Asl e contratti a termine. La cassazione fa il punto
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14 Ago 2016
 
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Ditelo Voi
 


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Asl e contratti a termine. La cassazione fa il punto

Pubblico impiego: in caso di abuso del contratto di lavoro a tempo determinato, il dipendente ha solo diritto al risarcimento del danno fino ad un massimo di 12 mensilità.

 

Negli ultimi anni si è assistito ad un uso scorretto da parte delle pubbliche amministrazioni del contratto a termine, spesso rinnovato di volta in volta con buona pace della legge sul punto [1] e dei diritti del lavoratore.

 

La violazione della normativa riguardante l’impiego dei lavoratori da parte della Pubblica Amministrazione fonda il diritto degli stessi al risarcimento del danno. Una cosa però deve essere chiara: il risarcimento del danno nulla ha a che fare con la possibilità di ottenere il lavoro a tempo indeterminato, possibilità che è del tutto preclusa.

 

Infatti, è principio consolidato quello secondo cui nel pubblico impiego (qual è il lavoro che si svolge alle dipendenze di una Azienda Sanitaria Locale) un rapporto di lavoro a tempo determinato in violazione di legge non possa mai dar luogo alla conversione in rapporto a tempo indeterminato [2].

La motivazione di ciò si basa sulla necessità che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si acceda tramite concorso, secondo le capacità ed il merito di ognuno. [3] Non è pertanto concesso l’accesso in ruolo stabile per altra via.

 

Se su questo non vi sono mai stati dubbi [4], i problemi sono sorti in relazione al calcolo del risarcimento operato dai singoli giudici che, aderendo ad un criterio piuttosto che ad un altro, hanno liquidato in sentenza importi molto diversi tra loro (riconoscendo fino a 20 mensilità) anche per situazioni molto simili tra loro.

 

È questa la ragione che ha condotto a tanta disparità tra i dipendenti che, pur  trovandosi in situazioni somiglianti, si sono visti riconoscere in giudizio, alcuni, 4-5 mensilità ed, altri, fino a 15-20 mensilità.

 

Con una recente pronuncia [5], la Cassazione è intervenuta a chiarire quale sia il canone in base al quale fissare i limiti, minimo e massimo, del risarcimento.

 

Secondo la Cassazione, anche nel pubblico impiego, si deve fare applicazione della normativa prevista per il privato impiego in caso di apposizione illegittima del termine al contratto a tempo determinato [6]. In concreto, il giudice condanna il datore di lavoro pubblico al pagamento di un’indennità (comprensiva di retribuzione e contribuzione) tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

 

Naturalmente, per decidere, all’interno della forbice indicata, quale importo riconoscere in favore del singolo lavoratore saranno di aiuto alcuni criteri e principalmente:

  • durata del rapporto di lavoro (anzianità lavorativa),
  • gravità della violazione nel rinnovo dei contratti,
  • comportamento tenuto dall’Azienda,
  • dimensione dell’Azienda.

 

Per retribuzione globale di fatto si intende la retribuzione realmente dovuta così come risulta dal cedolino paga. Essa include tutti i compensi retributivi che derivano dalla contrattazione collettiva e dall’accordo individuale di lavoro (ore lavorate con i ratei mensili di tredicesima, quattordicesima, TFR, festività. Va incluso anche il lavoro straordinario, le trasferte ed altri benefici purché il lavoratore le percepisca mensilmente o comunque con continuità nel tempo).

 

Si noti che il criterio stabilito dalla Cassazione comporta un enorme vantaggio per chi pretende il risarcimento in quanto il lavoratore non deve provare di aver sofferto effettivamente un danno – prova che per lui può essere particolarmente difficile da dare – ma ha diritto al risarcimento semplicemente per aver subito un’illegittima precarizzazione.

 

In pratica, il lavoratore che si sia visto rinnovare da una Pubblica Amministrazione (in specie, una ASL) il contratto di lavoro a tempo determinato negli anni ed in maniera illegittima non potrà pretendere né ottenere la costituzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Tuttavia, avrà diritto al risarcimento del danno derivante dall’esser stato egli illegittimamente impiegato a tempo determinato, risarcimento pari ad un’indennità che va da un minimo di 2,5 ad un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

 

 

Avv. ELISA TIBERI – tiberi.elisa@gmail.com


[1] Art. 36, secondo comma, n. 165 del 2001, ai sensi del quale le amministrazioni pubbliche possono ricorrere al contratto a termine solo per rispondere ad esigenze temporanee ed eccezionali.

[2] Art. 36 d.lgs citato.

[3] Art. 97 Costituzione.

[4] Vedi però Cass. sent. n. 27363/2014 del 23.12.2014.

[5] Cass. Sez. Un. sent. n. 5072/2016 del 15.03.2016.

[6] Art. 32, comma 5, legge n. 183/2010.

 


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