Se il reato è commesso da un incapace
Lo sai che?
12 Ago 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Se il reato è commesso da un incapace

Cosa fare quando il reato è commesso dall’incapace di intendere e di volere.

Sono persona offesa in due procedimenti penali. Nel primo processo è stato disposta la CTU medico legale sulla capacità dell’imputato, che   conclude cosi  “le condizioni dell’imputato rimangono caratterizzate da uno stato d’infermità mentale, in cui spicca il deficit intellettivo (forse un vero deterioramento), che impedisce allo stesso di partecipare coscientemente al procedimento”. 

All’esame del Giudice e del PM, il CTU afferma: “… in buona approssimazione credo che in futuro non sarà assolutamente in grado di recuperare anche consapevolezza … non c’è un progetto riabilitativo in corso …”

Considerato che sono passati tre anni e che i processi saranno destinati a rimanere ancora sospesi per lungo tempo con ulteriori spese legali a mio carico, chiedo se sussiste una strada alternativa per avere il rimborso delle spese legali e magari un piccolo risarcimento.

 

Cercherò di rispondere alle domande del lettore nel modo più chiaro e sintetico possibile.

Cominciamo con il dire che, a mio avviso, i procedimenti penali in corso non dureranno ancora per molto tempo:  allo stato, essendo stata accertata l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato, alla prossima udienza utile con ogni probabilità, i giudici dichiareranno la non punibilità dell’imputato.

 

Ai sensi dell’art. 85 cp.p., infatti, “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile.

È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere. 

 

In altri termini, essendo stato accertato che l’imputato non era (e non è) in grado di intendere e di volere,  nessuna responsabilità può essere collegata ai fatti illeciti che pure ha commesso poiché, per dirla in soldoni, primo presupposto per la responsabilità penale è la coscienza e la volontà dell’agire illecito e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni: quando questo manchi, manca il presupposto di base, per così dire, per emettere un giudizio di colpevolezza.

 

Discorso sostanzialmente analogo va fatto relativamente alla questione risarcitoria. In base al codice civile [1], infatti, il danno risarcibile è solo quello cagionato con colpa (o dolo).

In altri termini è risarcibile solo il danno che è stato  causato intenzionalmente ovvero a causa di negligenza,  imprudenza  o imperizia.

 

Inoltre, ai fini della risarcibilità, è previsto che il danneggiante debba avere (così come analogamente è previsto ai fini della responsabilità penale), la capacità d’intendere e di volere. Questo significa, in buona sostanza,  che non risponde del fatto dannoso chi,  al momento in cui lo ha commesso,  non aveva capacità d’intendere e di volere (salvo le ipotesi della cd. incapacità volontaria come può essere il caso, ad esempio, della ubriachezza volontaria).

 

A differenza della responsabilità penale, però, in tema di risarcimento del danno è previsto che il soggetto danneggiato possa ricevere il risarcimento dalla persona (o dalle persone) che avevano l’obbligo di sorvegliare il soggetto non imputabile, salvo che questi riescano a dimostrare di non aver potuto evitare la commissione del fatto  (si pensi ad esempio alla possibile responsabilità dei genitori per danni cagionati dai figli minori).

 

Chiarito sommariamente il contesto giuridico di riferimento possiamo concludere nel modo che segue:

  • l’imputato, non essendo in grado di intendere e di volere, uscirà con ogni probabilità indenne dai processi penali a suo carico, con la conseguenza che la parte civile non potrà, in sede penale, vedersi riconoscere alcun risarcimento;
  • in sede civile, il lettore potrà richiedere il risarcimento danni alla persona responsabile della sorveglianza oppure, nell’ipotesi in cui non vi sia un sorvegliante (o qualora lo stesso riesca a dare la prova di non aver potuto impedire il fatto o che non sia in grado di risarcire il danno) potrà richiedere al giudice di condannare l’incapace al pagamento di un’equa indennità.  In questa ipotesi è piuttosto agevole comprendere che la condanna risarcitoria rischierebbe di restare “lettera morta”.

 

In conclusione, il lettore deve, a mio avviso, attendere la fine dei procedimenti penali e richiedere il risarcimento dei danni, determinati dalla  omessa vigilanza dell’incapace da parte di chi  a quella attività era tenuto.


[1] Ai sensi dell’art 2043 cod. civ.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti