Posso prendere documenti riservati dell’azienda per fare causa?
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9 Ago 2016
 
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Posso prendere documenti riservati dell’azienda per fare causa?

Il dipendente può utilizzare nel processo email e altri documenti procurati in modo illegittimo se serve per far valere i propri diritti nei confronti del datore di lavoro.

 

Il dipendente è libero di impossessarsi di documenti segreti dell’azienda, anche in modo illecito e violando la normativa sulla privacy (come ad esempio delle email riservate) se questo è necessario a far valere i propri diritti in una causa contro il datore di lavoro; è quanto chiarisce la Cassazione in una recente sentenza [1] che, tuttavia, riprende un orientamento già battuto in passato.

 

Le carte aziendali sono quindi pienamente utilizzabili nelle controversie di lavoro e questo perché il diritto alla difesa del lavoratore non può incontrare ostacoli di sorta e, dunque, prevale anche sulle esigenze di segretezza aziendale.

 

Tanto per dare un’idea di quali siano i confini del potere riconosciuto al lavoratore da questa sentenza, facciamo un esempio pratico. Immaginiamo il caso di un dipendente che faccia causa all’azienda ove lavora per il riconoscimento delle mansioni superiori da lui svolte di fatto, nonostante nulla preveda a riguardo il proprio contratto di assunzione. Così il lavoratore, per ottenere il riconoscimento delle differenze retributive, è costretto a procurarsi le prove di ciò che dice, ossia qualche documento o testimone con cui poter dimostrare al giudice di aver svolto compiti di rango “superiore” rispetto al proprio inquadramento. Egli, a tal fine, ben può entrare nella mail aziendale e girare, al proprio indirizzo email personale, alcune comunicazioni da questi intrattenute con fornitori o altri referenti esterni che provino lo svolgimento, da parte sua, di incarichi delicati e non previsti nelle proprie mansioni tipiche.

 

In tali casi, l’azienda non può contestare al dipendente la violazione del segreto aziendale o del codice disciplinare, che sanziona con il licenziamento la divulgazione di notizie attinenti la società.

 

Il lavoratore può quindi arrivare a produrre, nella causa contro il datore di lavoro, copia di atti e documenti aziendali che riguardino direttamente la sua posizione lavorativa. In tal caso, detta documentazione, sebbene acquisita illegittimamente, può essere utilizzata dal giudice per giungere alla sentenza di condanna dell’azienda. Il comportamento del dipendente che fruga nelle email o delle carte aziendali non è contrario al suo dovere di fedeltà se ciò è a lui necessario per esercitare i suoi diritti di lavoratore. Ciò anche per via del fatto che la normativa processuale è tale da impedire la divulgazione dei documenti prodotti in processo.

 

Secondo la Cassazione l’esercizio del diritto di difesa costituisce una scriminante della condotta (che, in altre occasione sarebbe illecito penale) posta dal lavoratore nel momento in cui si impossessa di documenti riservati dell’azienda.

 

Per affinità di argomento citiamo anche una sentenza della Corte di Appello di Milano [2] secondo cui i contenuti di una mailing list aziendale riservata ai dipendenti godono delle stesse tutele riconosciute dalla Costituzione alla corrispondenza privata e come tali non possono essere utilizzati dal datore di lavoro per contestare condotte illecite ai lavoratori. In buona sostanza c’è una asimmetria di tutela: se il dipendente può acquisire documenti riservati dell’azienda, anche in violazione delle leggi penali e sulla privacy, qualora ciò serva per difendere i suoi diritti, altrettanto non può fare il datore di lavoro. L’azienda non può utilizzare, come prova del comportamento scorretto di un lavoratore, un’email di una mailing list interna dei dipendenti, a meno che non venga a conoscenza su iniziativa di uno degli stessi destinatari, che abbia chiesto tutela rispetto ad affermazioni mobbizzanti.

La Corte territoriale, in primis, afferma che i messaggi di posta elettronica inviati nell’ambito della mailing list riservata ai piloti costituiscono “corrispondenza epistolare privata”. Infatti, “la pluralità di destinatari non comporta l’indeterminatezza degli stessi” in quanto “solo gli iscritti, esattamente individuati, possono accedere alla lista”.

 

Va dunque operato un bilanciamento degli interessi contrapposti: “da un lato il diritto alla segretezza della corrispondenza privata, dall’altro l’obbligo del datore di lavoro di tutelare la persona del lavoratore”. In definitiva, le mail non sono utilizzabili, avendo come contenuto osservazioni, anche se poco edificanti per chi le ha scritte, sulle vertenze sindacali in corso”.


[1] Cass. sent. n. 14305/2016. Cfr. anche Cass. sent. n. 6420/2002.

[2] C. App. Milano, sent. n. 439/16 del 24.03.2016.

 


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