Che succede se viene accolta l’autotutela durante la causa?
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2 Ago 2016
 
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Che succede se viene accolta l’autotutela durante la causa?

Con l’autotutela cessa la materia del contendere: la causa viene estinta dal giudice, salvo la decisione sulle spese di lite, ossia su chi paga gli avvocati.

 

Se il contribuente presenta un ricorso in autotutela contro il fisco, nell’attesa di una risposta, onde evitare che scadano i termini, può comunque e contemporaneamente far ricorso al giudice: tuttavia, la causa si estingue qualora l’autotutela venga successivamente accolta. In gergo giuridico si dice che “cessa la materia del contendere”. È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione in una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

 

 

Il ricorso in autotutela: vantaggi e svantaggi

La strada del ricorso in autotutela è certamente quella preferibile, perché può essere intrapresa a costi “zero” (senza cioè pagare bolli o contributo unificato), non richiede un avvocato, l’istanza si può presentare senza particolari formule che solo i professionisti del mestiere conoscono e, in più, il tutto avviene comodamente da casa, tramite cioè l’invio di una semplice posta elettronica certificata (al massimo, chi non ne sia munito, può recarsi all’ufficio postale e spedire la tradizionale raccomandata a.r.).

 

Tuttavia l’autotutela presenta degli inconvenienti piuttosto gravi. Innanzitutto a decidere è lo stesso organo che ha sbagliato; il che non garantisce l’imparzialità e il tecnicismo che solo un giudice può dare. In secondo luogo, non è detto che la decisione arrivi davvero e, anzi, il silenzio si considera rigetto dell’istanza. Il che vuol dire anche che l’amministrazione non ha tempi tecnici per rispondere (superati i quali il contribuente potrebbe fare ricorso), né è tenuta a farlo (almeno nella gran parte dei casi).

 

Leggi anche “Autotutela: che fare se l’amministrazione non risponde o rigetta?

 

A quel punto, impugnare il silenzio o il rigetto è certamente una mossa sbagliata, perché così facendo il contribuente non potrebbe contestare il merito della richiesta di pagamento, ma solo la legittimità del comportamento della P.A. che non ha risposto all’autotutela o che l’ha declinata. Ma il giudice non si pronuncerà sul quesito che più sta a cuore al contribuente: “devo pagare o no?”.

 

Pertanto, in via cautelativa, è sempre meglio, qualora la risposta all’istanza in autotutela non arrivi nel giro di pochissimi giorni, presentare anche il ricorso al giudice. Ricorso al giudice che segue i tempi tecnici, ossia:

  • 60 giorni per impugnare gli atti dell’Agenzia delle Entrate;
  • 60 giorni per la generalità delle cartelle di pagamento di Equitalia per le richieste di tributi;
  • 30 giorni per le cartelle di Equitalia con multe;
  • 40 giorni per le cartelle di Equitalia con debiti verso Inps e Inail.

 

 

Lo sgravio dell’atto in corso di causa

Che succede, però, se durante la causa o prima che essa entri nel vivo, l’amministrazione (l’Agenzia delle Entrate, l’Inps, l’Inail, Equitalia, ecc.) accoglie l’autotutela e, quindi, annulli l’atto impugnato (o, per usare un termine comune, proceda al suo “sgravio”)? La causa – come detto – si estingue, ossia si chiude. Il giudice dichiara “cessata la materia del contendere”. Insomma, tutti a casa felici e contenti, pace fatta e accordo concluso anche senza bisogno di stipulare transazioni davanti al giudice.

Difatti, la materia del contendere può dirsi cessata quando viene a mancare l’oggetto della lite, come avviene quando l’atto fiscale impugnato è annullato in autotutela.

 

In pratica, si verifica la cessazione della materia del contendere tutte le volte in cui l’amministrazione riconosce il proprio sbaglio e rettifica l’atto impugnato dal contribuente proprio nel modo in cui questi l’aveva censurato davanti al giudice; sicché il giudizio risulta del tutto inutile.

 

 

Le spese processuali: chi paga l’avvocato del contribuente?

Qualora la causa si chiuda anticipatamente per “cessata materia del contendere”, nel contribuente sorge la legittima aspettativa di vedersi risarciti – non tanto i danni per lo stress, il tempo perso e l’ansia di un giudizio (danni che, secondo la giurisprudenza, non danno diritto ad alcun indennizzo) – ma quantomeno le spese vive per la causa. Le spese vive consistono nel costo del contributo unificato, i bolli, i diritti vari e, soprattutto, la parcella del proprio avvocato.

Verrebbe scontato dire che tali spese debbano essere pagate dall’amministrazione non solo perché ha sbagliato, ma anche perché ha riconosciuto il proprio errore. Eppure, per anni, questo principio (valido nel processo civile e meglio noto con il termine tecnico “soccombenza virtuale”) non ha trovato applicazione nel processo tributario. Solo di recente la Corte Costituzionale [2] ne ha riconosciuto l’operatività anche nelle liti contro il fisco. Pertanto, a seguito delle recenti modifiche interpretative, si può dire che il contribuente che abbia iniziato la causa contro il fisco, ma che in corso di giudizio ottenga lo sgravio dell’atto impugnato, ha ugualmente diritto alla liquidazione delle spese processuali per ottenere la restituzione di quanto anticipato per la causa. Spese che, ovviamente, dovrà pagare l’amministrazione.

 


[1] Cass. S.U. sent. n. 12570 del 17/6/2016.

[2] C. Cost. sent. n. 274 del 12.07.2005.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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