Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
29 Lug 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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L’appello penale e la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio

Carcere a vita per Massimo Bossetti: la condanna all’ergastolo è davvero carcere a vita? Qualche considerazione in attesa della sentenza di Appello

 

Come ampiamente riportato dagli organi di stampa è oramai nota la condanna all’ergastolo per Massimo Bossetti, accusato di aver ucciso, con crudeltà ed operando sevizie, la giovanissima Yara Gambirasio.

Tralasciando i dettagli della vicenda più strettamente di cronaca, l’articolo si propone di rispondere, essenzialmente ed in modo semplice, alle  due domande che più spesso, il pubblico dei non addetti ai lavori, si fa in casi come questi:

  • La condanna all’ergastolo corrisponde davvero al carcere a vita?
  • Se questa è solo la sentenza di primo grado cosa può succedere in Appello?

 

Quanto alla prima delle due domande c’è da evidenziare come sul tema è facile fare confusione: molte persone ritengono che la condanna perpetua (ergastolo) finisca poi, nei fatti, per trasformarsi in una condanna temporanea, lunga ma non certamente fino alla morte del condannato.

 

Sotto questo profilo, senza andare a ripetere concetti già espressi in un precedente intervento  (v. sul punto articolo “Infermiera killer, ergastolo per Daniela Poggiali) mi limiterò a ricordare che nel nostro ordinamento esistono 2 tipi di ergastolo: quello ordinario e quello cd ostativo.

 

Nel caso di ergastolo ostativo si parla, effettivamente di “fine pena mai”, ovvero, in altri termini,  il condannato all’ergastolo per taluni tipi di reati (pensiamo agli omicidi commessi per reati di mafia: è di pochi giorni fa, ad esempio,  la notizia della morte in carcere ed in regime di detenzione speciale del capo di cosa nostra Bernardo Provenzano) non lascerà mai il carcere fino al giorno della sua morte.

In via generale, e con una certa approssimazione, possiamo dire che i condannati a qualsiasi pena (temporanea o perpetua) per reati di mafia (dovendosi intendere con il termine mafia anche tutte le altre e diverse organizzazioni criminali, comunque denominate, come ad esempio, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita o anche, altre bande se operano secondo il paradigma dell’associazione mafiosa) non possono beneficiare di misure alternative alla detenzione [1] salvo il caso in cui non scelgano di collaborare con l’autorità giudiziaria (i cd. pentiti).

Per  i condannati, anche all’ergastolo, per reati non ostativi alla concessione dei benefici penitenziari, la legge consente, a determinate condizioni, un ritorno in libertà del condannato.

 

Venendo, adesso, alla seconda delle proposte domande è necessario fare alcune considerazioni di carattere preliminare e chiedersi, anzitutto, se il condannato in primo grado debba o meno essere considerato colpevole. Da questo punto di vista occorre tenere presente che nel nostro ordinamento vige  il “principio di non colpevolezza” [2] in forza del quale il condannato è da considerarsi non colpevole sino a quando la sentenza di condanna non sia divenuta definitiva.

Con linguaggio giuridicamente improprio, spesso si sente dire che non si è considerati colpevoli sino a prova contraria, mentre in realtà, il principio giuridico di non colpevolezza, funziona in modo del tutto diverso.

 

La sentenza di condanna (o anche di assoluzione) diviene definitiva quando non è più impugnabile e, volendo a questo punto dare una definizione di atto di Appello possiamo scrivere che esso è il mezzo (l’atto) ordinario di impugnazione delle sentenze di condanna di primo grado.

 

A seguito della proposizione di Appello (da intendersi, appunto, quale l’atto con il quale l’imputato censura la sentenza di primo grado chiedendo un ulteriore giudizio) sarà celebrato un altro processo, dinanzi a giudici diversi rispetto a quelli che hanno emesso la sentenza di condanna impugnata. Nel caso specifico il giudice dell’appello è da individuarsi nella Corte di Assise di Appello.

 

In buona sostanza, il giudizio di Appello è un nuovo processo che dovrà essere celebrato, sia pur con delle regole parzialmente diverse da quelle che regolano il giudizio di primo grado (ad es. salvo ipotesi specifiche in appello non vengono escussi testimoni)  il cui esito ben può essere assolutamente difforme dalla sentenza impugnata. Ben potrebbe accadere, in pratica, che i giudici dell’appello, ritengano gli elementi di prova a carico dell’imputato, non sufficienti a giustificare una condanna secondo i criteri normativi che impongono, ai fini della pronuncia di sentenza di condanna, che la responsabilità dell’imputato sia provata “oltre ogni ragionevole dubbio”.

 

Per completezza, giova ricordare che, nel nostro ordinamento esistono i cd tre gradi di giudizio (processo di primo grado, giudizio di appello e giudizio di cassazione); ragione per la quale, nemmeno la sentenza di appello, sia nel caso di conferma della condanna che di assoluzione dell’imputato, può essere considerata definitiva, con tutte le conseguenza del caso.


Note

[1] Art.4-bis ord.pen.

[2] Art. 27 Cost.

 


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