Discriminazione sul lavoro: come difendersi?
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11 Ago 2016
 
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Discriminazione sul lavoro: come difendersi?

Discriminazioni dei dipendenti sulla base delle condizioni di sesso, di età, di appartenenza a sindacati o dettate da ragioni di salute: come difendersi anche nel caso di licenziamento.

 

La nostra legge [1] difende i lavoratori dalle discriminazioni basate sulla religione, sulle convinzioni personali, sull’handicap, sull’età e sull’orientamento sessuale.

Casi di discriminazione si possono avere sia in fase di selezione e di accesso nel mondo del lavoro, sia nello svolgimento del rapporto: ad esempio quando si richiede un requisito (come la patente o la conoscenza di una lingua straniera) che non è essenziale per lo svolgimento concreto della mansione. Si è discriminati anche quando, per il solo fatto di usufruire dei permessi per assistere familiari disabili o i figli minori, si viene esclusi dai premi di produttività, senza che vi siano stati accertamenti circa la reale minore produttività del soggetto.

 

Talvolta è difficile per le persone accertare la situazione discriminatoria e acquisirne consapevolezza. È il caso della cosiddetta discriminazione indiretta: in essa vi è, generalmente, un comportamento apparentemente neutro che può mettere le persone in una situazione di particolare svantaggio rispetto ad altre. Si tratta, ad esempio, del caso di concorsi pubblici in cui è richiesto una certa età anagrafica, senza che vi siano delle motivazioni.

 

Quando invece si parla di discriminazione diretta, il lavoratore è trattato in modo meno favorevole di un’altra persona in una situazione analoga: è il caso di chi non assume una donna perché il lavoro prevede turni notturni.

 

Sono considerate discriminazioni anche le molestie che si manifestano con comportamenti indesiderati, non solo con connotazione sessuale, attuati allo scopo di violare la dignità di una persona creando un clima intimidatorio, umiliante, offensivo.

 

Normalmente le persone hanno timore di denunciare le discriminazioni per possibili ritorsioni, ragion per cui i casi che si sono presentati e sono stati decisi dai giudici riguardano maggiormente circostanze in cui ormai il rapporto si è concluso. Il caso più tipico è anche quello più grave e riguarda il licenziamento motivato da ragioni di salute, senza che sia stata fatta alcuna verifica dell’idoneità alla mansione da parte del medico competente. Altrettanto numerosi sono i casi in cui, a rapporto concluso, si richiedono i danni per mancata progressione di carriera a causa del proprio orientamento sessuale o per essere stato assunto tramite le liste del collocamento mirato.

 

La discriminazione non necessariamente coincide con un caso di mobbing. Quest’ultimo si verifica attraverso atteggiamenti (quali emarginazione; diffusione di maldicenze; sabotaggio del lavoro; calunnie sistematiche; offese personali e critiche immotivate; eccessivo uso di forme di controllo) che portano la persona a dimissioni o licenziamento. Per essere in presenza di una situazione di mobbing deve esserci la protrazione nel tempo della situazione; la volontà diretta alla persecuzione o all’emarginazione del soggetto; la conseguente lesione sul piano professionale e/o sessuale e/o morale e/o psicologico e/o fisico.

 

 

Come difendersi dalle discriminazioni sul lavoro?

Per legge, il datore di lavoro è tenuto a garantire l’integrità fisico-psichica dei propri dipendenti e, quindi, a impedire comportamenti aggressivi e vessatori da parte dei responsabili. Se si ha l’impressione di essere stati discriminati e/o di aver subito mobbing, occorre rivolgersi a un avvocato giuslavorista in modo da ricorrere al Tribunale, se non funzionano i tentativi di mediazione [1], per ottenere un provvedimento di cessazione del comportamento.

 

Se lo si desidera, si può delegare (con atto pubblico o scrittura privata autenticata) l’azione contro il datore di lavoro ad un sindacato, ad un’associazione, ad un’organizzazione rappresentativa  del diritto o dell’interesse leso [2]. Questi soggetti possono agire nei casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili le persone lese dalla discriminazione.

 

Il lavoratore dovrà indicare le prove testimoniali e documentali a fondatezza della propria domanda (es. dovrà indicare persone presenti ai fatti; documenti scritti). L’onere di dimostrare che non si è avuta discriminazione e/o che si è fatto tutto quanto possibile per evitarla è posto in capo al datore.

 

Avv. SILVIA BRUZZONE – bruzzone_silvia@hotmail.com


[1] D.lgs. 216/2003 “Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro”, con le modificazioni apportate dal D.L. 59/2008 convertito con modificazioni dalla legge 101/2008.

[2] Le procedure di  conciliazione  previste  dai contratti collettivi, il tentativo  di  conciliazione ai  sensi  dell’art.  410  del  cod. proc. civ. o, nell’ipotesi di rapporti di lavoro con le amministrazioni  pubbliche, ai sensi dell’art. 66 del decreto legislativo 30 marzo  2001,  n. 165.

 


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Commenti
29 Ott 2016 Antonio Coria

Gentile Avvocato, le scrivo cercando assistenza online, sono un lavoratore povero, disabile totale che vive solo e abbandonato dallo Stato, se otterrò i miei diritti come anche 100 stipendi dalla Regione siciliana, sono stato discriminato da 8 anni, potrò versarle il vostro onorario adeguata e avrò l’opportunità d’essere generoso, sono in grado di mostrare con documenti il mio rapporto di lavoro con documenti e non intendo accedere al Gratuito Patrocinio;