Offese online al Presidente della Repubblica: è ancora reato
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4 Ago 2016
 
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Offese online al Presidente della Repubblica: è ancora reato

Post diffamatori su Facebook: inevitabile la contestazione dei reati di “offese al presidente della Repubblica” e “vilipendio alla nazione italiana”.

 

Sì alla critica politica, ma fino a quando non diventa disprezzo, ingiustificato attacco alla persona e, in definitiva, una diffamazione bella e buona: se poi l’oggetto delle offese è il Presidente della Repubblica, per chi pubblica i post su Facebook scatta la contestazione del reato di “offese al Presidente della Repubblica” e “Vilipendio alla nazione italiana”. È quanto chiarisce la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

L’attuale situazione politica del Paese, per quanto infiammata e caratterizzata da climi di forte polemica, non giustifica una nuova interpretazione del significato delle parole utilizzate dai cittadini nei confronti delle istituzioni: comunque ci si schieri, si devono rispettare i confini della liceità. Risultato: chi offende il Presidente della Repubblica e le istituzioni subisce il procedimento penale. Non solo: la polizia giudiziaria può disporre prima la perquisizione e poi il sequestro del materiale utilizzato dal colpevole per postare su Facebook i commenti ingiuriosi, come computer e cellulare, hard disk e pen drive.

 

Irrilevante – nel caso di specie – che a dare il “la” alla vicenda sia stata una “segnalazione anonima”, cui è seguita poi “l’attività di indagine della polizia giudiziaria”. E per i giudici del Tribunale è da considerare assolutamente legittimo il successivo “provvedimento” che autorizza il sequestro del materiale necessario per la pubblicazione dei post su Facebook. Secondo la Cassazione, infatti, la cosiddetta “fonte anonima” della segnalazione ben può essere utilizzata per procedere alle indagini, al successivo sequestro e, quindi, all’acquisizione delle prove del reato.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 22 aprile – 4 agosto 2016, n. 34450
Presidente Conti – Relatore Carcano 

Ritenuto in Fatto

1.M.A. propone ricorso contro l’ordinanza in epigrafe indicata con la quale è stato rigettato l’appello avverso il provvedimento del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona di perquisizione e sequestro di un cellulare, una pendrive e due hard disk; perquisizione e sequestro disposti in relazione ai delitti di cui agli artt. 278, 291, e 314 c.p. per i quali M. risulta/ indagato.
Il Tribunale ritiene infondato il riesame proposto anzitutto perché il concetto di fimus dei reato che caratterizza il sequestro príîbatvrlo, a differenza di quello preventivo, non può che essere orientato all’esigenza di assicurare le “fonti di prova”.
In secondo luogo, l’utilizzo di una “denuncia anonima” è giustificato poiché si è in presenza di una fonte volta a stimolare l’attività di indagine d’iniziativa della polizia giudiziaria. Ne discende che, entro tali limiti, una volta acquisita la notizia di reato, all’esito delle indagine svolta dagli inquirenti, perquisizione e sequestro sono utilizzati quali mezzi di accertamento della prova e non della notizia di reato.
Nel caso

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[1] Cass. sent. n. 34450/16 del 4.08.2016.

 


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