Se mi licenzio prendo la disoccupazione?
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7 Ago 2016
 
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Se mi licenzio prendo la disoccupazione?

Naspi: per ottenere l’assegno di disoccupazione le dimissioni del dipendente devono avvenire per giusta causa.

 

Se il dipendente “si licenzia ha diritto all’assegno di disoccupazione solo a condizione che le dimissioni siano avvenute per “giusta causa”; diversamente alcun sussidio come la Naspi gli può essere erogato dall’Inps.

 

Quando il lavoratore si licenzia (in verità, è più corretto dire “si dimette”, essendo il “licenziamento” l’atto tipico del datore di lavoro) le motivazioni alla base di tale scelta possono essere le più disparate: ragioni di carattere personale, una diversa occupazione, incompatibilità lavorative per questioni di carattere fisico o ambientale (ad esempio, incomprensioni con colleghi, superiori gerarchici, datore di lavoro), mancato pagamento dello stipendio, demansionamento, comportamenti mobbizzanti da parte dei vertici dell’azienda, molestie sul luogo di lavoro, riduzione dell’orario di lavoro conseguente a uno stato di crisi dell’impresa, ecc.

Possiamo quindi dire che le dimissioni possono essere divise in due macro categorie:

  • quelle a cui il lavoratore è costretto per via di circostanze che si riflettono negativamente su di lui e che rendono non più proseguibile il rapporto di lavoro; in tali casi il dipendente è di fatto obbligato a dimettersi per non subire un’ingiustizia, ma, in assenza di tali situazioni, egli avrebbe proseguito il rapporto di lavoro;
  • quelle invece dettate da valutazioni personali del lavoratore, anche se motivate da ragioni di carattere impellente (curare un familiare che ha bisogno di assistenza), motivazionale (impossibilità di crescita all’interno dell’azienda) o conflittuali (diverbi con colleghi e/o antipatie reciproche).

Solo nel primo caso le dimissioni danno diritto all’ottenimento dell’assegno assistenziale dell’Inps (attualmente si chiama Naspi). In altre parole, per rispondere alla domanda introduttiva, se il dipendente si licenzia non sempre prende la disoccupazione: ne ha diritto solo quando la sua scelta non è dettata dalla sua volontà, ma dalla necessità di evitare un’ingiustizia ai suoi danni.

 

 

In quali casi, se mi licenzio prendo la disoccupazione?

Sulla scorta di alcune sentenze, possiamo elencare alcuni dei casi più tipici di dimissioni per giusta causa, che danno cioè diritto all’indennità di disoccupazione:

  • mancato o ritardato pagamento della retribuzione;
  • omesso versamento dei contributi (salvo che tale inadempimento sia stato a lungo accettato dal lavoratore) [2];
  • comportamento ingiurioso del superiore gerarchico verso il dipendente [3];
  • pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente;
  • molestie sessuali perpetrate dal datore di lavoro nei confronti del dipendente;
  • significativo svuotamento del numero e del contenuto delle mansioni, tale da determinare un pregiudizio al bagaglio professionale del lavoratore (cosiddetto “demansionamento”) [4];
  • mobbing;
  • nel caso di litigio avvenuto con i colleghi sul luogo di lavoro, perché esso dia luogo a dimissioni per giusta causa si deve trattare di un abuso posto ai danni del dipendente e non di uno screzio reciproco; il dipendente si deve trovare cioè in una condizione di inferiorità, costretto a subire l’ingiustizia per via del numero di colleghi postisi contro di lui (si pensi a un tale puntualmente preso in giro da tutti gli impiegati del proprio ufficio) o della superiore posizione gerarchica degli stessi. Il datore di lavoro è infatti obbligato a garantire la salute sul luogo di lavoro non solo sotto un aspetto fisico, ma anche psichico.

 

 

Dimissioni: a cosa ha diritto il lavoratore?

Il lavoratore che dà le dimissioni per giusta causa ha diritto:

– all’indennità sostitutiva del preavviso;

– a richiedere l’indennità di disoccupazione.

 

 

A quali condizioni, se mi licenzio, prendo la disoccupazione?

In aggiunta alla perdita involontaria dell’occupazione, occorre che il lavoratore sia in possesso, congiuntamente, dei seguenti requisiti:

stato di disoccupazione involontaria;

– almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;

– 30 giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

 

Lo stato di disoccupazione, che presuppone l’assenza di un impiego e la dichiarazione di immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il Centro per l’impiego deve permanere per tutto il periodo di fruizione dell’indennità.

Come detto lo stato di disoccupazione deve essere involontario.

 

Come anticipato sopra, il dipendente che “si licenzia” ha diritto alla disoccupazione in alcune ipotesi di cessazione involontaria del rapporto ed altre ad esse assimilate. Eccole:

 

  • licenziamento disciplinare [5];
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta in sede protetta (procedura di conciliazione presso la DTL);
  • risoluzione del rapporto di lavoro avvenuta per via del rifiuto del dipendente a trasferirsi ad altra sede della stessa azienda, purché distante oltre 50 km dalla residenza o raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici [6];
  • mancato pagamento della busta paga;
  • l’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative;
  • mobbing;
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  • trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive”;
  • ingiurie proferite dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente;
  • dimissioni rassegnate durante il periodo tutelato di maternità (da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio).

[1] Cass. sent. n. 5146/1998; n. 648/1988.

[2] Cass. sent. n. 1339/1983; n. 2956/1980.

[3] Cass. sent. n. 1542/2000; n. 5977/1985.

[4] Cass. sent. n. 13485/2014.

[5] Risp. Interpello Min. Lav. 24 aprile 2015 n. 13; Circ. INPS 29 luglio 2015 n. 142.

[6] Circ. INPS 29 luglio 2015 n. 142.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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