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Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2016

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Lo sai che? Foto intime dell’ex su Facebook? È stalking

> Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2016

Non occorre la prova di uno stato di ansia e paura nella vittima: per parlare di stalking basta pubblicare foto osè della ex su Facebook, destabilizzandone la serenità e le abitudini.

L’amore finisce, i due si lasciano e lui, per vendetta o ripicca, pensa bene di pubblicare su Facebook, reiteratamente, foto intime della ex, nuda o in atti intimi, dopo aver creato un profilo falso (si tratta di account falsi, creati – però – da persone in carne ed ossa, utilizzati solitamente per tenere sotto controllo profili di altre persone. Si veda http://www.laleggepertutti.it/126146_facebook-profili-falsi-conseguenze-e-rimedi) e diffondendole in rete. Il risultato? Arresti domiciliari per il fidanzato vendicativo. La Corte di Cassazione, infatti, è chiara: la condotta posta in atto integra reato di stalking [1]!

Stalking: cos’è?

Il reato di stalking (dall’inglese to stalk = fare la posta, braccare la preda) [2] è una realtà in costante e preoccupante crescita, la cui condotta tipica consiste in comportamenti reiterati che si traducono in veri e propri atti persecutori tali da compromettere gravemente, psicologicamente e fisicamente, la vittima: ad esempio, comportamenti invadenti, di intromissione, con pretesa di controllo, minacciandola costantemente con telefonate, messaggi, appostamenti, ossessivi pedinamenti. In tal modo, si riesce a ingenerare nella persona perseguitata la paura e il fondato timore di un pericolo concreto nei confronti propri e/o dei propri familiari, minacciandone, dunque, anche la sfera affettiva, la serenità, le abitudini.

Con l’avvento del social network, internet è diventato un ulteriore strumento per porre in essere condotte moleste e persecutorie, come il caso di cui stiamo parlando dimostra: gli utenti di Facebook sono milioni e – lo capiamo facilmente – la portata di comportamenti di questo genere è amplificata all’ennesima potenza, soprattutto da parte di soggetti – e sono numerosi – la cui unica intenzione è quella di offendere il decoro o l’onore delle vittime, di molestarle (cyberstalking) o denigrarle (cyberbullismo).

Stalking: cosa si rischia?

Il reato di stalking viene punito con la reclusione dai 6 mesi ai 4 anni, con aggravamenti di pena se il reato viene commesso da un coniuge o da un individuo legato sentimentalmente alla vittima. Non dimentichiamo che, nel 55% dei casi, lo stalking avviene all’interno di una relazione di coppia.

Per chiunque infastidisca o minacci una persona anche attraverso il web è prevista la condanna al carcere fino a 4 anni: mail ossessive, video e messaggi personali lanciati attraverso i social network sono in grado di produrre un risultato del tutto analogo a quello causato da telefonate assillanti e appostamenti sotto casa.

 

Stalking su Facebook: quando si configura?

Non a caso, la Suprema Corte respinge nettamente la tesi difensiva dell’uomo, secondo cui non quello posto in essere ai danni della fidanzata non è stalking, in quanto non ci sarebbe prova del fatto che la stessa si sia trovata in uno stato di ansia e di paura, né avrebbe subito un cambiamento delle sue abitudini di vita.

Per poter ritenere sussistente il reato di cui parliamo, infatti, è più che sufficiente che le condotte persecutorie vengano reiterate costantemente in un arco di tempo lungo (ad esempio, diversi mesi). Conta, inoltre, il modo in cui vengono attuate e la loro capacità, anche implicita ma comunque innegabile, di creare nella vittima uno stato di ansia e di paura.

Tutti elementi ben presenti nel caso di specie, considerato che la donna si è perfino rivolta a un terapeuta.

D’altronde, per quanto riguarda la mancanza di prova del grave stato d’ansia lamentata dall’uomo, affinché esso si verifichi, non è necessario uno stato patologico ma è sufficiente che atti posti in essere abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima [3].

Stalking su Facebook: come difedersi?

Eppure, anche Facebook ci mette a disposizione degli strumenti per difenderci da coloro che minacciano di condividere contenuti che si vuole mantenere privati, come messaggi, foto, video, magari ricattandoci con richieste di denaro o altro.

Come fare? Le possibilità sono diverse.

  • Segnala questo episodio alle forze dell’ordine;
  • segnala questa persona a Facebook: non devi far altro che collegarti alla pagina del suo profilo e cliccare sulla voce “Segnala/blocca questa persona” che si trova in fondo a sinistra. Nel riquadro che si apre, occorre indicare, mettendo il segno di spunta accanto alla voce relativa, il motivo per cui vuoi segnalare la persona selezionata ai responsabili di Facebook (ad esempio, “questa persona mi molesta o mi prende in giro”, “questo profilo finge di rappresentare qualcun altro o è falso”, ecc…). Una volta inseriti tutti i dati che ci vengono chiesti, basta cliccare sul pulsante “Continua” e mettere il segno di spunta accanto alla voce “Confermo”. Clicca, poi, su “Continua” e poi su “OK”. La segnalazione è inviata;
  • blocca questa persona: così facendo, essa non potrà più visualizzare la tua lista di amici, non potrà iniziare una conversazione con te o vedere i contenuti che pubblichi sul tuo profilo. Basta mettere il segno di spunta accanto alla voce “Blocca [nome della persona da bloccare]” nel riquadro che compare dopo aver cliccato sulla voce “Segnala/blocca questa persona”;
  • ad ogni modo, evita di condividere qualcosa che non desideri mostrare ad altre persone.

Per i minorenni, sono a disposizione linee di assistenza o un servizio chat di assistenza, che garantiscono l’anonimato e, spesso, sono in grado di mettere in contatto con un avvocato specializzato in assistenza delle vittime o un altro consulente legale nelle vicinanze.

note

[1] Cass., sent. n. 12203, del 23.03.2015.

[2] Art. 612 bis cod. pen.

[3] Ex plurimis Cass., sent. n. 8832 del 07.03.2011. e Cass., sent. n. 16864, del 10.01.2011.

Corte di Cassazione, sezione V Penale

Sentenza 13 gennaio – 23 marzo 2015, n. 12203

Presidente Savani – Relatore Lignola

 

Ritenuto in fatto

  1. B.S., tramite il difensore, avv. S.V., ricorre avverso l’ordinanza in data 28 ottobre 2014 con la quale il Tribunale del Riesame di Napoli ha confermato il provvedimento del 14 ottobre 2014 del G.I.P. di quel Tribunale, di applicazione della misura coercitiva degli arresti domiciliare per il reato di cui all’art. 612 bis cod. pen., in danno di L.A., con la quale aveva avuto una relazione sentimentale durata circa tre anni; nel febbraio 2014 la donna aveva deciso di interrompere tale relazione ed era tornata a vivere presso l’abitazione della famiglia d’origine.

Dall’ordinanza impugnata e da quella del giudice di primo grado emerge che la condotta dell’indagato è consistita in una serie di minacce gravi, perpetrate attraverso l’invio alla L., al cognato, al nipote minorenne e alla datrice di lavoro, attraverso strumenti informatici (quali un falso profilo facebook, creato con il nome della persona offesa ed altro profilo creato con il nome di suo padre), ed in tempi diversi, di foto intime, che ritraevano la donna nuda o nell’atto di compiere atti sessuali, con l’esplicitazione della volontà di diffonderle pubblicamente e di farle vedere ai figli.

  1. II ricorrente, premesso che al di là di ogni valutazione circa la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, aveva richiesto al Tribunale dei riesame l’annullamento dell’ordinanza, in considerazione dell’insussistenza o dell’attenuazione delle esigenze cautelari ed aveva contestato la configurabilità nel caso di specie, sotto il profilo oggettivo, del reato di atti persecutori, deduce l’inesistenza dei gravi indizi di colpevolezza, poiché non sono sufficienti ai fini della configurabilità del delitto di atti persecutori reiterati atti di minaccia o di molestia nei confronti di un soggetto, ma è necessaria anche la determinazione di uno stato d’ansia o di paura o la sussistenza di un fondato timore per la propria incolumità; sotto altro profilo evidenzia l’inesistenza di esigenze cautelari, in considerazione della cessazione dei rapporti tra le parti. Infine viene ritenuto “censurabile il criterio di politica giudiziaria del Tribunale del Riesame”.

 

Considerato in diritto

  1. II ricorso è inammissibile per genericità.
  2. II ricorrente deduce l’insussistenza del reato di atti persecutori, per carenza dell’evento, senza in alcun modo confrontarsi con la precisa ricostruzione operata dal Tribunale del riesame, nella cui ordinanza si chiarisce che i comportamenti dell’indagato, “susseguitisi per mesi e mesi, determinavano nella vittima un grave stato d’ansia e una incontrollabile paura (come d’altronde è naturale immaginare), che l’avevano costretta a modificare le proprie abitudini ed a rivolgersi ad uno psicologo presso il centro di sostegno A.I.S. Seguimi ONLUS di Portici”.

In punto di esigenze cautelare il ricorso si limita ad escluderle, in considerazione della cessazione dei rapporti tra le parti, ignorando anche in questo caso la puntuale indicazione del provvedimento impugnato, che nella molteplicità degli episodi narrati dalla persona offesa e, nel crescendo dell’aggressività, individua una personalità trasgressiva, invadente ed allarmante non contenibile con una misura meno afflittiva.

L’ultima considerazione del ricorrente, riportata testualmente in punto di fatto, è del tutto incomprensibile.

2.1 Nel trascurare di confrontarsi con le argomentazioni del provvedimento oggetto di censura, l’atto di impugnazione non rispetta il requisito di cui all’art. 581, lett. c), cod. proc. pen., secondo il quale devono essere enunciati ‘i motivi, con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta’. Tale norma ha l’evidente significato di imporre al titolare del diritto di impugnazione di individuare i capi e i punti dell’atto impugnato che si intende sottoporre a censura e di esprimere un vaglio critico in ordine a ciascuno di essi, formulando argomentazioni che espongano critiche analitiche (e, in definitiva, le ragioni del dissenso rispetto alle motivazioni del provvedimento impugnato) le quali siano capaci di contrastare quelle in esso contenute, al fine di dimostrare che il ragionamento del giudice è carente o errato.

2.2 La mancanza di specificità del motivo, infatti, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità, conducente, a mente dell’art. 591, comma primo, lett. c), cod. proc. pen., all’inammissibilità.

  1. In conclusione il ricorso dell’imputato deve essere dichiarato inammissibile; alla declaratoria di inammissibilità segue, per legge, la condanna al pagamento delle spese processuali nonché (trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile alla volontà, e quindi a colpa, del ricorrente: cfr. Corte Costituzionale sent. n. 186 del 7-13 giugno 2000) al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in euro 1.000,00 per ciascun ricorrente.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

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