Indagini bancarie, prelievi e versamenti liberi
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7 Ago 2016
 
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Indagini bancarie, prelievi e versamenti liberi

Professionisti: benché la sentenza della Corte Costituzionale fa riferimento solo ai prelievi dal conto corrente, la presunzione di evasione non vale anche per i prelievi.

 

Professionisti senza più obbligo di dar conto, al fisco, dei movimenti sul conto corrente: non sono liberi, quindi, solo i prelievi, ma anche i versamenti. Per cui, in caso di indagine bancaria, non scatta alcun accertamento fiscale se il contribuente non riesce a dimostrare, all’Agenzia delle Entrate, la motivazione di una movimentazione sospetta. A dirlo è una importante sentenza di ieri della Cassazione [1].

 

Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato in “Versamenti e prelievi sul conto: quali rischi?”. La legge [2] consente, all’Agenzia delle Entrate, di rettificare il reddito di quei contribuenti (soprattutto imprenditori) non in grado di giustificare i movimenti (sia versamenti che prelievi) transitati sui propri conti correnti. Sulla base dell’esperienza pratica, infatti, a “costi in nero” corrispondono quasi sempre “ricavi in nero”. In buona sostanza, nessuno preleva dal proprio conto una cospicua somma di denaro se non per investirla in un’altra attività remunerativa, che gli consenta quantomeno di “rientrare” nella spesa. Pertanto, se il contribuente non riesce a spiegare al fisco per quale scopo ha utilizzato la somma prelevata dal conto, l’Agenzia delle Entrate è legittimata a ritenere che la vera finalità sia un investimento e che, da questo, sia derivato un ulteriore reddito. Risultato: scatta subito un accertamento fiscale.

Nel 2014, la Corte Costituzionale ha ritenuto illegittima l’applicazione di tale norma anche ai professionisti [3]: la motivazione principale consiste nel fatto che tale categoria di contribuenti non è tenuta a una doppia contabilità e, quindi, dal conto professionale fa transitare anche le spese personali e familiari. Dunque, tenere traccia di ogni utilizzo del contante prelevato o versato sul conto corrente risulterebbe improbo.

 

In verità, la sentenza della Corte Costituzionale fa riferimento solo ai prelievi sul conto corrente; in essa non si parla, quindi, dei versamenti. Senonché, la Cassazione, in questi due anni – e da ultimo ieri – ha esteso la portata della pronuncia della Consulta anche ai versamenti. Secondo la Suprema Corte, in conseguenza dell’incostituzionalità, non sono più sottoposti alla presunzione “di nero” non solo i prelevamenti, ma anche i versamenti effettuati dal professionista. Dunque, i professionisti sono al riparo da indagini bancarie per qualsiasi tipo di movimentazione sul conto.

 

Risultato: non potendosi applicare la presunzione di nero nel caso di prelievi e versamenti non giustificati, qualora l’Agenzia delle Entrate sospetti che dietro a un prelievo o a un versamento di un professionista si nasconda un’evasione fiscale deve darne dimostrazione. In pratica, l’onere della prova è a carico del fisco.

 

La pronuncia della Corte Costituzionale – come tutte le sue della Consulta – ha applicazione retroattiva, con la conseguenza che non possono essere effettuati accertamenti bancari anche su operazioni passate.

Ne consegue che in ipotesi di indagini finanziarie a carico di soggetti titolari di reddito di lavoro autonomo sia i prelevamenti sia i versamenti che non trovano adeguata giustificazione nella contabilità, non possono automaticamente costituire maggiori compensi, salvo che l’ufficio riesca a provare tale circostanza.


[1] Cass. sent. n. 16440/16 del 5.08.2016.

[2] Art. 32 Dpr 600/73. La norma dispone una presunzione legale in favore del fisco, secondo la quale i versamenti e i prelevamenti non giustificati possono essere considerati ricavi

[3] C. Cost. sent. n. 228/2014.

 


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