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Lo sai che? Pubblicato il 8 agosto 2016

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Lo sai che? Cartelle Equitalia: imposte, interessi e sanzioni scadono in 5 anni

> Lo sai che? Pubblicato il 8 agosto 2016

Prescrizione: dopo la notifica della cartella di pagamento Equitalia deve riscuotere le somme entro cinque anni.

Se, entro cinque anni dalla notifica di una cartella di pagamento, Equitalia non avvia gli atti esecutivi, ossia non intraprende un pignoramento oppure non invia al contribuente un sollecito di pagamento, il credito per tributi erariali, sanzioni e interessi si prescrive. In termini più pratici, la cartella “scade” e non può essere più “resuscitata”. È quanto chiarisce la Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone in una recente sentenza [1].

Dopo la notifica della cartella di pagamento, Equitalia ha un termine per agire, termine che si definisce “prescrizione” e che è variabile a seconda del tipo di tributo. Ad esempio, è di 10 anni per quanto riguarda l’Iva o l’imposta di registro; è di 5 anni per i tributi locali (come Imu, Tasi, Tari), multe stradali, contributi previdenziali; è di 3 anni per il bollo auto, ecc.

Se questo termine decorre senza che Equitalia abbia avviato il pignoramento o abbia notificato ulteriori atti volti a intimare il pagamento al debitore (atti che, pertanto, servono a interrompere la prescrizione e a farla decorrere nuovamente da capo, a partire dal giorno successivo al ricevimento della diffida), il debito deve essere definitivamente “cancellato” e nulla è più dovuto.

Secondo la sentenza in commento, la prescrizione è di cinque anni non solo per le sanzioni e gli interessi, ma anche per i tributi erariali, che possono considerarsi un pagamento periodico: tra questi sarebbe considerato anche l’Irpef che, invece, secondo precedenti interpretazioni, si prescriverebbe nel giro di 10 anni. Insomma, la sentenza accorcia la prescrizione a un bel po’ di cartelle esattoriali, a tutte quelle cioè che riguardano tasse che si pagano annualmente.

La prescrizione diventa invece di 10 anni se il contribuente impugna la cartella e perde la causa. In tal caso, infatti, Equitalia agirà in forza del “giudicato” della pronuncia del giudice, ossia con un titolo che si definisce “giudiziale” e che, per legge, ha prescrizione decennale. Se invece il titolo resta la cartella, benché non impugnata, la prescrizione in questo caso è di cinque anni. La cartella di pagamento non opposta non è equiparabile a una sentenza passata in giudicato e non può, quindi, trovare applicazione la regola generale della prescrizione decennale.

Dunque, per sanzioni e interessi la prescrizione è quinquennale, come stabilisce la legge [2]. Tale posizione ricalca l’orientamento della Corte di cassazione espresso di recente [3]. A parere della Ctp, poi, anche i tributi erariali soggiacciono al termine quinquennale, potendo gli stessi annoverarsi tra “tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in periodi più brevi”, secondo quanto disposto dal codice civile [4].

note

[1] CTP Frosinone, sent. n. 553/02/16.

[2] Art. 20 del dlgs 472/97 (per le sanzioni) e art. 2948, n. 4, cod. civ. (per gli interessi).

[3] Cass. sent. n. 12715/2016.

[4] Art. 2948 n. 4 cod. civ.

[omissis] La questione va risolta in merito all’equiparazione, ai fini della prescrizione, tra una cartella divenuta definitiva per mancata impugnazione ed una sentenza passata in giudicato. Secondo l’Agenzia, la cartella di pagamento diventa un titolo esecutivo, ormai cristallizzatosi e divenuto definitivo per mancata impugnazione, da cui decorre in ogni caso la prescrizione decennale, poiché ai sensi dell’art. 2953 del codice civile «I diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni».

In effetti, una parte della giurisprudenza tributaria di merito ha sostenuto tale tesi, volta a equiparare i termini prescrizionali associabili a una sentenza passata in giudicato a quelli della cartella di pagamento non opposta, divenuta titolo esecutivo e definitivo anch’essa. Tale interpretazione, tuttavia, è stata avversata dalla dottrina e, soprattutto, non è conforme al pensiero della Corte di cassazione che, anche di recente, con la sentenza n. 12715 del 20 giugno 2016, ha ribadito che la definitività di una somma determinata dal passaggio in giudicato di una sentenza non è affatto equiparabile alla definitività di una somma determinata dalla mancata impugnazione di un atto della riscossione, non risultando estensibile a tale fattispecie la disciplina recata dall’art. 2953 del codice civile. Deve quindi riconoscersi la differenza tra gli effetti che si associano alla mancata impugnazione ed acquiescenza in relazione ad una cartella di pagamento, cioè ad una definitività amministrativa delle somme, e il diverso caso della definitività di una sentenza, col passaggio in giudicato della stessa. Pertanto, la cartella di pagamento definitiva non può allungare i termini di prescrizione, che rimangono quelli propri del tributo o della sanzione. In tal senso, non v’è dubbio che per le sanzioni il termine minimo di prescrizione sia di cinque anni dalla notifica della cartella di pagamento, ai sensi dell’art. 20, comma 3, dlgs 472/97, secondo cui «il diritto alla riscossione della sanzione irrogata si prescrive nel termine di cinque anni. Per quanto concerne, invece, la questione inerente alla prescrizione dei tributi erariali, nessuna norma specifica disciplina la fattispecie, per cui la Commissione ritiene che la stessa vada risolta nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 2948 n. 4 del codice civile, secondo cui è soggetto alla prescrizione breve tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in periodi più brevi. Per cui, indicando la norma la totalità delle prestazioni connotate dal dato periodico, tra le quali può includersi il pagamento dei tributi, il termine di prescrizione applicabile risulta essere di cinque anni. [omissis]

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