Reato leggere email, sms e messaggi dal cellulare altrui?
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11 Ago 2016
 
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Reato leggere email, sms e messaggi dal cellulare altrui?

Trovare un cellulare aperto su una scrivania, sul divano e riuscire a leggere gli sms altrui e tutti i messaggi sulle chat come Whatsapp: ci sono dei casi in cui non è reato.

 

Leggere la posta di un’altra persona è reato, non solo perché viola la privacy, ma anche perché la nostra stessa costituzione tutela la segretezza della corrispondenza [1] come uno dei principi cardine del nostro Stato democratico. La regola vale anche alla posta elettronica: leggere le email altrui integra, non solo la violazione della riservatezza altrui, ma anche l’accesso abusivo a sistema informatico [2], un reato altrettanto grave [3].

Addirittura, non vale a eliminare il reato neanche il fatto che il titolare dell’account di posta elettronica, dopo aver letto le proprie email, sia rimasto “loggato”, consentendo così al partner di entrare nella propria casella senza sforzi e tentativi di carpire la sua password. Secondo la giurisprudenza, infatti, l’accesso all’email altrui è sempre reato, anche quando il proprietario dell’indirizzo, dopo l’ultima sessione al computer comune di casa, ha lasciato memorizzate nella cache del computer, le credenziali di accesso.

 

Neanche la necessità di esercitare il proprio diritto alla difesa in tribunale “dovrebbe” giustificare la violazione della privacy altrui: il condizionale però è d’obbligo perché – come si vedrà a breve – c’è qualche giudice che, su questo principio, non è completamente d’accordo.

 

Niente giochi sporchi quindi pur di dimostrare – ad esempio – il tradimento del coniuge, l’infedeltà del dipendente che faccia spionaggio aziendale comunicando i segreti della società ai concorrenti. Così la Cassazione ha detto che le email dei dipendenti non si possono spiare, al pari di una conversazione telefonica intrattenuta dal marito mentre la moglie è fuori casa e, per controllarlo, ha lasciato in casa un registratore aperto. Illecita interferenza nella vita privata altrui potrebbe essere il capo d’accusa di chi spia un soggetto nei luoghi di sua privata dimora come la casa, l’ufficio, lo studio o il posto di lavoro.

 

Quanto detto può ben essere esteso ad ogni forma di comunicazione che la tecnologia conosce: non solo email, quindi, ma anche sms, messaggi su Facebook, su WhatsApp, su Telegram e qualsiasi altra app di messaggistica. Per cui, chi legge l’sms sul cellulare altrui e, magari, crede con ciò di procurarsi la prova di un illecito sta commettendo lui stesso un reato. Non solo: la prova non potrà neanche essere acquisita nel processo perché – stabilisce il nostro codice di procedura – la prova può entrare in un processo e dimostrare un determinato “fatto” a condizione che essa sia stata acquisita lecitamente. Il giudice, in pratica, in caso contrario non deve tenerne conto.

 

Dicevamo che esiste qualche eccezione. Il tribunale di Torino, una volta, ha detto che, se anche ciò avviene in violazione della privacy altrui, la lettura, la stampa e la produzione in causa di un sms altrui può fondare la prova nella causa di separazione per dimostrare l’infedeltà e la relazione parallela del coniuge.

A richiamare la pronuncia del giudice piemontese è ora il Tribunale di Roma che, con una sentenza dello scorso 30 marzo, ha detto che non è reato leggere l’sms del proprio coniuge/convivente se questi ha lasciato il cellulare alla mercé di chiunque, abbandonandolo sul divano o su una scrivania. Quando si convive sotto lo stesso tetto – si legge nella sentenza – si condividono gli stessi spazi e, inevitabilmente, la privacy si attenua. La sentenza osserva come, laddove non vi sia stata una specifica attenzione nel predisporre idonee attenzioni, «in un simile contesto non può ritenersi illecita la scoperta casuale del contenuto dei messaggi, per quanto personali, facilmente leggibili su di un telefono lasciato incustodito in uno spazio comune dell’abitazione familiare».

La convivenza nella comune casa familiare ed il vincolo matrimoniale, con i correlati obblighi di fedeltà, generano dunque uno spazio all’interno del quale – perché si possa parlar di privacy – è necessario mettere in atto, concretamente, una serie di “limitazioni” tecniche che impediscano la libera acquisizione dei dati personali. Altrimenti, nessuna eccezione sulla inutilizzabilità dei documenti acquisiti, può esser richiamata ed accolta.

 

Dunque, il messaggino trovato sullo smartphone del partner può essere una prova contro di lui per chiedere l’addebito della separazione qualora contenga le prove di un tradimento.

L’indirizzo di questi giudici tuttavia – è bene chiarirlo – non è condiviso da tutti, anzi risulta ancora minoritario; quindi meglio non avventurarsi con leggerezza ad invadere l’altrui riservatezza perché i rischi sono molti. Con la sorpresa di trovarsi, magari, oltre a una querela, anche all’utilizzabilità, ai fini di prova nel giudizio civile, di documenti acquisiti in violazione di normative di diritto penale.


La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA
PRIMA SEZIONE CIVILE
Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati: Franca Mangano Presidente

Vittorio Contento Giudice Cecilia Pratesi Giudice rel. ha pronunciato la seguente SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g.43869/2012 promossa da: (…) con il patrocinio dell’avv. Cr.Gu.;
RICORRENTE
contro

(…) con il patrocinio dell’avv. VE.SA.
RESISTENTE
e con l’intervento del Pubblico Ministero presso il Tribunale INTERVENUTO
OGGETTO: Separazione giudiziale;
RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con ricorso depositato il 5 luglio 2012 (…) ha chiesto la pronuncia della propria separazione da (…), con addebito alla stessa, per violazione dell’obbligo di fedeltà. Ha chiesto che ognuno dei coniugi provvedesse al proprio mantenimento sostenendo che il figlio (…) (maggiorenne ma non economicamente indipendente) sarebbe rimasto con lui nella casa familiare (di cui ha pertanto invocato l’assegnazione). La resistente ha proposto a sua volta domanda di addebito, in virtù della perdurante violazione degli obblighi di assistenza e mantenimento posti in essere dal marito, sostenendo inoltre che la relazione tra

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[1] Art. 15 Cost.

[2] Cass. sent. n. 13057/2016.

[3] Art. 615 ter cod. pen.

 


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