Se compro qualcosa che in un negozio costa molto meno
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3 Ago 2016
 
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Redazione
 


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Se compro qualcosa che in un negozio costa molto meno

Ho acquistato un vestito a un prezzo piuttosto alto, ma poi mi sono accorta che in un altro negozio era venduto quasi alla metà del prezzo perché era in sconto: posso fare qualcosa visto che sono stata truffata?

 

Rientra nella libertà di ogni commerciante vendere i propri prodotti al prezzo che ritiene più opportuno, secondo la propria insindacabile autonomia, in un regime di libero mercato, così come il cliente-acquirente, non essendo vincolato all’acquisto, ha piena autonomia nella scelta del negozio ove comprare.

Nel momento in cui si compra un vestito, un prodotto elettronico o qualsiasi altro bene si conclude un contratto (anche se, il più delle volte, orale) dove l’incontro tra le due volontà (quella del venditore da un lato, quella dell’acquirente dall’altro) sigla l’intesa che, da quel momento, non è più modificabile. Così, tra gli elementi del contratto, figurano anche l’oggetto da vendere e il suo prezzo: elementi questi che fanno parte di una libera scelta delle parti e, quindi, anche dell’intesa.

 

Dunque, salvo che il prodotto acquistato non corrisponda a quello promesso – ossia in presenza di vizi di fabbricazione, di difetti di conservazione da parte del negoziante, ecc., che danno diritto ovviamente alla riparazione o sostituzione del prodotto (se si tratta di piccoli vizi) o alla restituzione del prezzo (se si tratta di vizi che rendano del tutto inutilizzabile il bene) – il contratto è valido e non può più essere contestato, neanche in presenza di un corrispettivo sproporzionato rispetto alle medie del mercato concorrente.

 

Un secondo caso in cui il prezzo di vendita può essere contestato è quello in cui la volontà dell’acquirente si sia formata per errore scusabile (ad esempio, si crede di acquistare un oggetto in oro e, invece, si tratta di bronzo) o per dolo del venditore (ad esempio, il negoziante afferma che si tratta di un vestito di seta ed, invece, è sintetico). In tali casi l’acquirente deve agire in causa entro massimo cinque anni e dimostrare che ciò che afferma è vero.

 

La cosiddetta azione di rescissione del contratto, che spetta tutte le volte in cui un bene viene venduto a un prezzo superiore almeno del doppio rispetto quello normale, vale solo in determinate ipotesi in cui non rientra il caso dell’acquisto di un vestito. Il codice civile [1], infatti, stabilisce che tutte le volte in cui vi sia una sproporzione tra la prestazione di una parte e quella dell’altra, e la sproporzione è dipesa dallo stato di bisogno di una parte, del quale l’altra ha approfittato per trarne vantaggio, la parte danneggiata può domandare la rescissione del contratto.

L’azione è possibile solo se la lesione eccede la metà del valore che la prestazione eseguita o promessa dalla parte danneggiata aveva al tempo del contratto.

L’esempio “da manuale” è quello della vendita di un bicchiere d’acqua a 1.000 euro a una persona assetata in un deserto da parte di un venditore ambulante.

L’azione di rescissione dunque presuppone i seguenti requisiti:

  • chi acquista deve comprare perché si trova in uno stato di bisogno: dunque l’acquisto deve essere rivolto a soddisfare un bisogno impellente; non è questo il caso di chi compra un vestito;
  • il prezzo di vendita deve essere almeno del doppio rispetto a quello normale di mercato;
  • il venditore deve aver gonfiato il prezzo solo allo scopo di approfittarsi dello stato di bisogno dell’acquirente. Dunque, se effettivamente il costo di un bicchiere d’acqua nel deserto è alto proprio per la difficoltà di approvvigionamento di tale elemento la rescissione non è possibile.

 

In sintesi per poter parlare di “rescissione del contratto per lesione” deve sussistere una sproporzione tra le prestazioni di una parte e dell’altra e la conoscenza dello stato di bisogno dell’altro contraente al momento della stipula del contratto [2].

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 27 maggio – 2 agosto 2016, n. 16042
Presidente Amendola – Relatore Carluccio

Fatti di causa

1. Villa S. Anna spa (d’ora in poi casa di cura), in esito alla ordinanza di inammissibilità dell’impugnazione per mancanza della ragionevole probabilità di essere accolta, pronunciata dalla Corte di appello di CATANZARO ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c., propone ricorso per cassazione ex art. 348 ter c.p.c., affidato a tre motivi, ed esplicato da memoria, avverso la sentenza del Tribunale di CATANZARO.
2. La casa di cura, accreditata con il servizio sanitario per l’erogazione di prestazioni sanitarie, e l’Azienda sanitaria n. (omissis) (poi Azienda Sanitaria Provinciale di (OMISSIS), d’ora in poi Azienda sanitaria), nell’ambito della normativa regionale di settore, avevano stipulato (nel novembre 2006 e in riferimento all’anno in corso) un accordo per il pagamento da parte della struttura pubblica di prestazioni sanitarie.
Nel 2007, la casa di cura convenne in giudizio l’Azienda sanitaria per sentir dichiarare la rescissione per lesione del contratto, adducendo la sproporzione ultra dimidium, per essere stati erogati servizi pari a oltre 36 milioni di Euro a fronte di un budget previsto di oltre 18 milioni di Euro, nonché

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[1] Art. 1448 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 16042/2016.

 


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