Trasferimento temporaneo del dipendente con figlio fino a tre anni
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12 Ago 2016
 
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Trasferimento temporaneo del dipendente con figlio fino a tre anni

Distacco per ricongiungimento familiare: il parere dell’amministrazione deve essere sempre motivato e non può fondarsi solo sulla carenza di organico.

 

Buone notizie per i pubblici dipendenti con un figlio sotto i tre anni e la cui sede di lavoro è lontana da quella dell’altro coniuge: la legge che, in questi casi, consente di richiedere l’assegnazione temporanea all’amministrazione più prossima alla città ove lavora il coniuge, onde consentire il ricongiungimento familiare, ha ricevuto un’interpretazione più larga e favorevole da una sentenza del tribunale di Firenze [1]. Ma procediamo con ordine.

 

 

Il trasferimento temporaneo con distacco per ricongiungere la famiglia

Il cosiddetto ricongiungimento familiare è previsto da una legge del 2001 [2]: in buona sostanza, consente al dipendente pubblico che abbia un figlio di non oltre tre anni, l’assegnazione temporanea, per un periodo non superiore a tre anni, presso una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa. Tale diritto è subordinato alla:

  • sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva nel luogo ove si vuol essere trasferiti;
  • al parere positivo delle amministrazioni di provenienza e destinazione. L’amministrazione che dia parere negativo deve necessariamente motivare il dissenso.

 

Leggi, per un approfondimento, “Assegnazione temporanea della lavoratrice madre”.

 

La sentenza in commento del tribunale di Firenze si sofferma proprio sull’ipotesi in cui l’amministrazione di provenienza fornisca parere negativo all’assegnazione temporanea. In tal caso, la motivazione – che, come abbiamo detto, è sempre necessaria – non può basarsi su un semplice richiamo alle carenze di organico, condizione ormai comune in tutte le Amministrazioni pubbliche.

 

 

Il trasferimento del lavoratore a tutela dell’unità familiare

Per il giudice, è chiaro che la finalità della norma è quella di tutelare l’esercizio delle funzioni genitoriali, per consentire ai bambini “di poter avere una maggiore presenza in casa del genitore lavoratore e quindi di garantire la massima unità familiare”.

 

Il diritto al trasferimento temporaneo, però, non costituisce diritto incondizionato del dipendente: in gergo tecnico si usa dire che non si tratta di un “diritto soggettivo” (che appunto spetta sempre e comunque al cittadino), ma di un “interesse legittimo” (che, invece, è subordinato a una valutazione di utilità collettiva da parte della Pubblica Amministrazione). Tanto è vero che l’assegnazione temporanea ad altra sede è subordinata (non solo alla sussistenza di un posto vacante equivalente, ma anche) al parere positivo delle amministrazioni; detto parere è rimesso ad una valutazione discrezionale, che deve bilanciare le misure poste a tutela e sostegno della paternità e maternità con quelle dell’imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione [3]. Visti gli interessi in gioco, la decisione delle Amministrazioni interessate deve essere adeguatamente motivata.

 

Ma la carenza di organico non basta per vietare il trasferimento perché si tratta di una condizione in cui versano tutte le amministrazioni (specie perché le piante organiche vengono create non sempre sulla base di criteri di efficienza). Dunque, la motivazione della P.A. che può negare il trasferimento dovrebbe indicare solo “un concreto, effettivo ed irrimediabile disagio, tale da indurre a ritenere che le esigenze di servizio debbano avere priorità rispetto alla tutela maternità e della unità familiare costituzionalmente sancita”. E la carenza d’organico posta a supporto del provvedimento negativo non è considerata dal giudice una spiegazione sufficiente “essendo condizione comune a molti uffici pubblici soprattutto in conseguenza del blocco delle assunzioni e dei pensionamenti non rimpiazzati”. L’Amministrazione – conclude il giudice – ben avrebbe dovuto indicare meglio le ragioni per le quali l’assenza della dipendente comporterebbe non un semplice disservizio “ma problemi organizzativi di entità tale da incidere sul buon andamento della Amministrazione e da giustificare il richiesto sacrificio del contrapposto diritto, anch’esso costituzionalmente garantito, all’accudimento della prole”.

 


[1] Trib. Firenze sent. n. 335/16 dell’8.04.2016.

[2] Art. 42-bis del Dlgs 151/2001 che dispone:

Al genitore con figli minori fino a tre anni di età dipendente di amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del d. lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, può essere assegnato, a richiesta, anche in modo frazionato e per un periodo complessivamente non superiore a tre anni, ad una sede di servizio ubicata nella stessa provincia o regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa, subordinatamente alla sussistenza di un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva e previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione. L’eventuale dissenso deve essere motivato. L’assenso o il dissenso devono essere comunicati all’interessato entro trenta giorni dalla domanda.

Il posto temporaneamente lasciato libero non si renderà disponibile ai fini di una nuova assunzione.

[3] Sancito dall’art. 97 Cost.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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