Insultare il vicino di casa non è più reato
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10 Ago 2016
 
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Redazione
 


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Insultare il vicino di casa non è più reato

La mia vicina mi ha detto in faccia numerose parolacce: la posso denunciare anche se non ho testimoni? Cosa rischia?

 

Insultare il vicino di casa non è più reato: l’offesa proferita nei confronti di un’altra persona, alla presenza di quest’ultima, costituisce ingiuria [1] e, dallo scorso inverno, questo illecito è stato depenalizzato. Con la conseguenza che, in caso di parolacce o altri insulti al dirimpettaio o al proprietario del piano di sopra per i rumori notturni, l’unico modo per la vittima di tutelarsi è iniziare una causa civile per ottenere il risarcimento del danno. All’esito del giudizio, il giudice infligge al colpevole, oltre all’indennizzo da pagare alla controparte, anche una sanzione da versare nella Cassa ammende statale: in particolare, la multa varia da un minimo di 100 a un massimo di 8mila euro; se però l’ingiuria è commessa in presenza di più persone oppure attribuendo alla parte offesa un fatto determinato la sanzione passa da 200 a 12mila euro. Se però la causa civile non viene iniziata, il colpevole non potrà mai essere condannato neanche alla sanzione economica e resterà impunito.

 

Chi ha insultato il vicino di casa però la scampa anche per le offese dette prima della riforma o nel caso di processo avviato prima della stessa e ancora non divenuto definitivo: difatti la nuova normativa, in quanto più favorevole al reo nel trattamento sanzionatorio, ha effetti retroattivi. Se però c’è già stata una sentenza di primo grado, sebbene la condanna potrà essere annullata in secondo appellandosi alla predetta depenalizzazione, resta fermo l’effetto civile dell’obbligo a risarcire il danno.

 

Tuttavia gli insulti al vicino di casa, per poter dar luogo a risarcimento del danno, vanno dimostrati al giudice. E qui viene la parte più difficile. Perché se in passato, quando tale condotta costituiva reato di ingiuria, le dichiarazioni della vittima potevano assumere valore di prova se ritenute dal giudice “verosimili” e attendibili, oggi non è più così. Difatti, il processo civile esclude che le parti possano essere testimoni di se stesse. Non resta che procurarsi altre prove come una registrazione vocale o la prova testimoniale di un vicino che abbia sentito, magari perché nascosto all’interno del proprio appartamento, le parole ingiuriose. Insomma, tutelarsi dall’ingiuria è diventato molto più difficile rispetto al passato proprio per via della difficoltà nella ricerca della prova.

 

Si rimane nell’ambito del “penale”, tuttavia, se, insieme all’ingiuria, il colpevole proferisce, nei confronti del vicino di casa, anche minacce (leggi “Ingiuria: reato solo se c’è minaccia”): in tal caso il comportamento continua a costituire reato e le dichiarazioni della vittima possono, da sole, fondare la decisione di colpevolezza del giudice.

 

Un vantaggio che la riforma ha comportato è in termini di prescrizione dell’illecito: se in precedenza il vicino di casa offeso doveva presentare la querela in Procura o ai Carabinieri entro 90 giorni dal fatto, oggi la causa civile può essere intrapresa entro 5 anni.


[1] Art. 594 cod. pen. abrogato.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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