Ci si può separare senza una ragione?
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19 Ago 2016
 
L'autore
Carlos Arija Garcia
 


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Ci si può separare senza una ragione?

Chi non è più innamorato del marito o della moglie può chiedere la separazione senza paura: pagherà l’assegno di mantenimento solo se ha un reddito più alto.

 

Da dire ti amo davvero, ti amo lo giuro a dire non sono sicuro se ti amo davvero , Claudio Baglioni ci ha messo un paio di minuti. Per molte coppie, invece, è questione di qualche anno: si passa da chiedersi “come farei senza di lui/lei?” a chiedersi: “Ci si può separare senza una ragione?” La ragione, di fronte a una domanda del genere, c’è sempre: l’amore non c’è più, la convivenza è diventata un peso. La voglia di fare le valige e tornare dalla mamma è impellente.

Cosa succede se non si è più innamorati? Succede, intanto, che il partner ci farà sentire in colpa, che la suocera ripeterà all’infinito “io l’avevo detto che non si doveva sposare” e, soprattutto se a dire “basta” è stato il marito, il suocero o i fratelli di lei lo aspetteranno sotto casa. La legge, invece, no. La legge consente la separazione quando uno dei due coniugi non ce la fa più, quando scopre di non essere più innamorato. L’altro coniuge dovrà solo subire le conseguenze e cercare di consolarsi come può. Tutt’al più potrà dare battaglia su questioni economiche: da quanto deve essere sostanzioso l’assegno di mantenimento al tipico “questo non te lo porti via, me l’aveva regalato la mamma”.

 

 

Che succede se non si è più innamorati

Se uno dei due coniugi chiede la separazione perché non è più innamorato dell’altro, le possibilità sono due: che il partner risponda, con una punta di imbarazzo, “stavo per dirtelo anch’io” e tutto si risolva nell’ultimo tenero abbraccio che precede la separazione consensuale. Oppure, ed è quello che ci interessa, che volino le stoviglie e ci si dia appuntamento in Tribunale per la separazione giudiziale. Un magistrato non potrà evitare che il matrimonio finisca anche se ci si vuole separare senza una ragione. Ma potrà decidere le conseguenze legali del fatto di non essere più innamorati. E non sempre chi scopre di non amare più il marito o la moglie deve accollarsi la spesa.

 

Così come esiste il diritto di amare, esiste anche il diritto di non amare più. Di conseguenza, chi si scopre non più innamorato del partner può urlarlo ai quattro venti (anche se un po’ di discrezione non guasta) senza perciò temere addebiti di responsabilità, né temere di dover pagare un risarcimento del danno. In altre parole, non scatta il cosiddetto addebito a carico di chi voglia separarsi perché non è più innamorato e non perché il partner lascia sempre il tubo dei dentifricio aperto.

 

Chi vuole separarsi senza una ragione non deve delle spiegazioni, se non al proprio coniuge e se lo ritiene opportuno. Insomma, non è necessario motivare le cause del proprio disinnamoramento. Non bisogna trovare scuse (“sono confuso, non so che mi succede, non è certo colpa tua…”) né è necessario che l’altro abbia adottato una condotta contraria ai doveri del matrimonio (“amore, di chi sono queste mutandine che ho trovato in camera da letto…?”). Anche se il partner è stato lo sposo o la sposa ideale, ha tenuto sempre una condotta integerrima, fedele e rispettosa dei doveri coniugali, l’altro può ugualmente chiedere la separazione senza una ragione effettiva, potendo solo motivare il suo disinteresse con il venir meno dell’amore (non sono sicuro se ti amo davvero…). Né quest’ultimo subirà alcuna conseguenza da ciò, in termini di addebito o di versamento dell’assegno di mantenimento.

 

La condanna a pagare il mantenimento scatta per altre ragioni che nulla hanno a che fare con le cause della separazione. Addirittura, anche quando la separazione è stata imposta dal comportamento colpevole del marito o della moglie (le famose mutandine, ad esempio), l’altro coniuge non vanterà solo per questo, e in via automatica, il diritto al mantenimento. Difatti, il giudice dispone l’obbligo di versare un assegno mensile, a titolo di mantenimento, solo quando verifica che il reddito di uno dei due coniugi è molto più alto di quello dell’altro e che quest’ultimo non è in grado, con le proprie forze, di mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Insomma, tutte le volte in cui vi sia una sproporzione tra gli stipendi o i redditi dei due coniugi, il Tribunale cerca di diminuirla, obbligando il più “ricco” (a volte quello che è ancora innamorato) a dare periodicamente (di norma una volta al mese) una parte dei suoi soldi al più “povero”.

 

Solo chi ha subito la separazione con addebito a proprio carico non può ottenere – anche se con un reddito inferiore – l’assegno di mantenimento. Se, invece, non ha subìto la pronuncia di addebito e ha risorse economiche più basse, gli deve essere versato l’assegno. Ora, nel caso di coniuge non più innamorato, poiché come abbiamo visto questa dichiarazione non costituisce causa di addebito, egli avrà diritto al mantenimento.

 

Oltre al danno la beffa? Lui, marito fedele, mai una mutandina inopportuna, si sente dire da lei che non è più innamorata, che non lo ama più e che, per ciò, deve andarsene di casa. L’uomo, evitando per una questione di orgoglio di fare la faccia del cane bastonato, sarà costretto a subire la scelta, non potendosi opporre. Se poi la moglie ha un reddito più basso dell’uomo e la coppia ha avuto figli ancora minori, il giudice le concederà non solo l’assegno di mantenimento, ma anche la casa coniugale e disporrà che i figli convivano con lei (ciò succede nella gran parte dei casi). E il marito che, invece, era ancora innamorato? Non potrà impedire la separazione, né l’assegnazione della casa alla ex moglie. Ben che gli vada, se riesce a dimostrare di avere lo stesso reddito della moglie o che quest’ultima ha disponibilità economiche ulteriori rispetto allo stipendio (ad esempio proprietà immobiliari), potrà contrastare la sua richiesta di mantenimento. Altrimenti, dovrà mandare giù il rospo e pensare che quel matrimonio è stato solo un piccolo grande amore, niente più di questo, niente più.


 


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