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Lo sai che? Pubblicato il 2 agosto 2016

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Lo sai che? Se sono in malattia posso svolgere un altro lavoro?

> Lo sai che? Pubblicato il 2 agosto 2016

Dipendente in malattia, la compatibilità di un altro lavoro durante l’assenza va motivata.

Se il dipendente è assente dal lavoro per malattia può svolgere, durante tale periodo, un’altra attività ed, eventualmente, percepire compensi, stipendi o altre forme di reddito da soggetti differenti rispetto al datore di lavoro? La risposta è stata fornita, di recente, da una sentenza della Cassazione [1], sentenza tuttavia che si inserisce nel solco di un orientamento ormai stabile.

Il dipendente in malattia può svolgere un altro lavoro, a condizione però che detta attività non pregiudichi la sua pronta guarigione. Insomma, sempre purché il certificato medico attesti una reale malattia e che questa sia incompatibile con il lavoro – per così dire – “principale”, il dipendente può, in attesa di rientrare in azienda, svolgere altre attività che gli procurino reddito sia direttamente (ad esempio ricevendo i soldi dai propri clienti), sia indirettamente (svolgendo mansioni per un’altra azienda).

La vicenda di cui si è occupata la sentenza in commento riguarda un lavoratore in malattia per uno stato ansioso depressivo. Secondo la Suprema Corte, tale patologia ben può giustificare l’assenza dal lavoro qualora, nelle forme ovviamente più gravi, renda impossibile svolgere la prestazione lavorativa; può persino giustificare il fatto che il dipendente assente svolga altra attività lavorativa presso terzi, purché così facendo non ritardi la propria guarigione.

Se il “secondo lavoro” si pone come incompatibile con la mattia dichiarata nel certificato medico, nel senso che pregiudica la convalescenza del dipendente, quest’ultimo può essere licenziato. Se invece questa incompatibilità non sussiste, il dipendente ha il via libera a svolgere due attività lavorative diverse.

Come abbiamo accennato in apertura, secondo altri precedenti della Cassazione [2] non esiste, per la nostra legge, un divieto assoluto, per il lavoratore dipendente in malattia, di svolgere mansioni in favore di terzi, purché sussistano tre condizioni:

  • non ci deve essere una simulazione di malattia: il malanno deve essere effettivo e non fasullo;
  • il dipendente non deve svolgere attività in concorrenza con l’azienda presso cui è assunto;
  • il dipendente non deve compromettere la propria guarigione con la seconda attività lavorativa; ciò altrimenti implica una violazione del dovere di fedeltà imposto al prestatore d’opera.

L’onere della prova

L’onere della prova dell’illegittimità del comportamento del dipendente spetta all’azienda che lo vuole mandare a casa definitivamente. In altre parole, se il datore di lavoro vuol licenziare il dipendente in malattia che svolge un secondo lavoro è tenuto a dimostrare uno dei seguenti fatti:

  • che il lavoratore abbia agito fraudolentemente, simulando la malattia per assentarsi in modo da poter svolgere un lavoro diverso
  • oppure che il lavoratore, durante la malattia, ha svolto mansioni per conto di altre imprese concorrenti con quella cui è contrattualmente legato;
  • oppure che il lavoratore, anziché tentare di rimettersi in sesto al più presto, guarendo dalla malattia indicata nel certificato medico, ha pregiudicato le sue condizioni di salute, ritardando la convalescenza, strumentalizzando così il suo diritto al riposo per trarne un reddito dal lavoro diverso in danno del proprio datore di lavoro.

Si può, dunque, sintetizzare quanto finora detto, affermando che il lavoratore in malattia è libero di svolgere, durante l’assenza, altri lavori retribuiti, salvo che l’azienda dimostri che ciò avvenga perché 1) la malattia non è veritiera; 2) oppure per imprese concorrenti; 3) oppure ritardando la guarigione.

note

[1] Cass. sent. n. 5989/2016.

[2] Cass. sent. n. 4237/2015.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 marzo – 1 agosto 2016, n. 15982
Presidente Venuti – Relatore Berrino

Svolgimento dei processo

Si controverte dei licenziamento intimato il 29/4/2008 dalla società Poste Italiane s.p.a. ad E.D.V. per aver esercitato una continua attività lavorativa extra­aziendale presso il locale “Coccorito Music Restaurant” di Rho in periodo di assenza dal servizio per infortunio in “itinere” occorsole il 3/9/2007.
Con sentenza dell’11/12/2012 – 6/3/2013 la Corte d’appello di Milano, nell’accogliere l’impugnazione della lavoratrice, ha riformato la sentenza dei primo giudice che aveva ritenuto legittimo il licenziamento ed ha ordinato la reintegra dell’appellante nel posto di lavoro con la conseguente condanna risarcitoria.
La Corte territoriale ha sostanzialmente ritenuto non provata la condotta addebitata alla D.V., cioè l’aver espletato un’attività lavorativa extra-aziendale atta ad impedire una sollecita guarigione, per cui doveva considerarsi insussistente la giusta causa dei licenziamento.
Per la cassazione della sentenza ricorre la società Poste Italiane s.p.a. con due motivi. Resiste con controricorso la D.V..

Motivi della decisione

1. Coi primo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c., 115 e 116 c.p.c., la società ricorrente espone che, una volta dimostrata l’assenza della lavoratrice e l’espletamento, da parte della medesima, dì attività esterna all’impresa nel periodo della assenza dal lavoro per infortunio, sarebbe spettato a quest’ultima provare la non incompatibilità dell’attività extra-aziendale coi suo stato di malattia e coi prescritti riposi e cure, mentre, pur mancando una tale prova, la Corte d’appello aveva egualmente considerato le attività addebitate alla D.V. come compatibili col suo stato di salute.
II motivo è infondato, non risultando dalla sentenza che la Corte di merito abbia violato i principi in materia di riparto degli oneri della prova.
Invero, dalla lettura della sentenza impugnata si evince agevolmente che la Corte d’appello ha tratto proprio dall’esame delle prove testimoniali offerte dalle stesse parti il convincimento sul fatto che non erano emersi elementi sufficienti a provare con certezza che la D.V. avesse effettivamente espletato, durante il periodo in cui era stata assente dal lavoro a seguito dell’infortunio subito il 3.9.07, attività lavorativa presso il ristorante dei proprio compagno o che, comunque, avesse posto in essere attività tali da ritardare la relativa guarigione. A conforto del fatto che le condotte poste in essere dalla D.V. durante la sua permanenza serale nel ristorante del compagno non apparivano, in ogni caso, tali da comportare una violazione delle prescrizioni di riposo e di cure impartite dai certificati medici, non trattandosi di attività richiedenti particolari sforzi, né lunga permanenza in piedi, la Corte di merito ha richiamato il contenuto del parere medico – legale dl dott. A.A., prodotto dall’appellante, dal quale risultava che il periodo di inabilità temporanea certificato dai sanitari era sovrapponibile a quello determinato da lesioni dei tipo di quelle diagnosticate.
Trattasi, all’evidenza, di valutazioni dei merito istruttorio adeguatamente motivate dalla Corte d’appello con argomentazioni che si rivelano esenti da vizi di ordine logico­giuridico e che sfuggono, pertanto, alle censure mosse dall’odierna ricorrente, non solo per quel concerne il predetto rilievo di legittimità sul riparto degli oneri probatori, ma anche per quel che riguarda l’accusa di supposta apoditticità delle affermazioni dei giudici d’appello in merito alla ritenuta compatibilità dell’attività svolta dalla D.V., oggetto di contestazione, con gli obblighi gravanti sulla medesima di non ostacolare il suo pieno recupero lavorativo.
In realtà quest’ultima censura attiene ad un preteso vizio della motivazione che non è riconducibile al motivo di doglianza in esame che è stato specificatamente proposto come vizio di violazione di legge, per cui sotto tale aspetto la doglianza è inammissibile.
2. Col secondo motivo la società ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1176, 1375, 2104, 2105 e 2119 cod. civ., contestando l’affermazione della Corte d’appello secondo cui la D.V. non aveva violato, con la propria condotta, gli obblighi di correttezza, diligenza e buona fede; nel contempo, la ricorrente manifesta il proprio dissenso sul fatto che l’attività lavorativa espletata dalla dipendente in favore di terzi nel periodo di assenza per malattia non avesse pregiudicato il suo tempestivo rientro in servizio.
Il motivo è inammissibile in quanto la censura sull’asserita violazione delle norme di legge che contemplano il rispetto dei principi di buona fede, correttezza, diligenza e lealtà della parte tenuta all’adempimento della propria prestazione non contiene indicazioni specifiche sul modo in cui la Corte di merito si sarebbe in concreto discostata dall’interpretazione delle norme asseritamente mal interpretate ed applicate, finendo, in realtà, per tradursi in una rivisitazione non consentita dei materiale probatorio già adeguatamente scrutinato dalla Corte territoriale, la quale è pervenuta, all’esito della predetta indagine come sopra riassunta, al convincimento, congruamente motivato ed immune da rilievi di legittimità, della insussistenza di elementi atti a far ritenere l’appellante responsabile della violazione dei predetti doveri di lavoratrice tenuta alla regolare ripresa del servizio, per cui la medesima non meritava la sanzione espulsiva inflittale.
In definitiva, il ricorso va rigettato.
Le spese dei presente giudizio seguono la soccombenza della ricorrente e vanno poste a suo carico come da dispositivo, unitamente al contributo unificato di cui all’art. 13, comma 1 quater dei d.P.R. n. 115 del 2002

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese dei presente giudizio nella misura di € 3500,00 per compensi professionali e di € 100,00 per esborsi, oltre spese generali at 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 qoater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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