La dichiarazione di fallimento: procedura
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15 Ago 2016
 
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La dichiarazione di fallimento: procedura

Procedimento per la dichiarazione di fallimento, ricorso, competenza, reclamo e revoca della sentenza dichiarativa di fallimento.

 

 

Dichiarazione di fallimento: i soggetti legittimati

La dichiarazione di fallimento può esser promossa (art. 6 L.F.):

 

— su ricorso di uno o più creditori;

— su richiesta dello stesso debitore;

— su istanza del pubblico ministero.

 

È stata invece soppressa dalla riforma del 2006 la dichiarazione di fallimento d’ufficio. Tuttavia il giudice ha il dovere di segnalare al Pubblico ministero l’insolvenza eventualmente rilevata nel corso di un giudizio civile in cui l’imprenditore sia parte.

 

 

La competenza alla dichiarazione di fallimento

Competente alla dichiarazione di fallimento è il Tribunale del luogo ove l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa (art. 9 L.F.): trattasi di competenza funzionale e, perciò, inderogabile. La sede principale o effettiva (se non coincide con quella legale) dell’impresa deve essere individuata alla data di presentazione (deposito in Cancelleria) dell’istanza di fallimento: il trasferimento della sede intervenuto nell’anno antecedente all’esercizio dell’iniziativa per la dichiarazione di fallimento non rileva ai fini della competenza (art. 9, 2° comma, L.F.).

 

 

Procedimento e notifiche per la dichiarazione di fallimento

L’imprenditore (e i soci illimitatamente responsabili cui si estende il fallimento della società di persone) devono essere obbligatoriamente convocati avanti il Tribunale, insieme ai creditori istanti, per essere sentiti in camera di consiglio, in modo da garantire loro il diritto alla difesa ed al fine di consentire il pieno contraddittorio tra le parti (art. 15 L.F., completamente riscritto dalla riforma del 2006 e modificato dal D.Lgs. 169/2007) e successivamente dal D.L. 179/2012 (cd. crescita bis), conv. in L. 221/2012.

 

È opportuno sottolineare che il D.L. 18-10-2012, n. 179 (cd. crescita bis), conv. in L. 17-12-2012, n. 221, al fine di accelerare e facilitare l’iter burocratico delle procedure concorsuali, apporta numerose semplificazioni delle notifiche della legge fallimentare, introducendo le comunicazioni on-line nei momenti essenziali della procedura. Si tenga presente, però, che, per quanto concerne il procedimento relativo alla dichiarazione di fallimento, l’introduzione della notifica elettronica viene necessariamente attenuata, trattandosi di procedimento particolarmente delicato. Infatti si prevede che il ricorso e il decreto di convocazione del Tribunale siano notificati, a cura della cancelleria, all’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) del debitore, risultante dal registro delle imprese. L’esito della comunicazione è trasmesso, automaticamente, all’indirizzo di PEC del ricorrente. Se la notificazione non risulta possibile o non ha esito positivo, si esegue a cura del ricorrente di persona, in subordine con deposito dell’atto presso la casa comunale. Questa disposizione si applica ai procedimenti introdotti dopo il 31-12- 2013.

 

Infine, l’udienza è fissata non oltre 45 giorni dal deposito del ricorso e tra la data della comunicazione o notificazione e quella dell’udienza devono trascorrere almeno 15 giorni.

 

Il Tribunale può rifiutare di emettere la dichiarazione di fallimento con decreto motivato, quando ritenga l’insussistenza dei presupposti richiesti dalla legge.

 

 

Ricorso per il fallimento: l’impugnazione del decreto di rigetto

Il decreto di rigetto è impugnabile dal creditore istante o anche dal debitore — qualora il Tribunale, pur rigettando l’istanza, non abbia accolto le domande di condanna al rimborso delle spese sostenute — con reclamo alla Corte di appello entro 30 giorni (termine così modificato dal D.Lgs. 169/2007). Qualora questo venga accolto, gli atti sono rimessi nuovamente al Tribunale che deve dichiarare il fallimento (art. 22 L.F.).

 

Il provvedimento della Corte di appello, sia che accolga sia che respinga il ricorso, non è più impugnabile.

 

Se il Tribunale riscontra l’esistenza dei presupposti previsti dalla legge, dichiara il fallimento con sentenza. Tale sentenza, inoltre, contiene la nomina dei principali organi della procedura (giudice delegato e curatore); ordina al fallito di depositare, entro 3 giorni, il bilancio, le scritture contabili e fiscali obbligatorie e l’elenco dei creditori; fissa la prima udienza di verifica dei crediti, che deve avvenire entro 120 giorni dal deposito della sentenza, ovvero 180 giorni in caso di particolare complessità della procedura; assegna ai creditori e ai terzi il termine perentorio di 30 giorni prima dell’udienza di accertamento del passivo per la presentazione delle domande di insinuazione, di restituzione o di rivendica.

 

 

La sentenza dichiarativa di fallimento

La sentenza dichiarativa di fallimento è provvisoriamente esecutiva. Quanto al profilo della pubblicità:

 

— è notificata per intero al debitore;

— è comunicata per estratto al P.M. (novità aggiunta dal D.Lgs. 169/2007), al curatore ed al richiedente il fallimento;

— è annotata presso l’Ufficio del Registro delle imprese ove l’imprenditore ha la sede legale.

 

La sentenza produce i suoi effetti dalla data della pubblicazione e, nei confronti dei terzi, dalla data di iscrizione nel Registro delle imprese.

 

 

Reclamo contro la sentenza di fallimento e revoca della stessa

Contro la sentenza che dichiara il fallimento possono proporre reclamo il debitore e «qualunque interessato» (art. 18 L.F.), cioè chiunque abbia interesse, non solo patrimoniale ma anche morale, ad ottenere la revoca del fallimento (es.: il coniuge del fallito).

 

Secondo la formulazione dell’art. 18 L.F. (parzialmente modificato dal D.Lgs. 169/2007) il ricorso deve essere depositato presso la Corte d’appello nel termine perentorio di 30 giorni decorrenti, per il debitore, dalla data della notifica della sentenza e, per gli altri interessati, dall’iscrizione nel Registro delle imprese e non sospende gli effetti della sentenza impugnata (salvo art. 19, comma 1, L.F.).

 

Il reclamo non è più proponibile decorso un anno dalla pubblicazione della sentenza.

 

La riforma del 2006 ha previsto ex novo la possibilità, per il curatore o per la parte proponente il reclamo, di richiedere alla Corte la sospensione in tutto o in parte, o anche solo temporaneamente, della liquidazione dell’attivo eventualmente già iniziata. Il collegio può accogliere l’istanza quando ricorrono gravi motivi, sentite le parti (art. 19 L.F.).

 

La sentenza con cui si chiude il giudizio di reclamo può accogliere il ricorso, disponendo la revoca del fallimento, o in alternativa, rigettare il ricorso, confermando pertanto il fallimento.

 

A seguito della revoca della sentenza di fallimento:

 

— restano salvi gli effetti degli atti legalmente compiuti dagli organi del fallimento;

 

— le spese della procedura ed il compenso al curatore sono liquidati dal Tribunale con decreto reclamabile ai sensi dell’art. 26 L.F. (tale reclamabilità è stata introdotta ex novo dal decreto correttivo). Le spese sono poste a carico del creditore istante, qualora questi sia stato condannato ai danni per aver chiesto la dichiarazione di fallimento con colpa, mentre sono poste a carico del fallito persona fisica se, con il suo comportamento, ha dato causa e adito alla dichiarazione di fallimento (art. 147, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115);

 

— riacquistano efficacia gli atti i cui effetti erano caduti automaticamente con la dichiarazione di fallimento (artt. 64 e 65 L.F.) o in conseguenza della dichiarazione giudiziale con cui si era chiusa la revocatoria fallimentare;

 

— l’«ex fallito» riacquista le libertà e le capacità personali limitate o perdute, ivi compresa la capacità processuale;

 

— vengono eliminati tutti gli effetti negativi per i creditori (es.: la sospensione degli interessi sui loro crediti).

 

La revoca del fallimento di una società di persone determina normalmente anche quella dei fallimenti dei soci illimitatamente responsabili.

 

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