Fallimento: cos’è e quando scatta
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15 Ago 2016
 
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Fallimento: cos’è e quando scatta

Presupposti dell’impresa e dell’imprenditore per poter avviare la procura di fallimento a seguito del ricorso di uno o più creditori: come avviene la liquidazione dell’azienda.

 

Con l’espressione fallimento si indica lo stato patrimoniale dell’imprenditore che non ha più la capacità obiettiva di far fronte puntualmente alle obbligazioni aziendali. Caratteri del fallimento sono dunque:

 

— l’universalità: il fallimento coinvolge l’intero patrimonio del debitore, inteso quale

complesso dei beni e dei rapporti giuridici presenti e futuri del fallito;

 

— la concorsualità: la procedura si svolge nell’interesse di tutti i creditori del fallito, i quali devono essere soddisfatti in egual misura, salvo il rispetto delle legittime cause di prelazione (par condicio creditorum).

 

 

I presupposti per dichiarare il fallimento

Quanto ai presupposti del fallimento, questi sono soggettivi, oggettivi e negativi.

 

Presupposti soggettivi

Innanzitutto il debitore deve essere un imprenditore commerciale; non deve trattarsi di enti pubblici. Ai sensi dell’art. 1 L.F., come modificato dal D.Lgs. 169/2007, non sono soggetti al fallimento e al concordato preventivo gli imprenditori che abbiano il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

 

— aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;

 

— aver realizzato, sempre nello stesso periodo, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro;

 

— avere un ammontare di debiti (comprendenti sia quelli scaduti, sia quelli non scaduti) non superiore a 500.000 euro.

 

La riforma del 2006 aveva ridefinito la nozione di piccolo imprenditore attraverso parametri quantitativi adeguati alla realtà economica ed imprenditoriale.

 

Secondo la formulazione dell’art. 1 L.F., prima dell’intervento del decreto correttivo, dunque, non erano piccoli imprenditori gli esercenti un’attività commerciale in forma individuale o collettiva che, anche alternativamente:

 

a) avessero effettuato investimenti nell’azienda per un capitale di valore superiore a 300.000 euro;

b) avessero realizzato, in qualunque modo risultasse, ricavi lordi calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, per un ammontare complessivo annuo superiore a 200.000 euro.

 

A partire dal 16 luglio 2006, quindi, il soggetto che rientrava in almeno uno dei due parametri indicati non era qualificabile «piccolo imprenditore» e di conseguenza era assoggettabile al fallimento o ad un’altra procedura concorsuale.

 

Tuttavia, l’applicazione sul campo della nuova definizione di piccolo imprenditore aveva creato non poche difficoltà interpretative. In primo luogo, la riforma aveva superato i problemi di coordinamento con la normativa fiscale, ma non aveva offerto una risposta esauriente alla necessità di conciliare tale definizione con quella codicistica (di cui all’art. 2083), dato l’utilizzo di parametri non coincidenti (quantitativi l’una e qualitativi l’altra).

 

Il problema principale consisteva tuttavia nel dato accertato della eccessiva riduzione di fallimenti e di presentazione di istanze di dichiarazione di fallimento che aveva comportato l’entrata in vigore della nuova norma, facendo giustamente ritenere che lo strumento di tutela degli interessi dei creditori che aveva sempre rappresentato la procedura concorsuale non riuscisse più a svolgere la sua funzione.

 

Per risolvere tale situazione incerta e contrastata sul buon esito dell’intervento della riforma del 2006, è dunque intervenuto il D.Lgs. 169/2007. Con esso, il legislatore ha di nuovo riformulato l’art. 1 L.F., introducendo l’importante novità di eliminare ogni riferimento alla nozione di piccolo imprenditore. Vengono, invece, individuati i suddetti requisiti dimensionali e di indebitamento che gli imprenditori commerciali devono avere congiuntamente per non essere assoggettati alle procedure concorsuali, indipendentemente dalla loro qualifica o meno, ai fini civilistici, di piccolo imprenditore.

 

In materia di fallimento del piccolo imprenditore, è opportuno segnalare il D.L. 98/2011, conv. in L. 111/2011 che ha disposto che «in attesa di una revisione complessiva della disciplina dell’imprenditore agricolo in crisi (…) gli imprenditori agricoli in stato di crisi o insolvenza possono accedere alle procedure di cui agli articoli 182bis e 182ter del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267».

Si consente, in questo modo, all’imprenditore agricolo in stato di crisi o di insolvenza di ricorrere:

 

— alla procedura prevista dall’art. 182bis L.F. (accordi di ristrutturazione del debito), strumento con il quale anche l’imprenditore agricolo può ristrutturare il suo debito, stipulando con i creditori rappresentanti almeno il 60% dei crediti uno specifico accordo. Il vantaggio consiste nel fatto che, durante il raggiungimento dell’accordo, sono sospese le azioni cautelari ed esecutive da parte dei creditori sul patrimonio del debitore, che, generalmente, pregiudicano seriamente l’attività di impresa;

 

— alla transazione fiscale (art. 182ter L.F.), istituto che consente alle imprese in stato di crisi o di insolvenza tenute al versamento di imposte e contributi di abbattere o comunque dilazionare il debito erariale, allo scopo di evitare il definitivo tracollo. L’obiettivo è, quindi, quello di consentire anche alle imprese agricole sommerse dai debiti nei confronti di agenzie fiscali, Inps e banche private di riaffiorare dalla crisi e riprendere la loro attività.

Da ultimo, il D.L. 179/2012, conv. in L. 221/2012, che ha integrato e corretto la L. 3/2012, ha chiarito con espressa disposizione normativa che anche l’imprenditore agricolo può accedere alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, proponendo, quindi, ai creditori un piano di ristrutturazione dei debiti che determina la finale esdebitazione del soggetto in crisi.

 

Il presupposto oggettivo

Ritornando ai presupposti per la dichiarazione di fallimento, il presupposto oggettivo consiste nella manifestazione dello stato di insolvenza. Si trova in stato di insolvenza l’imprenditore che non è più in grado di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni (art. 5 L.F.).

 

Lo stato di insolvenza può manifestarsi attraverso svariati indici: reiterati inadempimenti, fuga, irreperibilità, latitanza, chiusura dei locali etc. (art. 7 L.F.).

 

Il correttivo alla riforma (D.Lgs. 169/2007) ha previsto che il fallimento può essere dichiarato solo se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati è superiore a 30.000 euro.

 

Presupposti negativi

Quanto ai presupposti negativi, l’imprenditore commerciale non deve essere già sottoposto ad una procedura di liquidazione coatta amministrativa, non deve aver fatto domanda di concordato preventivo e non devono sussistere i requisiti per l’assoggettabilità dell’impresa alla procedura di amministrazione straordinaria.

 

Il presupposto soggettivo, pertanto, ricorre quando si verificano le seguenti condizioni:

  • esiste un’impresa, ai sensi dell’articolo 1 L.F.;
  • l’impresa stessa abbia carattere commerciale, ex articolo 2195 c.c., non sia cioè agricola;
  • l’imprenditore non dimostri di possedere i tre requisiti dimensionali e di indebitamento di «non fallibilità» elencati all’art. 1 L.F.;
  • l’impresa sia imputabile giuridicamente al soggetto, nel senso che il soggetto che la gestisce abbia capacità di agire o, nel caso di incapace, vi sia stata «l’autorizzazione» all’esercizio dell’impresa prevista dagli articoli 371, 397 e 425 c.c. e che l’impresa sia esercitata dal soggetto in nome proprio.

 

Sono, per contro, sottratti al fallimento gli enti pubblici cd. economici e gli imprenditori agricoli, alcune categorie di imprenditori individuate da leggi speciali (es.: imprese bancarie e assicurative) sottoposte a liquidazione coatta amministrativa, le società start-up innovative, soggette solo alle procedure concorsuali delle crisi da sovraindebitamento disciplinate dalla L. 3/2012.

 

Il presupposto oggettivo, invece, come detto, consiste nello stato di insolvenza, in cui, ai sensi dell’art. 5 L.F., si trova l’imprenditore che «non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni».

 

Di notevole importanza in merito alla portata e alla rilevanza dello stato di insolvenza

è la novità introdotta dalla riforma nell’art. 15, ult. comma, L.F. (successivamente modificato dal decreto correttivo), il quale prevede che il fallimento non si possa dichiarare quando «l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a 30.000 euro». In pratica, il legislatore ha fissato una soglia di valore, predeterminato e periodicamente aggiornabile, relativo all’esposizione debitoria, al di sotto della quale il fallimento dell’impresa non può essere dichiarato.

 

Si ricordi, infine, che lo stato di insolvenza manifestatosi deve avere carattere permanente; non deve cioè consistere in una «temporanea difficoltà di adempiere», la quale legittima solo il concordato preventivo, non anche il fallimento.

 

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