Maria Elena Casarano
Maria Elena Casarano
3 Set 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Separazione tra conviventi con figli minori: quali diritti e doveri?

Dal mantenimento all’assegnazione della casa: la separazione dei conviventi con figli. Le probabili decisioni del giudice e gli accordi possibili per la coppia.

 

Convivo in un appartamento di proprietà di mio padre con la mia ragazza incinta e disoccupata. Vorrei sapere quali diritti lei potrebbe vantare se ci lasciassimo e quanto dovrei darle ogni mese per il bambino. Se comprassi la casa di mio padre lei avrebbe il diritto di rimanerci? Io ho un reddito di meno di 30 mila euro all’anno ma se mio padre dovesse cedermi degli appartamenti da affittare, dovrei dare di più a lei?

 

Le diverse domande del lettore richiedono un esame della disciplina in tema di cessazione di una convivenza in presenza di figli minori, al fine di valutare quali diritti possa vantare la compagna dell’uomo riguardo al mantenimento (per sé e per il bambino) e alla casa di abitazione della coppia.

Procediamo, quindi, con ordine.

 

 

Il mantenimento del convivente dopo la separazione

Partiamo innanzitutto da un presupposto: per legge la compagna del lettore, nel caso di separazione, non potrebbe vantare alcun assegno di mantenimento per se stessa (inteso come importo in grado di garantire all’ex un tenore di vita analogo a quello avuto durante la vita insieme), non essendo la coppia sposata; tuttavia, la recente riforma sulle convivenze [1] ha riconosciuto una maggiore tutela economica ai conviventi di fatto (definito come due persone maggiorenni, anche gay, unite da stabili legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso).

La convivenza di fatto di tali soggetti determina, infatti, l’applicazione automatica delle disposizioni di cui alla nuova legge, senza che i conviventi debbano necessariamente registrare in qualche modo il loro rapporto (come invece previsto per le coppie gay che vogliano unirsi con un unione civile).

Nello specifico basta che la convivenza risulti in base ad una semplice dichiarazione anagrafica [2]; anche se la legge ammette la possibilità che la convivenza di fatto possa essere provata in altro modo (dalla parte che ne abbia interesse).

 

Ai conviventi la legge ricollega in modo automatico una serie di diritti connessi alla vita sociale, come – solo per fare un esempio – quello di accesso alle informazioni sanitarie in caso di malattia o di ricovero del partner e, nell’ipotesi di cessazione della convivenza, prevede che quello che tra i conviventi si trovi in condizione di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, possa fare al giudice richiesta per ottenere gli alimenti, ossia una prestazione economica necessaria a far fronte ai bisogni primari.

Tale prestazione alimentare, se richiesta al convivente, non ha una durata illimitata, ma potrà essere concessa per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. A tal fine la legge, nel determinare l’ordine dei soggetti tenuti a versare gli alimenti, stabilisce che l’obbligo vada adempiuto dal convivente con precedenza sui fratelli e sorelle; ciò significa che dopo i genitori e i figli, l’obbligo grava sul convivente.

 

 

Il mantenimento dei figli nella convivenza di fatto

Ciò detto con riguardo ad eventuali pretese economiche da parte della convivente del lettore, veniamo al discorso del mantenimento del nascituro.

A riguardo, va da subito chiarito che i diritti dei figli sono gli stessi, che siano essi nati fuori o dentro il matrimonio. I genitori debbono, infatti, provvedere al loro mantenimento (così come a dar loro assistenza morale, cura e istruzione) in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la capacità di lavoro professionale o casalingo sia che siano essi sposati, conviventi o separati [3].

Se ciò è vero, d’altro canto però la legge non indica il modo in cui debba avvenire tale contribuzione; non esiste, cioè, un criterio matematico al quale poter fare riferimento per calcolare il contributo periodico dovuto da un genitore all’altro per i figli non autosufficienti, in quanto occorre considerare una serie di fattori ai quali non sempre è possibile attribuire una valore economico.

Nello specifico, la legge individua delle situazioni di cui il giudice deve tener conto nel determinare la misura dell’assegno di mantenimento per i figli quali:

  1. Le esigenze attuali del figlio: ossia le concrete necessità quotidiane e prevedibili del minore, gli esborsi quotidiani necessari per prendersene cura (cibo, vestiario, cure sanitarie, ambiente domestico, ecc);
  2. Il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori: qui occorrerà guardare allo stile di vita che, prima della (eventuale) separazione, i genitori saranno stati in grado di offrire al bambino con riguardo alle abitudini quotidiane; anche dopo la separazione, infatti, l’obiettivo resta quello di garantire ai figli un tenore di vita il più vicino possibile a quello avuto in precedenza.
  3. I tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore. E’ questo un fattore che non si può stabilire in via meramente ipotetica, visto che il lettore ancora convive con la compagna. Potrebbe essere ad esempio che i conviventi siano disposti ad una soluzione di affidamento alternato , che prevede che il bambino viva per tempi paritari nella casa del papà e della mamma; la legge riconosce ai minori, infatti, il pieno diritto di mantenere, con entrambi i genitori e i parenti di ciascun ramo genitoriale, rapporti equilibrati e continuativi.
  4. Le risorse economiche di entrambi i genitori: e nel caso in esame, il lettore sembra essere – almeno allo stato attuale – l’unico soggetto in grado di portare reddito alla famiglia.
  5. 5. La valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore: la legge, cioè, attribuisce un valore economico (com’è giusto che sia) anche all’attività domestica dei genitori, come pure a quella di accudimento della prole. Attività queste solitamente svolta dalla donna e, che in mancanza, dovrebbero essere demandate a terzi soggetti con la necessità gli esborsi ad esse relativi (basti pensare ai costi di una colf, una baby sitter o una scuola privata).

 

Ciò detto in linea di massima, alcuni Tribunali hanno elaborato dei loro sistemi di calcolo che, prendendo a riferimento le ipotesi più frequenti di richieste di mantenimento formulate da uno dei genitori, portano ad a quantificazione “di massima” di un assegno pari ad un quarto del presunto reddito del genitore obbligato (se la casa familiare viene assegnata al genitore che richiede l’assegno) ovvero pari ad un terzo (nel caso, più raro, in cui l’altro genitore non chieda o non ottenga l’assegnazione della casa). Così, ad esempio, se al genitore collocatario della prole e assegnatario della casa coniugale (quale sicuramente la compagna del lettore) non venga riconosciuto alcun assegno di mantenimento, la liquidazione del contributo al mantenimento del bambino potrà prevedere, una quantificazione dell’assegno di un quarto del reddito mensile del padre. Ciò naturalmente, sempre che non risulti l’esistenza di ulteriori fonti di reddito (anche” in nero”) da ambo le parti e tenuto conto della situazione economica complessiva.

A tale importo andrà aggiunto l’obbligo di contribuire nella misura del 50% al pagamento delle spese straordinarie; spese queste costituite dagli esborsi legati a necessità degli figli occasionali o imprevedibili, non quantificabili in via preventiva, (ad esempio le spese mediche relative all’acquisto di un apparecchio per i denti o degli occhiali da vista, ecc)”.

 

 

La sorte della casa familiare in caso di separazione dei conviventi

Così come per il mantenimento, anche l’assegnazione della casa familiare (ciò il diritto di continuare ad abitarvi) ad uno solo dei genitori (quello ritenuto più idoneo a vivere stabilmente con i figli) è un fattore indipendente:

  • dal fatto che la coppia sia sposata o meno,
  • come pure dal titolo di proprietà.

 

L’assegnazione disposta dal giudice può avere ad oggetto solo l’abitazione (insieme ad oggetti e arredi) nella quale la famiglia ha vissuto prima della separazione; ciò allo scopo di garantire stabilità alla prole, non allontanandola dal proprio habitat domestico e dalle consuetudini di vita avute durante la coabitazione della famiglia unita.

Ciò significa che se, ipoteticamente, il lettore non convivesse con la propria compagna, in caso di separazione egli dovrebbe senz’altro provvedere al mantenimento della figlio ma non rischierebbe in alcun modo che il giudice possa assegnare la casa paterna alla madre del bambino.

 

Vediamo, comunque, come la legge disciplina i casi in cui l’immobile sia concesso in comodato d’uso per soddisfare le esigenze abitative della famiglia (come sembra di capire che attualmente sia).

In tal caso, come ha chiarito di recente la Cassazione [4], tali esigenze non possono intendersi cessate con la separazione; quando vi sono figli, infatti, resta ferma la necessità di soddisfare le loro necessità abitative. I giudici supremi hanno perciò affermato che, in questo caso, la lunga durata e la stabilità che caratterizza le esigenze abitative di un nucleo familiare escludono che si possa applicare la disciplina sul comodato precario (che comporta il diritto del comodante di chiedere la immediata restituzione del bene in qualsiasi momento e senza necessità di uno specifico motivo).

In pratica, anche se tra padre e figlio non è stato stabilito un termine di durata del contratto di comodato, se esso ha ad oggetto un immobile destinato alle esigenze abitative della famiglia, allora va inteso come un comodato di lunga durata, soggetto alle regole del comodato tradizionale.

 

Ciò significa, all’atto pratico, che il padre del lettore potrà chiedere il rilascio dell’immobile solo quando:

– cessino le esigenze abitative della famiglia (non quindi con la separazione), ma col raggiungimento della autosufficienza economica del nipotino;

– quando sorga un suo bisogno urgente e imprevisto di riavere la casa (situazione difficile da ipotizzare per chi come  lui risulti proprietario di diversi altri immobili!).

 

Da quanto detto si comprende che anche se il lettore dovesse acquistare la casa del padre, ciò non farebbe venire meno la possibilità che la sua compagna ne ottenga l’assegnazione in caso di separazione. Se, infatti, l’immobile è di proprietà esclusiva di una delle parti, il giudice, potrà comunque assegnarne il godimento al genitore presso cui abbia deciso di collocare i minori (di solito la mamma, specie se i minori sono in tenera età). In tal caso, tuttavia, nel disporre il contributo al mantenimento in favore del figlio, il tribunale potrà tenere conto del titolo di proprietà (della parte estromessa dal godimento del bene) e, quindi, del valore economico dell’assegnazione, eventualmente stabilendo un assegno di mantenimento di minor importo rispetto a quello astrattamente prevedibile.

 

 

Separazione tra conviventi: i possibili accordi

Ciò detto in linea generale, vediamo quali strade si potrebbero prospettare al lettore in caso di separazione dalla compagna, al di fuori di quella (contenziosa) in cui sia il giudice a decidere la misura dell’assegno per il bambino e la sorte della casa familiare.

La coppia potrebbe accordarsi in merito al mantenimento e all’affidamento del piccolo e al godimento della casa con maggiore libertà, sottoponendo al giudice le condizioni concordate per ottenerne la semplice approvazione (in termini giuridici “omologazione”). In tale ipotesi , infatti, la legge prevede che “il giudice prende atto, se non contrario all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori”.

In altre parole, i conviventi non avrebbero l’obbligo di esibire prove documentali dei redditi o di altro genere al giudice, ma solo di attestare al magistrato di aver trovato una soluzione conforme e comunque non palesemente dannosa per l’interesse morale e materiale del bambino (lo sarebbe, ad esempio, quella in cui i genitori si accordassero affinché la mamma lasci la casa, per andare a vivere con il piccolo in una abitazione assolutamente inadeguata alle sue esigenze, magari perché sottodimensionata o priva di ogni impianto a norma e di qualsivoglia tipo di confort).

 

Ciò detto, e parlando sempre in astratto, (visto che comunque il quesito concerne la mera eventualità della separazione tra i conviventi), è possibile ipotizzare delle possibili soluzioni in merito alla casa (specie per il caso in cui il lettore ne divenisse proprietario); soluzioni che il giudice potrebbe autorizzare ove le ritenga rispondenti agli interessi del bambino; in mancanza di accordo, invece, egli non potrà che decidere riguardo alla casa familiare di attuale abitazione e ai beni in essa contenuti, senza poter considerare l’utilizzo di diversi immobili.

Ad esempio la coppia può accordarsi:

  • per la cosiddetta assegnazione parziale della casa, attraverso la sua suddivisione in due unità abitative distinte e separate. Questa forma di assegnazione è da escludersi in due casi: a) se le dimensioni o la struttura non ne consentano la divisione; b) quando tra la coppia vi sia una forte conflittualità;
  • per l’affido alternato in casa: con esso il bambino rimane nella casa familiare dove, invece, sono i genitori a darsi il cambio. Ciò, per consentire al bambino di rimanere nel proprio habitat domestico senza doversi spostare. Questa soluzione è più facilmente praticabile quando ciascun genitore possa contare sull’esistenza di un altro immobile o dell’ospitalità di un altro familiare (come ad esempio quello dei propri genitori);
  • l’utilizzo di un’altra casa di cui la coppia abbia la disponibilità: ad esempio, nel caso in esame, il padre del lettore potrebbe mettere a disposizione del nipotino (e della mamma) un appartamento diverso (magari più piccolo dall’attuale).

 

 

Il mantenimento dei figli se aumenta il reddito

Per quanto concerne invece il mantenimento, ove gli  introiti  del lettore dovessero aumentare (in ragione della cessione di qualche immobile produttivo di reddito da parte del padre) è naturale che la sua compagna potrà chiedere un aumento del contributo al mantenimento per il figlio poiché ciò significherebbe che il padre potrebbe essere in grado di dare al piccolo maggiori risorse e sostegno.

Va comunque tenuto presente che la legge consente, come soluzione alternativa o integrativa dell’assegno di mantenimento, la possibilità di trasferire ai figli anche la proprietà di beni.

E’ altrettanto vero che pure il lettore avrebbe diritto a chiedere una riduzione del contributo da versare al figlio qualora l’attuale compagna dovesse trovare un’occupazione. Il contributo, infatti, è sempre proporzionato ai redditi e alle sostanze di ciascun genitore.

 

In ogni caso, tenuto conto che, nel caso illustrato, l’interesse sarebbe soprattutto quello di garantire il benessere e una serena crescita del bambino, mai come in questo caso è bene pensare a soluzioni che sappiano soppesare tutti gli interessi in gioco: l’interesse della piccolo a stare sia con la mamma che col papà, a ricevere cure adeguate da entrambi, a coltivare e conservare i rapporti con i nonni e gli altri parenti.

Guardare in questa direzione sarà molto più facile e naturale una volta che il bambino sarà nato, senza concentrarsi solo ed esclusivamente su se stessi. Solo con la pratica quotidiana sarà possibile valutare le effettive necessità della nuova famiglia, constatare se vi sia il supporto (da ambo le parti) di altri familiari (nella specie i nonni) e, di conseguenza, guidare la coppia alle soluzioni più adeguate al loro caso se, e solo se, la attuale convivenza della coppia, non dovesse proseguire.


[1] Legge 20 maggio 2016, n. 76.

[2] Ex art.4 e alla lettera b del comma 1 dell’art. 13 del D.P.R. n. 223/1989 – Regolamento anagrafico.

[3] Art 316 bis cod. civ. e 337 ter co. 1 cod. civ.

[4] Cass. Sez. UU., sent. n. 20448/2014.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti