Il fallimento delle società commerciali
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15 Ago 2016
 
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Il fallimento delle società commerciali

La legge fallimentare prevede, in via di principio, la assoggettabilità al fallimento di ogni soggetto collettivo, dotato di autonomia patrimoniale anche se non di personalità giuridica, che eserciti un’impresa commerciale, non sia un ente pubblico e che superi i limiti dimensionali stabiliti dalla legge stessa.

 

Devono quindi ritenersi soggetti al fallimento:

— le società commerciali (ex art. 2195 c.c.);

— le associazioni (riconosciute e non riconosciute), le fondazioni e gli enti no-profit, qualora abbiano come scopo esclusivo o prevalente l’esercizio di attività commerciale;

— i consorzi fra imprenditori con attività esterna;

— le società cooperative e le società di mutuo soccorso che in concreto esercitino attività commerciale, ancorché questa non ne costituisca l’oggetto statutario;

— le società sportive, in seguito alla legge 18 novembre 1996, n. 586, che ha riconosciuto alle società sportive professionistiche la possibilità di avere scopo di lucro.

 

Sono escluse, invece, dalle procedure concorsuali:

 

— le società semplici, sempreché, di fatto, non esercitino attività commerciale;

— le comunioni a scopo di godimento;

— le associazioni in partecipazione.

 

La legge fallimentare, inoltre, detta alcune norme speciali (artt. 146 e ss. L.F.) che regolano — in caso di insolvenza sociale — il fallimento delle società commerciali e dei soci illimitatamente responsabili, la responsabilità per dolo o per colpa degli amministratori di società di capitali, nonché i complessi rapporti tra fallimento sociale e fallimento dei soci.

 

 

Il fallimento del socio a responsabilità illimitata

A norma dell’art. 149 L.F., il fallimento di uno o più soci illimitatamente responsabili non produce il fallimento della società; al contrario, l’art. 147 L.F., 1° comma, dispone che la sentenza che dichiara il fallimento di una società con soci a responsabilità illimitata produce anche il fallimento dei soci, pur se non persone fisiche, illimitatamente responsabili.

 

Pertanto:

 

— il fallimento di una società in nome collettivo (registrata o irregolare) è causa del fallimento di tutti i soci (artt. 2291 e 2297 c.c.);

 

— il fallimento di una società in accomandita per azioni è causa del fallimento dei soci accomandatari (art. 2452 c.c.);

 

— il fallimento di una società in accomandita semplice è causa del fallimento di tutti i soci accomandatari e dei soci accomandanti che abbiano compiuto atti di immistione nell’amministrazione della società (art. 2320 c.c.), o che abbiano consentito che il loro nome fosse compreso nella ragione sociale (art. 2314 c.c.).

 

Il fallimento dei soci illimitatamente responsabili conseguente al fallimento societario non può essere dichiarato decorso un anno dallo scioglimento del rapporto sociale (per morte, recesso, cessione della quota o esclusione) o dalla cessazione della responsabilità illimitata (nei casi di trasformazione, fusione o scissione societaria), se sono state osservate le formalità per rendere noti ai terzi i fatti indicati (art. 147, 2° comma, L.F. ). Tuttavia, per aversi il fallimento per estensione dell’ex socio illimitatamente responsabile, è necessario che la situazione di insolvenza sia insorta prima degli avvenimenti indicati.

 

 

Il fallimento nelle società con soci a responsabilità limitata

In caso di fallimento della società, la procedura concorsuale non investe anche i singoli soci. Il fallimento, infatti, va dichiarato in nome della società, in persona degli  amministratori che la rappresentano, i quali sono sottoposti ad una serie di limitazioni di carattere personale.

Il fallimento del socio non rileva per la società.

 

 

Il fallimento del socio occulto e della società occulta

Dispone il 4° comma dell’art. 147 L.F.: «se dopo la dichiarazione di fallimento della società risulta l’esistenza di altri soci illimitatamente responsabili, il tribunale, su istanza del curatore, di un creditore, di un socio fallito, dichiara il fallimento dei medesimi».

 

La norma in esame, pertanto, regola espressamente l’ipotesi in cui, dopo la dichiarazione di fallimento della società, si scopra l’esistenza di un numero di soci illimitatamente responsabili superiore a quello apparente.

 

Ponendo fine ai problemi giurisprudenziali e dottrinali sorti nel vigore del testo anteriore alla riforma, il quale non considerava il problema della società occulta, il 5° comma dell’art. 147 L.F. stabilisce che «qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio illimitatamente responsabile», è possibile richiedere la dichiarazione di fallimento della società occulta e degli altri soci illimitatamente responsabili, su istanza del curatore, dei creditori o del socio fallito.

 

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