Separazione: quali diritti se ho tollerato il tradimento?
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31 Ago 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Separazione: quali diritti se ho tollerato il tradimento?

L’infedeltà del coniuge, anche se tollerata per anni, non preclude la richiesta di addebito: prima di fare causa meglio però valutare pro e contro della scelta.

 

Sono sposata da oltre 30 anni, con un figlio maggiorenne a carico; sono disoccupata, mentre mio marito ha sempre lavorato. Durante il matrimonio lui ha avuto più di una relazione extraconiugale (cosa che posso provare). Vorrei conoscere i miei diritti nel caso dovessi decidere di separarmi.

 

 

Ciascuno dei coniugi può autonomamente e in qualsiasi momento chiedere la separazione [1] quando sia intervenuta una semplice situazione di disaffezione alla vita matrimoniale tale da rendere non più tollerabile la convivenza.

Ciò significa, in parole semplici, che anche il semplice disamoramento, anche non provocato da motivi particolari – quali possono essere l’infedeltà coniugale (come nel caso riguardante la lettrice) – rappresenta un motivo sufficiente per poter lecitamente rivolgersi al giudice della separazione, senza che questi debba o possa indagare in alcun modo sulle ragioni alla base della domanda.

 

 

Separazione: quando si può chiedere l’addebito?

La stessa legge, tuttavia, prevede che quando la scelta di separarsi sia determinata dalla violazione da parte del coniuge di uno dei doveri derivanti dal matrimonio [2] (coabitazione, fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia), in tal caso sia possibile chiedere al giudice di pronunciare la separazione con addebito [1], ossia la dichiarazione con cui il giudice attribuisce a uno dei coniugi la responsabilità della fine del matrimonio.

 

 

Separazione con addebito: quali conseguenze?

La fedeltà rappresenta, infatti, l’essenza stessa del matrimonio e se pure è vero, che l’adulterio non è più un reato come un tempo [3], tuttavia da esso possono derivare determinati effetti giuridici, quali appunto quelli propri dell’addebito.

Nello specifico, infatti, il coniuge che si veda addebitata la separazione subisce:

– la perdita dell’eventuale diritto ad un assegno di mantenimento (che dovrebbe garantirgli un tenore di vita il più vicino possibile a quello avuto durante il matrimonio); in caso di bisogno, tuttavia, gli spetteranno comunque gli alimenti (ossia un importo necessario per provvedere ai bisogni essenziali );

– così come una forte attenuazione dei diritti successori: spetta, infatti, solo il diritto a un assegno vitalizio se, al momento della apertura della successione, egli percepiva gli alimenti dal coniuge deceduto.

 

 

Tradimento: è sempre causa di addebito?

L’infedeltà, tuttavia, anche se provata, può anche non dar luogo all’addebito. Occorre, al contempo, infatti che il giudice accerti che esso sia stato la vera causa della rottura tra i coniugi; in caso contrario il magistrato non potrà attribuire alcuna responsabilità al coniuge fedifrago. Per tale ragione, è necessario non solo che vi sia stata l’infedeltà, ma anche che essa abbia provocato l’ intollerabilità della convivenza [4] o abbia leso i diritti della personalità del coniuge (come quello alla dignità, all’onore e alla reputazione) [5] in quanto, ad esempio, posta in essere in modo da essere conosciuta tra familiari e conoscenti.

 

 

Tradimento: chi deve provarlo?

Quanto alla prova del tradimento, spetta a chi chiede l’addebito  provare la condotta fedifraga del coniuge e il fatto che esso abbia reso intollerabile la prosecuzione della convivenza. Al contempo, però, “è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, provare l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” [6].

In altre parole è il coniuge tradito che deve provare di aver subito l’infedeltà dell’altro, ma poi è quest’ultimo – se vuole evitare l’addebito – a dover dimostrare che la crisi coniugale era anteriore rispetto all’accertata infedeltà, ossia la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. In mancanza di questa prova resta a suo carico l’addebito.

Se, quindi, la crisi tra i coniugi sia stata antecedente all’infedeltà tale per cui, ad esempio, la vita coniugale era già diventata di mera facciata (per la mancanza del necessario legame affettivo tra i coniugi), in tal caso il giudice non potrà addebitare la separazione al coniuge fedifrago.

 

 

Infedeltà: che succede se è sempre stata tollerata durante il matrimonio?

Tra l’altro, anche quando l’infedeltà del coniuge sia stata sopportata per lungo tempo (come sembra essere avvenuto nel caso descritto), ciò non impedisce la possibilità di chiedere l’addebito; ciò che conta, infatti, è che le frequenti “scappatelle” da un certo momento in poi abbiano reso, per il coniuge tradito, la convivenza matrimoniale intollerabile, determinando così la rottura dell’unione [7].

 

 

Addebito: conviene sempre chiederlo?

La lettrice è dunque pienamente titolata, stanti le continue infedeltà del marito, non solo a chiedere la separazione, ma anche a chiedere che essa sia pronunciata con addebito nei riguardi dell’uomo; sempre che, tuttavia, la crisi coniugale non fosse preesistente ai ripetuti tradimenti.

La richiesta di addebito va però opportunamente valutata sul piano dei “costi-benefici”.

Una tale istanza, infatti, comporterebbe la inevitabile necessità di intraprendere una vera e propria causa di separazione, della durata di anni con la conseguenza pratica che, in caso di accoglimento, sarebbe il marito della lettrice (e non quest’ultima) a perdere il diritto ad un eventuale assegno di mantenimento. Mentre, dalla situazione prospettata nel quesito, sarebbe invece la donna, stante lo stato di disoccupazione,  la parte interessata a vedersi riconoscere il diritto all’assegno.

In parole semplici, la pronuncia di addebito che, con tutta probabilità, la lettrice potrebbe ottenere, non produrrebbe a quest’ultima particolari benefici rispetto all’ipotesi in cui essa non fosse pronunciata.

 

 

Separazione: che può decidere il giudice su casa e mantenimento?

Pertanto, nel caso descritto, potrebbe risultare più conveniente, sotto il profilo del dispendio di tempo e di denaro (conseguenti all’instaurarsi di un giudizio vero e proprio), cercare di raggiungere un accordo col coniuge.

Ciò innanzitutto riguardo al riconoscimento di un assegno di mantenimento la cui misura, in caso di contrasti, dovrebbe essere stabilita dal giudice sulla base di molteplici fattori, meglio descritti in questa guida: “Assegno di mantenimento: quando spetta e come si calcola”.

 

Se, poi, la lettrice – dopo la separazione – intenda continuare a vivere con il figlio maggiorenne (ancora a carico), in tal caso potrebbe sperare di ottenere l’ assegnazione della casa coniugale, atteso che per legge [8] il godimento della stessa è attribuito tenendo conto in via prioritariamente dell’interesse dei figli; in questo senso non è di ostacolo all’attribuzione della casa coniugale il fatto che i figli siano divenuti maggiorenni, ogniqualvolta essi non siano, senza colpa, economicamente non autosufficienti [9]. Il diritto al godimento dell’immobile permarrà fintantoché il figlio continui a convivere la madre o non divenga economicamente autonomo.

Va però precisato che l’attuale vivenza a carico del figlio maggiorenne non implicherebbe in automatico l’assegnazione della casa alla donna, ben potendo, ad esempio, il figlio manifestare il desiderio di vivere con il padre o con entrambi i genitori. Ciò significa, in parole povere, che il magistrato potrebbe anche assegnare la casa all’uomo o prevedere una turnazione dei genitori nell’abitare l’immobile.

Lo stato di disoccupazione della donna non potrà comunque facilitare l’ottenimento dell’assegnazione della casa (specie se questa non ne sia proprietaria) atteso che per giurisprudenza maggioritaria il giudice non può disporre l’assegnazione come misura assistenziale del coniuge più debole.

 

 

In caso di convivenza del figlio con la madre, e quindi di assegnazione a quest’ultima della casa coniugale, la donna potrà domandare che le venga corrisposto, fintanto che tale convivenza permanga, un ulteriore assegno per il figlio, quale contributo al mantenimento di quest’ultimo. Tale assegno, su specifica istanza, potrà anche essere versato dal padre direttamente al figlio, senza il tramite della madre.

 

 

Tutte queste condizioni (assegno di mantenimento, assegnazione della casa familiare, contribuzione al mantenimento del figlio) potranno:

– essere concordate con ampia libertà dai coniugi (se pur nel rispetto dei bisogni del figlio) e quindi poi solo omologate dal giudice della separazione consensuale

– oppure, in mancanza di accordo, dovranno essere decise dal tribunale all’esito della causa.

Una volta raggiunto l’accordo, tuttavia, non sarà più possibile per la lettrice chiedere e ottenere l’addebito, in un momento successivo, neppure se dovesse pentirsi delle proprie scelte.

 

 

Separazione: in sintesi, quali le richieste possibili?

In conclusione, per la situazione prospettata nel quesito, la lettrice ha davanti a sé due strade:

 

1. quella di intraprendere nei confronti del marito una causa di separazione vera e propria con richiesta di addebito; causa nella quale la donna dovrebbe provare il tradimento del coniuge e quest’ultimo (interessato a non vedersi addebitata la separazione) dovrà provare che la sua infedeltà è stata successiva alla crisi coniugale già in atto.

In tale giudizio, la moglie potrà domandare che:

– le venga riconosciuto il diritto ad un assegno di mantenimento nella misura da lei indicata o, comunque maggiore o minore ritenuta dal giudice sulla base dei documenti esibiti e risultanti dalle prove in giudizio,

– in ragione della mancanza di autonomia economica del figlio, le venga anche assegnata la casa familiare per convivere con il ragazzo

-le venga versato dal marito un assegno quale contributo al mantenimento del figlio non autosufficiente.

Su tali questioni (fatta esclusione dell’addebito), il giudice dovrà decidere, (se pur in modo provvisorio), già dopo la prima udienza, con una decisione temporanea  che potrà comunque essere modificata nel corso e all’esito della causa.

 

2. in alternativa – allo scopo di evitare le lungaggini, l’alea e i costi del giudizio – la lettrice potrà cercare di raggiungere un accordo col marito in merito alle condizioni della separazione. Scelta che, tuttavia, escluderà la possibilità che venga addebitata la separazione al coniuge, anche in un momento successivo.

 

 

Separazione consensuale: come si fa?

In tale secondo caso, i coniugi avranno due possibilità:

  1. quella di farsi assistere ciascuno da un proprio avvocato (soluzione preferibile nel caso illustrato) oppure da un unico avvocato; una volta raggiunto l’accordo, l’avvocato/i depositerà una domanda congiunta in tribunale a seguito della quale verrà fissata di lì a pochi mesi un’unica udienza al cui esito il giudice pronuncerà la separazione alle condizioni concordate dai coniugi;
  2. diversamente, la soluzione consensuale potrà anche essere raggiunta evitando il passaggio dal tribunale, tramite la nuova procedura della negoziazione assistita da avvocati [10]: in tal caso, tutto sarà molto più veloce perché i coniugi sottoscriveranno coi propri avvocati (in tal caso, necessariamente uno per parte) un accordo di separazione che verrà depositato dagli stessi legali (dopo un breve passaggio dal pubblico ministero), presso il Comune di competenza ai fini dell’annotazione della separazione nei registri di stato civile.

 


[1] Art. 151 cod. civ.

[2] Art. 143 cod. civ.

[3] La Corte Costituzionale con le sentt.n.126/1968 e n.147/1969 ha dichiarato illegittimi gli artt. 559 e 560 cod. pen. che rispettivamente prevedevano il reato di “adulterio” a carico della moglie (che comportava la pena della reclusione fino a un anno) e il reato di “concubinato” a carico del marito (per il quale era stabilita la pena della reclusione fino a due anni).

[4] Cass. sent. n. 27730/13, 8512/06, 13431/08, 17643/07, 13592/06, 8512/06 e Trib. Milano 8.04.11.

[5] Cass. sentt. n. 8929/13; 15557/08; 3511/94, Trib. Brescia 14.10.06.

[6] Cass.sent. n. 16172/14 e2059/12.

[7] Cass. sentt. n. 5395/14; n. 4305/14;n. 10273/04; n 5090/04 e 18132/03.

[8] Art. 337 sexies cod. civ.

[9] Cass. sent. n. 1198/06.

[10] Dl n. 132/2014 conv. con legge n. 162/2014.

 


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