È consentito bruciare sterpaglie?
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23 Ago 2016
 
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Maura Corrado
 


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È consentito bruciare sterpaglie?

Molti, in estate, danno fuoco a sterpaglie e residui vegetali per fare pulizia nei giardini o dopo la potatura: condotta all’apparenza innocua. Ma dal punto di vista legale è lecito?

 

Con l’arrivo della bella stagione, diventa sempre più frequente vedere veri e propri falò in giardini, cortili e campagne: ciò in quanto si tagliano i rami morti degli alberi, si sistemano le siepi, si compiono consuete operazioni di potatura, producendo un bel po’ di ramaglie e sterpaglie da eliminare. E il metodo più veloce per smaltirle è accedere un bel fuoco e bruciarle.

 

Non si tratta di una condotta del tutto esemplare se si considera il rischio di causare disastrosi incendi, oltre al fatto che si finisce letteralmente per “affumicare” le abitazioni circostanti, causando non solo un notevole fastidio ma anche un danno rilevante alla salute degli propri vicini.

 

L’interrogativo ricorrente è se bruciare sterpaglie in luoghi aperti sia legale o meno. Per rispondere a questa domanda occorre partire da un presupposto di base: la risposta sarà diversa a seconda che si consideri la questione da un punto di vista civile o penale. Vediamo in che senso.

 

 

Bruciare sterpaglie: quando va risarcito il danno?

Da un punto di vista civilistico, non troveremo una norma che vieta di bruciare sterpaglie e rami secchi in luoghi aperti o che ci dica espressamente che una tale condotta è vietata. Tuttavia, questa conclusione la si può desumere dal fatto che la legge, nel disciplinare le immissioni di fumi e calori nelle proprietà dei vicini, afferma che quando sia accertato che esse sono intollerabili, il giudice deve ordinarne la cessazione e condannare chi le effettua al risarcimento dei danni causati [1].

 

Nel dettaglio, la soglia limite che viene posta come termine di riferimento per capire se la condotta è punibile o meno è quella della “normale tollerabilità”, concetto – questo – che deve essere valutato tenendo conto della condizione dei luoghi: e, quindi, la loro collocazione geografica, la loro destinazione d’uso (agricola, industriale, urbana, ecc…), la loro dimensione. Il legislatore, infatti, non ci dà una definizione esatta per capire quando un’immissione sia normalmente tollerabile o meno. Di conseguenza, proprio sulla base di quanto detto, volendo fare un esempio concreto, è intuitivo che chi acquista una villetta in una zona periferica, magari vicino a un’azienda agricola in cui i fuochi accesi per eliminare sterpaglie sono più frequenti, dovrà avere un livello di tollerabilità più alto rispetto al proprietario di un’abitazione in un’area residenziale.

 

Il risultato finale resta, in ogni caso, immutato: se il fuoco genera fumo o arrechi comunque danno o fastidio al vicino, indipendentemente dalla buona o cattiva fede della condotta in sé (perché il fuoco potrà essere appiccato semplicemente per smaltire rami secchi e residui vegetali ma è vero anche che si può decidere di dare fuoco a sterpaglie con l’unico scopo di infastidire il vicino con cui, magari, non si è in buoni rapporti), lo stesso vicino potrà chiedere o ottenere di essere risarcito del danno subito, sia dalla sua proprietà che dalla sua salute. E questo perché la condotta in questione può ben dare luogo a un illecito civile.

 

 

Bruciare sterpaglie: quando è reato?

Da un punto di vista penale e amministrativo, in riferimento ai rapporti tra privati e Pubblica Amministrazione (Comuni, Provincie, Regioni), la situazione è più complessa. La domanda, in questo caso, è: bruciare sterpaglie e ramaglie è reato?

 

Il nostro codice penale punisce con la reclusione da tre a sette anni chiunque cagiona un incendio, anche a cosa propria, mettendo in pericolo l’incolumità pubblica [2]. Quindi, anche il contadino che, a seguito di operazioni di potatura degli alberi del proprio terreno, appicchi un incendio per bruciare i residui vegetali, non curandosene e lasciando che il vento ne amplifichi la portata, può essere punito penalmente se, con la sua condotta mette in pericolo la collettività.

 

Il concetto di incolumità pubblica, infatti, fa riferimento a un numero indeterminato di persone, per la potenzialità ed attitudine delle condotte aggressive a proiettare i propri effetti al di là dei singoli individui minacciati o colpiti: non a caso, perché si possa parlare di reato di incendio colposo, il fuoco, causato dalla condotta imprudente e negligente dell’agente, deve essere caratterizzato dalla vastità delle proporzioni, dalla tendenza a progredire e dalla difficoltà di spegnimento, restando irrilevante che resti circoscritto entro un limite oltre il quale non possa estendersi. In presenza di tali caratteristiche, non conta che vi sia stato o meno un pericolo concreto: il pericolo per la pubblica incolumità è presunto [3] e, inoltre, può essere costituito anche dalle dirette conseguenze del fuoco, come calore, fumo, mancanza di ossigeno, eventuale propagazione di gas nocivi in relazione al materiale incendiato, indipendentemente dal tipo di vegetazione esistente sul terreno, essendo sufficiente che si tratti di area ove insista boscaglia, sterpaglia o altra vegetazione.

 

Sempre nel contesto di cui si parla, rientra anche l’illecito smaltimento di rifiuti [4], reato che si configura a carico di chi brucia in modo arbitrario rami, foglie secche e sterpaglie nell’ambito di una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione. La pena viene differenziata a seconda della natura – pericolosa o meno – dei rifiuti in questione: nel primo caso si va incontro all’arresto da sei mesi a due anni e all’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro, nel secondo pena ridotta con l’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro.

 

Carcere anche per chi appicca roghi a cumuli di rifiuti tossici abbandonati: a prevederlo è il d.l. Terra dei fuochi [5], che introduce sanzioni penali ed il reato di combustione illecita di rifiuti con la reclusione da due a cinque anni [6].

L’obiettivo è quello di introdurre sanzioni penali per contrastare chi appicca i roghi tossici, fino a qualche tempo fa sanzionabili solo con contravvenzioni: la norma afferma, infatti, che chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati o depositati in maniera incontrollata in aree non autorizzate è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni.

Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento delle spese per la bonifica. Sono, poi, soggetti a confisca i mezzi impiegati per la commissione del delitto in esame ed i luoghi dallo stesso interessati.


La sentenza

La combustione sul campo dei residui vegetali derivanti da lavorazione agricola e forestale si configura come illecito smaltimento di rifiuti, sanzionabile penalmente con l’arresto.

Direttiva Europea n. 2008/98/CE

 

 

In tema di incendio colposo di cosa propria, il pericolo per la pubblica incolumità può essere costituito non solo dalle fiamme, di vaste dimensioni e tendenti a propagarsi, ma anche dalle loro dirette conseguenze, quali il calore, il fumo, la mancanza di ossigeno, l’eventuale sprigionarsi di gas pericolosi dalle materie incendiate, quando tali effetti discendano dall’incendio e si siano prodotti senza soluzione di continuità.

Cassazione Pen., Sez. I, n. 3339/2015

 

 

Il reato di danneggiamento seguito da incendio richiede, come elemento costitutivo, il sorgere di un pericolo di incendio, sicché non è ravvisabile qualora il fuoco appiccato abbia caratteristiche tali che da esso non possa sorgere detto pericolo per cui, in questa eventualità o in quella nella quale chi, nell’appiccare il fuoco alla cosa altrui al solo scopo di danneggiarla, raggiunge l’intento senza cagionare né un incendio né il pericolo di un incendio, è configurabile il reato di danneggiamento, mentre se

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[1] Art. 844 cod. civ.

[2] Art. 423 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 34379, del 20.09.2011.

[4] Art. 256, d.lgs. n. 152, del 03.04.2006.

[5] D.l. n. 136, del 10.12.2013.

[6] Art. 256 bis, d.lgs. n. 152, del 03.04.2006.

 


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