Stalking: prova del reato senza certificato medico
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14 Ago 2016
 
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Stalking: prova del reato senza certificato medico

Lo stato di ansia grave e perdurante non deve essere necessariamente uno stato patologico e non richiede perizia medica.

 

Uno dei casi in cui scatta lo stalking è quando il colpevole provochi nella vittima uno stato di ansia grave e continuo: ma tale condizione psicologica non deve necessariamente coincidere con una patologia clinica vera e propria; pertanto la vittima non deve procurarsi né certificati medici, né perizie medico-legale. Basta verificare le reazioni concrete della vittima stessa e l’astratta capacità del comportamento del colpevole a generare tale ansia. È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente sentenza [1].

 

Il giudice, per accertare lo stato di ansia – presupposto sufficiente e necessario a far scattare lo stalking – può basarsi anche sull’osservazione del comportamento della vittima. La valutazione dello stalking, quindi, non richiede certificati medici, né la nomina di un perito che rediga una consulenza medico legale sulle condizioni della vittima. Basta piuttosto verificare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta del colpevole sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di quelle che sono le regole di esperienza comune. Detto in termini più pratici, chi vuol denunciare uno stalkging, per provare l’ansia patita a seguito di tale persecuzione, non deve produrre cartelle cliniche o certificati, ma semplicemente dimostrare come i comportamenti incriminati siano stati capaci di destabilizzarlo emotivamente e psichicamente. Insomma, un compito molto più agevole per arrivare a una sentenza di condanna.

 

 

 

Il grave e perdurante stato d’ansia della vittima

Il fatto che il colpevole abbia solo “minacciato” la vittima, senza però mai porre a termine la minaccia, è sufficiente a far scattare lo stalking, avendo tale comportamento generato uno stato di ansia grave e continuato.

Peraltro, lo stalking può essere provato anche dando atto del fatto che la vittima abbia modificato le proprie abitudini di vita al fine di non essere perseguitata (si pensi all’aver cambiato un percorso per recarsi al lavoro o far ritorno la sera a casa).

 

Appostamenti, telefonate, sms, ingiurie, minacce di morte sono, in base all’esperienza comune, tali da destabilizzare chiunque, anche senza bisogno che tale effetto sia dimostrato da un medico-legale e da una perizia. Tale stato di ansia prescinde quindi dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza [2].

 

In particolare, la prova del reato deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della vittima, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta del colpevole e anche da quest’ultima.

 

E’ quindi sufficiente, per far scattare lo stalkging, che gli atti persecutori abbiano un effetto comunque destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, naturalmente di una certa consistenza (come suggerito dagli aggettivi “grave” e “perdurante”).


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 19 gennaio – 15 luglio 2016, n. 30334

Presidente Zaza – Relatore Pezzullo

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 23.9.2014 la Corte di Appello di Lecce, Sezione Distaccata di Taranto, in riforma della sentenza del 15.10.2012 del Tribunale di Taranto, Sezione Distaccata di Grottaglie, escludeva l’aumento di pena di mesi uno di reclusione per il reato di cui all’art. 660 c.p., confermando la pena residua nei confronti M.R. di mesi sette di reclusione e la condanna al risarcimento del danno in favore della parte civile, per il reato di atti persecutori di cui all’art. 612 bis c.p., perché, con condotte reiterate, minacciava e molestava C.M.G. con telefonate ed sms, nonché con pedinamenti ed appostamenti, in modo da cagionarle un grave e perdurante stato di ansia e di paura e da indurla a temere per l’incolumità propria e dei propri figli minori.

  • Avverso tale sentenza l’imputata, a mezzo del suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso affidato a tre motivi, lamentando:
  • -con il primo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. c) c.p.p., per violazione e falsa applicazione dell’art.178, lett. c) c.p.p., per omessa e inesistente notifica all’imputata di tutti gli atti a lei destinati; invero, il Tribunale, nel corso del

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    [1] Cass. sent. n. 30334/16 del 15.07.2016.

    [2] Cass. sent. n. 18999/14.

     

    Autore immagine: Pixabay.com

     


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