Il no all’assegnazione temporanea dove lavora il coniuge va motivato
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16 Set 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


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Il no all’assegnazione temporanea dove lavora il coniuge va motivato

Ho presentato istanza per ottenere l’assegnazione temporanea per ricongiunzione del nucleo familiare in base all’art. 42 bis del D.lgs 151/2001. Mi è stato  risposto negativamente con un provvedimento di rigetto privo di motivazione. Come mi posso tutelare?

 

Iniziamo con il dire che, a giudizio di chi scrive,  il provvedimento impugnato, essendo privo di motivazione, dovrebbe essere dichiarato nullo. E’ oramai pacifico in giurisprudenza, infatti,  il principio secondo il quale il provvedimento dell’amministrazione carente (nel senso di mancante) della motivazione – dal quale in sostanza non sia possibile evincere le ragioni giuridiche e di fatto  della sua adozione – debba essere considerato nullo.

 

Com’è noto, infatti, la legge 241/90 all’art. 3 ha sancito l’obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi, prescrivendo l’indicazione dei presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinano la decisione della pubblica amministrazione. I presupposti di fatto sono i supporti fattuali del provvedimento, ossia gli elementi ed i dati di fatto che sono stati oggetto di valutazione ai fini dell’adozione dello stesso; le ragioni giuridiche, costituenti il nucleo della motivazione, sono le argomentazioni ed i ragionamenti giuridici, appunto,  posti alla base del stesso. In questo modo, e solo in questo modo, in buona sostanza, il cittadino è posto nelle condizioni di valutare la correttezza dell’agire della p.a. potendo ricorrere al giudice nel caso in cui la p.a. abbia agito senza il rispetto di questi canoni ordinari di compilazione e redazione dei propri atti e/o provvedimenti.

 

Sotto questo profilo, infatti,  non può non evidenziarsi che la stessa giurisprudenza ha puntualizzato che alla luce dell’art. 3 della L. 241/90  “si impone in ogni caso all’Amministrazione l’obbligo di attuare procedimenti dai quali emergono con chiarezza non solo i caratteri di stretta legittimità formale dell’attività svolta, ma anche i presupposti concreti dai quali muovere l’iniziativa della Pubblica autorità[1].

Detto questo, chiarito cioè che sotto il profilo giuridico la doglianza (intesa quale ragione dell’impugnazione del provvedimento da dichiarare nullo) appare fondata,   devo anche dire che fare previsioni circa l’esito di una causa, di un giudizio o di una impugnazione,  rischia di essere  attività di “puro esercizio giuridico” nel senso che, non è mai facile prevedere l’esito di un processo qualunque ne siano i presupposti e le condizioni che l’hanno determinato.

 

Chi, quotidianamente, opera nel campo dell’esercizio pratico della giustizia, impara in fretta quanto sia arduo prevedere l’esito di un procedimento rischiando di deludere o, al contrario, enfatizzare, le legittime aspettative sottese a questo o a quel procedimento. Fatta questa doverosa premessa è opinione di chi scrive che, nel  caso in esame, anche considerata la piccolissima età della bimba,  il ricorso ha concrete possibilità di un esito positivo.


[1]  TAR Trento Sent. n. 456 del 14.12.92

 


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