IVA non versata: quando non c’è reato
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7 Ago 2016
 
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IVA non versata: quando non c’è reato

Non scatta il reato se il complessivo ammontare di IVA relativo allo stesso periodo di imposta non supera 250 mila euro o se il superamento della soglia è stato determinato da forza maggiore.

 

Con una recente sentenza [1], la Cassazione ha chiarito in quali casi il mancato versamento dell’IVA integra reato e quando, invece, il contribuente evita il procedimento penale.

 

 

La soglia di evasione dell’IVA

La soglia di evasione dell’IVA oltre la quale scatta il reato è ora di 250 mila euro (riferita al medesimo periodo di imposta) [1]. La nuova previsione vale anche per il passato: la recente depenalizzazione ha infatti effetto retroattivo e si applica sia alle violazioni successive che a quelle anteriori all’entrata in vigore della legge dell’anno scorso.

In questi casi, il procedimento penale si chiude con l’assoluzione piena dell’imputato perché il “fatto non sussiste”.

 

 

La forza maggiore

Nell’ipotesi in cui, invece, il contribuente dovesse superare il limite dei 250 mila euro potrebbe giustificare l’evasione dimostrando che è stata determinata da una forza maggiore: in buona sostanza l’imprenditore o il titolare della partiva IVA deve essersi trovato, suo malgrado e per cause non dipendenti dalla propria volontà, nell’impossibilità oggettiva di pagare. Secondo la Cassazione, la mancata disponibilità della somma necessaria per soddisfare il debito tributario non costituisce forza maggiore qualora derivi da una precisa scelta di politica imprenditoriale.

 

 

La tenuità dell’offesa

Una recente riforma ha previsto l’esclusione della pena per tutti quei reati che siano punti con pena detentiva fino a massimo 5 anni o solo con pena pecuniaria, a condizione che il giudice ritenga l’offesa, posta in essere dal reo, di particolare tenuità e il suo comportamento non sia abituale (recidiva). Tale valutazione viene fatta in base alle modalità della condotta e all’esiguità del danno o del pericolo.

La Suprema Corte ha affermato che la suddetta causa di non punibilità può trovare applicazione anche in caso di omesso versamento dell’IVA; è necessario però che la tenuità dell’offesa non sia valutata solo con riferimento all’eccedenza rispetto alla soglia di punibilità introdotta dalla legge, ma deve essere considerata con riferimento alla “condotta nella sua interezza”, operando un raffronto con la somma complessiva dell’imposta non versata. Il comportamento del contribuente, inoltre, non deve costituire la reiterazione di una condotta già precedentemente realizzata: tale reiterazione costituisce una condizione ostativa al riconoscimento della particolare tenuità.


In pratica

L’indisponibilità della somma necessaria per pagare un debito tributario non costituisce forza maggiore se deriva da una precisa scelta di politica imprenditoriale.

Il mancato superamento della soglia prevista implica l’assoluzione dell’imputato perchè «il fatto non sussiste».

La tenuità dell’offesa non può essere valutata con esclusivo riferimento all’eccedenza rispetto alla soglia di punibilità introdotta dalla legge, ma deve essere considerata con riferimento alla «condotta nella sua interezza».

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 11 maggio – 18 luglio 2016, n. 30397
Presidente Fiale – Relatore Scarcella

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 25/05/2015, depositata in data 22/06/2015, la Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della sentenza emessa dal locale tribunale in data 1/10/2014, riduceva la pena inflitta a H.R. a mesi 11 di reclusione, confermando nel resto la sentenza appellata che lo aveva riconosciuto colpevole dei reati di omesso versamento IVA relativamente al periodo di imposta 2007 (imposta evasa pari ad Euro 137.776,00) ed al periodo di imposta 2008 (imposta evasa pari ad Euro 283.149,00), commessi nella qualità di legale rappresentante pro – tempore della s.r.l. Holding Costruzioni Generali con sede in (…).
2. Ha proposto ricorso H.R. , a mezzo del difensore fiduciario cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce tre motivi di ricorso, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen..
2.1. Deduce, con il primo ed il secondo motivo – che, attesa l’omogeneità delle doglianze ad essi sottese, meritano trattazione congiunta -, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen.,

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[1] Cass. sent. n. 30397/16 del 18.07.2016.

[2] Art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000.

 


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