto non lesive del benessere dei figli.

Il consiglio per il lettore è quello di presentare una domanda di modifica che ben illustri al giudice la sua attuale posizione economica, evidenziando cosa è cambiato rispetto al passato, cosa concretamente sta facendo oggi per arginare la riduzione del reddito e in ogni caso che le cifre che vorrebbe versare (salvo maggiore o minor somma decisa dal tribunale) sono più che adeguate per provvedere ai bisogni delle due famiglie; anzi, che semmai, i precedenti accordi erano stati il frutto di una congiuntura economica particolarmente favorevole ma ben superiori rispetto alle effettive necessità familiari.

 

 

Richiesta di riduzione dell’assegno: che succede se l’ex si oppone?

Ma se, ad esempio, le due ex (moglie e compagna) del lettore dovessero costituirsi in giudizio contestando la veridicità di quanto dichiarato dall’uomo, il fatto che comunque egli dispone di diversi redditi “in nero”, le sopravvenute aumentate esigenze legate alla crescita dei figli, ecc., allora tutto sarà molto più lungo e complicato in quanto verrebbe ad instaurarsi un procedimento contenzioso dall’esito incerto e comunque più lungo di quello previsto.

 

 

Richiesta di riduzione dell’assegno: quali i vantaggi dell’accordo?

Il consiglio, pertanto, – onde evitare di dover affrontare una causa che potrebbe non dare i risultati sperati né in termini di spese, né di tempo – è di cercare anche in questa fase, (al pari di quanto è avvenuto con le prime domande), un accordo bonario con le due donne. Ciò, anche a costo di impiegare un po’ più del tempo previsto (il medesimo tempo, se non maggiore, sarebbe infatti speso nella eventuale causa in tribunale).

In questi casi la cosa migliore è mettersi, per così dire, “a tavolino” e farsi i conti alla mano: esaminare così, dal lato delle due ex, le spese necessarie per far fronte ai bisogni dei minori e della vita quotidiana (spese, bollette, ecc), dal lato del lettore quelle necessarie per vivere. Il tutto, naturalmente, dovrebbe essere studiato in modo incrociato, tenendo conto degli esborsi necessari per i due nuclei familiari. Tanto più che anche i giudici, dovrebbero tenere conto dell’esistenza delle due famiglie.

Tra l’altro, un nuovo accordo, se pur dando all’uomo un maggior respiro economico, non gli precluderebbe la possibilità di versare per i figli anche una cifra più elevata rispetto a quella “ufficiale” ove  egli dovesse disporre di maggiori entrate; ed anzi, dichiararsi sin da ora pronto a dare di più, quando possibile, potrebbe senz’altro favorire una soluzione bonaria con le due ex.

 

Modifica dell’assegno: quale procedura se si trova l’accordo?

La modifica dei provvedimenti di natura economica potrà di seguito essere raggiunta, sulla base degli accordi sottoscritti dalle parti, con una procedura consensuale in tribunale (da concludersi in pochi mesi anche con l’assistenza di un solo avvocato) [2] oppure tramite quella della negoziazione assistita (da almeno un avvocato per parte), in grado di portare gli interessati al risultato voluto in poche settimane senza dover comparire dinanzi al giudice [3]; lo strumento della negoziazione, tuttavia, essendo riservato alle sole coppie coniugate, potrà essere utilizzato solo per la nuova regolamentazione del mantenimento della famiglia nata dal matrimonio e non per la figlia avuta dalla ex convivente. Resta comunque la possibilità, in entrambi i casi (coniugi o coppia di fatto) di raggiungere l’accordo avvalendosi della pratica collaborativa che accoglie in pieno (e se vogliamo, in modo più completo) le regole della negoziazione assistita.


[1] Art. 337 ter cod. civ.

[2] Ai sensi degli art. 156, 710 e 337 quinquies cod. civ.

[3] Ai sensi dell’art. 6, D.L. 132/2014.

 


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