Depressione: paziente suicida, psichiatra in carcere
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7 Ago 2016
 
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Depressione: paziente suicida, psichiatra in carcere

Responsabilità professionale medica per lo psichiatra che non prescrive una terapia farmacologica e una sorveglianza 24 ore su 24 al paziente ricoverato per disturbo bipolare con tendenze al suicidio.

 

Responsabilità medica anche per lo psichiatra se il paziente – ricoverato al reparto di Neuropsichiatria, con disturbo bipolare in fase depressiva con tendenze suicide – si toglie la vita dentro la stessa struttura ospedaliera. Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], lo psichiatra è responsabile di omicidio colposo se non prescrive una terapia farmacologica e, soprattutto, una massima sorveglianza sul malato.

 

La vicenda in oggetto vede la condanna, con l’accusa di omicidio colposo, di un medico psichiatra a cui è stata addebitata la responsabilità per la morte di una donna, uccisasi lanciandosi da un’impalcatura allestita all’esterno della struttura, dopo essere stata ricoverata nel reparto di Neuropsichiatria a causa di una sindrome depressiva con tendenze suicide.

 

Decisiva la constatazione che il professionista medico non ha adottato «le adeguate misure di protezione, idonee a impedire che la donna» – «ricoverata con diagnosi di disturbo bipolare in fase depressiva, caratterizzata da depressione del tono dell’umore con ideazione negativa a sfondo suicidario» – «si allontanasse dalla stanza» in cui era collocata e «raggiungesse un’impalcatura allestita all’esterno della struttura ospedaliera, lasciandosi infine cadere nel vuoto, così trovando la morte».

È evidente il rapporto di causa-effetto che c’è tra le omissioni addebitabili allo psichiatra e la morte della donna. Quest’ultima era affetta da «psicosi maniaco-depressiva, che si caratterizza per l’alternarsi di episodi di malattia con momenti di scompenso» e per «un alto rischio di suicidio, valutabile come trenta volte superiore a quello della popolazione generale». Non a caso, la donna si era già resa protagonista di «due precedenti tentativi di suicidio».

 

Lo psichiatra deve prestare la massima diligenza nel saper distinguere i “soggetti ad alto rischio” e prescrivere per essi non solo interventi di tipo farmacologico ma anche una stretta sorveglianza, intesa come “assistente della paziente ventiquattro ore su ventiquattro”. E ciò a maggior ragione laddove sia largamente prevedibile il rischio di un nuovo tentativo di suicidio.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 14 giugno – 1 agosto 2016, n. 33609
Presidente Bianchi – Relatore Dell’Utri

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza resa in data 20/1/2015, la Corte d’appello di Catania ha confermato la decisione in data 20/12/2013 con la quale il Tribunale di Catania ha condannato D.P. alla pena di giustizia, oltre al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, in relazione al reato di omicidio colposo commesso, ai danni di F.G. , in violazione della disciplina sull’esercizio della professione medica, in (omissis) .
All’imputato, in qualità di medico psichiatra in servizio presso il reparto di neuropsichiatria della casa di cura (omissis) , era stata originariamente contestata la condotta colposa consistita nell’omessa adozione, in violazione dei tradizionali parametri della colpa generica, delle adeguate misure di protezione idonee a impedire che la paziente, ricoverata con diagnosi di disturbo bipolare in fase depressiva caratterizzata da depressione del tono dell’umore con ideazione negativa a sfondo suicidario, si allontanasse dalla stanza in cui era ricoverata, raggiungesse un’impalcatura allestita all’esterno della struttura ospedaliera, lanciandosi infine cadere nel vuoto così trovando la morte.
2. Avverso la sentenza

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[1] Cass. sent. n. 33609/16 del 1.08.2016.

 


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