Si può licenziare un dipendente condannato penalmente?
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28 Lug 2016
 
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Si può licenziare un dipendente condannato penalmente?

Il licenziamento al dipendente che riporta una condanna penale, anche a seguito di patteggiamento, dipende dalla gravità del comportamento e dal ccnl.

 

Se il dipendente di un’azienda viene condannato penalmente, anche a seguito di patteggiamento della pena, questi può essere licenziato, ma a condizione che il datore di lavoro effettui una verifica, caso per caso, della gravità del comportamento posto in essere in relazione alla prosecuzione del rapporto di fiducia con l’azienda e ciò sia previsto dal contratto collettivo di categoria. È quanto chiarito a più riprese dalla giurisprudenza della Cassazione, da ultimo con una sentenza di questa mattina [1].

 

Il problema dell’automatismo tra condanna penale del dipendente e licenziamento è stato più volte affrontato dalla giurisprudenza. In generale si è ritenuto che, se anche il contratto collettivo garantisce al datore di lavoro la possibilità di licenziare il dipendente che abbia riportato una condanna penale, questo non vuol dire che ciò debba avvenire in via immediata e a prescindere da una valutazione concreta – fatta cioè caso per caso – sulla gravità della singola condotta e sull’incidenza della stessa sul rapporto con l’azienda. In altre parole, il datore è chiamato a verificare se e come il reato posto dal proprio lavoratore possa aver leso la fiducia che in lui aveva riposto. La condanna penale, ad esempio, potrebbe attenere a fatti che possono incidere sulla reputazione dell’azienda (si pensi al caso di un direttore di banca condannato per frode o furto) e altre, invece, del tutto indifferenti.

 

Sulla base di questi principi, non resta che affidarci, anche noi, all’esame dei precedenti della giurisprudenza e verificare come i giudici si sono, di volta in volta, orientati nel definire i poteri di licenziamento dell’azienda verso i dipendenti con condanne penali.

 

 

Licenziamento per reati commessi nella vita privata

Per quanto riguarda i reati commessi nella vita privata, è stato chiarito che il reato deve essere, per gravità e natura, tale da far venire meno quella fiducia che è presupposto essenziale della collaborazione tra datore e prestatore di lavoro [2]. Ciò si verifica anche quando il comportamento sia tale da ledere l’immagine del datore di lavoro [3]. Il semplice rinvio a giudizio non integra di per sè giusta causa di licenziamento [4].

 

Ad esempio sono causa di licenziamento:

  • emissione da parte di un dipendente bancario di assegni a vuoto nei confronti del datore di lavoro o di terzi [5] o appropriazione di denaro dei correntisti [6];
  • falsa testimonianza resa dal lavoratore in una causa civile [7];
  • molestie sessuali nei confronti di terzi, tenuto conto del “forte disvalore sociale” dei fatti e dall’eco avutane nella stampa, nonché della posizione del lavoratore, quale coordinatore di circa trenta unità [8];
  • spaccio di droga [9].

 

 

Licenziamento per reati commessi durante il lavoro

È legittimo il licenziamento commesso nell’esercizio delle proprie mansioni di lavoro quando il fatto addebitato si ripercuote sul rapporto di lavoro, e ciò anche se il danno patrimoniale per l’azienda è minimo (il caso di furto di un oggetto di modestissimo valore).

 

Ad esempio sono causa di licenziamento:

  • appropriazione di carburante o richiesta di rimborsi spese per benzina utilizzata per scopi personali [10];
  • appropriazione di somme di denaro, anche se di modesta entità, da parte del dipendente addetto alla cassa [11];
  • sottrazione di un bene (zainetto contenente oggetti di scarso valore economico) appartenente a un collega [12];
  • furto di beni presenti in magazzino;
  • manomissione della documentazione relativa alle proprie presenze sul lavoro;
  • concessione di prestiti in denaro a colleghi di lavoro a tassi di interesse usurari.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 13 aprile – 28 luglio 2016, n. 15677
Presidente Di Cerbo – Relatore Balestrieri

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 48\09 il Tribunale di Milano rigettava il ricorso con cui M.C. chiese di dichiarare l’illegittimità del licenziamento per giusta causa irrogatogli dalla società Poste Italiane s.p.a. con nota 23.3.2008, con tutte le conseguenze di legge in punto di ricostituzione dei rapporto di lavoro e di risarcimento dei danno.
II primo giudice, tenendo conto dei fatti accertati e per i quali il Camilleri era stato precedentemente condannato (ex art. 444 c.p.p.) in sede penale, ritenne che la connessione tra i fatti medesimi e la prestazione lavorativa – alla luce
di quanto previsto dalle norme contrattuali e di legge – fosse sufficiente per ritenere irrimediabilmente compromesso il vincolo fiduciario necessario per la permanenza dei rapporto di lavoro. La natura di reato contro il patrimonio, aggravato dalla violenza sulle cose e divulgato dalla stampa a diffusione nazionale, erano stati ritenuti dal giudice di prime cure elementi idonei a porre in discussione l’affidabilità dei lavoratore al fini della corretta esecuzione della prestazione lavorativa e dell’obbligo di fedeltà, ritenendo conseguentemente

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[1] Cass. sent. n. 15677/16 del 28.07.16.

[2] Cass. sent. n. 15919/2000.

[3] Cass. sent. n. 17969/2010.

[4] Cass. sent. n. 20602/2014.

[5] Cass. sent. n. 6180/1992.

[6] Cass. sent. n. 9493/2003.

[7] Cass. sent. n. 2626/1998.

[8] Cass. sent. n. 2168/2013.

[9] Cass. sent. n. 20158/2013.

[10] Cass. sent. n. 14507/2003.

[11] Cass. sent. n. 20613/2012.

[12] Cass. sent. n. 1814/2013.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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