Gli effetti del fallimento per fallito, creditori e contratti
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15 Ago 2016
 
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Gli effetti del fallimento per fallito, creditori e contratti

Gli effetti della sentenza di fallimento per il fallito, per i creditori e per i contratti in corso.

 

 

Fallimento: gli effetti personali per il debitore

Per effetto della sentenza dichiarativa di fallimento:

 

— il fallito persona fisica deve consegnare al curatore la propria corrispondenza riguardante i rapporti compresi nel fallimento, inclusa quella elettronica (art. 48 L.F.). Nel caso di mancato ottemperamento dell’obbligo, il fallito decade dal beneficio dell’esdebitazione.

 

Nel caso di fallimento di società, invece, il decreto correttivo (D.Lgs. 169/2007), circoscrivendo la salvaguardia degli interessi di riservatezza della corrispondenza al solo «fallito persona fisica», ha previsto l’obbligo, a carico degli amministratori e dei liquidatori di società, di consegnare al curatore tutta la corrispondenza diretta alla società fallita (non solo quella riguardante i rapporti compresi nel fallimento);

 

— il fallito deve comunicare al curatore ogni cambiamento della propria residenza o del proprio domicilio e deve presentarsi personalmente agli organi del fallimento per fornire informazioni o chiarimenti sulla gestione della procedura, anche a mezzo di mandatario in caso di legittimo impedimento (art. 49 L.F.). In caso di mancato adempimento è prevista una sanzione penale.

 

Secondo la disciplina anteriore alla riforma del 2006, alla sentenza dichiarativa di fallimento conseguiva l’iscrizione del fallito nel pubblico registro dei falliti, al quale erano collegate una serie di incapacità, perduranti fino alla conservazione di tale iscrizione.

La riforma ha abolito il registro dei falliti (peraltro mai istituito) attraverso l’abrogazione dell’art. 50 L.F. ed ha soppresso la prevista incapacità per il fallito, nei 5 anni successivi al fallimento, di esercitare il diritto di voto (elettorato attivo) (art. 2, 1° comma, D.P.R. 20 marzo 1967, n. 223).

 

La disposizione che contempla tali abrogazioni è entrata immediatamente in vigore (16 gennaio 2006).

In coordinamento con tali interventi, è stato soppresso l’istituto della riabilitazione.

 

Permangono tuttavia le altre incapacità che il codice civile e le leggi speciali collegano alla figura del fallito, tra cui: la perdita della possibilità di esercitare alcune professioni (avvocato, titolare di farmacia, geometra) con cancellazione dai relativi albi professionali; la perdita della capacità di assumere determinati uffici (tutore o curatore; giudice popolare; esattore delle imposte; amministratore o liquidatore di società per azioni).

 

Per cercare di limitare tali residue incongruenze con lo spirito della riforma derivanti da previsioni sparse in numerose e diverse leggi speciali, è intervenuto successivamente il decreto correttivo (D.Lgs. 169/2007), il quale:

 

— ha specificato che tutte le incapacità personali riguardanti il fallito cessano con la chiusura del fallimento (art. 120 L.F.);

 

— ha eliminato ogni riferimento al fallimento nelle disposizioni riguardanti il casellario giudiziale (D.P.R. 313/2002);

 

— in tema di disciplina del commercio, ha eliminato la disposizione che vietava l’iscrizione nel registro delle imprese dei soggetti dichiarati falliti, fino alla pronuncia della sentenza di riabilitazione (art. 5, co. 2°, lett. a), D.Lgs. 114/1998): anche il soggetto fallito può dunque ora iscriversi nel registro delle imprese, quale titolare di una nuova impresa commerciale, distinta da quelle assoggettate al fallimento (questa disposizione si applica eccezionalmente anche alle procedure concorsuali in corso al 1° gennaio 2008).

 

Il fallito perde, inoltre, la legittimazione processuale. È il curatore, infatti, che si sostituisce ad esso nei giudizi, anche in corso, concernenti rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento, ad eccezione delle azioni relative ai beni e ai diritti personali, alle cose inespropriabili e delle azioni correlate alla dichiarazione di fallimento. In tali giudizi, inoltre, il fallito non può testimoniare, rendere interrogatorio formale o spiegare intervento volontario (tranne, in quest’ultimo caso, quando emerge una imputazione di bancarotta a suo carico).

 

Infine, l’apertura del fallimento determina l’automatica interruzione del processo (art. 43, ultimo comma, L.F.).

 

 

Fallimento: gli effetti patrimoniali per il debitore

In seguito alla dichiarazione di fallimento, il fallito viene spossessato dei suoi beni (pur mantenendone formalmente la proprietà), i quali passano all’amministrazione del curatore, che li prende in consegna.

 

A seguito di tale spossessamento il fallito è privato dell’amministrazione e della facoltà di disposizione dei suoi beni, che restano vincolati al fallimento. Tutti gli atti di disposizione compiuti dal fallito, nonché i pagamenti da lui effettuati o ricevuti dopo la sentenza di fallimento solo inefficaci nei confronti dei creditori (art. 44 L.F.).

 

Lo spossessamento, tuttavia, non si estende a tutti i beni del fallito, in quanto ne restano esclusi (art. 46 L.F.):

 

— i beni e i diritti strettamente personali;

— gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, le pensioni e i salari nei limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito stesso e della sua famiglia;

— le cose non soggette a pignoramento ai sensi dell’art. 514 c.p.c.;

— i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli minori, i beni costituiti in fondo familiare ed i loro frutti;

— la casa di abitazione, nei limiti necessari al fallito ed alla sua famiglia.

 

Sono invece compresi nel fallimento anche i beni che pervengono al fallito durante la procedura (beni sopravvenuti, a titolo oneroso o gratuito, per atto tra vivi o successione a causa di morte, ma anche beni derivanti da un’attività non avente carattere negoziale), dedotte le passività incontrate per l’acquisto e la conservazione di tali beni.

 

 

Fallimento: effetti nei confronti dei creditori

Detta l’articolo 52 L.F. che «il fallimento apre il concorso dei creditori sul patrimonio del fallito»: la sentenza dichiarativa di fallimento conferisce ai creditori il diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato dalla liquidazione del patrimonio del fallito, sulla base dell’importo del credito al momento della dichiarazione di fallimento.

 

Restano precluse, ai singoli creditori, le azioni esecutive e cautelari individuali sui beni del fallito.

Per garantire a tutti i creditori il diritto della par condicio:

 

— i debiti pecuniari e non pecuniari del fallito si considerano scaduti, agli effetti del concorso, alla data della dichiarazione di fallimento (artt. 55 e 59 L.F.);

 

— al concorso partecipano altresì i creditori condizionali: costoro, anche se in attesa dell’accertamento della condizione, sono ammessi al passivo con riserva e le somme loro spettanti vengono accantonate (artt. 55, 96, 113 e 113bis L.F.);

 

— la dichiarazione di fallimento sospende il corso degli interessi convenzionali o legali sui crediti chirografari.

 

Per i crediti cd. privilegiati (cioè garantiti da pegno, ipoteca, o muniti di privilegi generali o speciali), invece, non è sospeso il corso degli interessi legali. Questi ultimi, inoltre, non partecipano alla par condicio creditorum e fanno valere il loro diritto di prelazione sul prezzo dei beni vincolati (per il capitale, gli interessi e le spese) e solo allorché non siano soddisfatti interamente con il valore realizzato da tali beni diventano per il residuo creditori chirografari e concorrono con costoro (per la medesima percentuale) nelle ripartizioni del resto dell’attivo (art. 54 L.F.).

 

 

Effetti del fallimento sui contratti in corso di esecuzione

Il fallimento non determina mai la risoluzione dei contratti in corso di esecuzione tra le parti, ma solo lo scioglimento del rapporto in determinati casi. In tali casi il legislatore ha stabilito l’estinzione del rapporto, con efficacia ex nunc (in particolare nelle ipotesi in cui la prosecuzione del rapporto è esclusa dal carattere personale dello stesso).

 

La legge fallimentare, nella sua formulazione originaria, non conteneva una disciplina generale relativa ai contratti pendenti al momento del fallimento ma si limitava a regolamentare singoli tipi contrattuali con disposizioni applicabili per analogia ai rapporti non espressamente regolati.

La riforma del 2006, al fine di eliminare tali carenze, ha previsto nell’art. 72 L.F. una disciplina generale applicabile ai contratti pendenti al momento della dichiarazione di fallimento. La regola generale è costituita dalla sospensione del rapporto che risulti pendente al momento della dichiarazione di fallimento, con facoltà di scelta per il curatore di proseguire nell’esecuzione del contratto, assumendo tutti gli obblighi da questo nascenti, ovvero di sciogliere il rapporto, facendo venir meno le ulteriori obbligazioni.

 

Esaminiamo i principi di tale regolamentazione, fatte salve le indicazioni specifiche previste per alcuni contratti contemplati dalla legge:

 

  1. a) i contratti già eseguiti da una delle parti restano in vita: se, però, ad eseguirli è stata la controparte del fallito, questa, in quanto creditore, entrerà nel numero dei creditori concorrenti e dovrà accontentarsi della percentuale fallimentare;

 

  1. b) per i contratti non ancora eseguiti o non compiutamente eseguiti da entrambe le parti bisogna distinguere:

— alcuni, e cioè quelli basati sull’intuitus personae, si sciolgono «ipso iure» per il fallimento di una delle parti (es.: mandato, commissione);

— altri (quali l’assicurazione contro i danni ed i rapporti di lavoro subordinato) proseguono necessariamente con subentro automatico del curatore nella posizione del fallito;

— altri, invece, possono essere mantenuti in vita e viene attribuita al curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, la facoltà di scelta tra subentro e scioglimento. Il rapporto rimane sospeso in attesa che gli organi fallimentari comunichino le loro intenzioni, salvo che, nei contratti ad effetti reali, sia già avvenuto il trasferimento del diritto. Tale ultimo inciso è stato aggiunto dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169; con tale disposizione il legislatore ha voluto specificare che il contratto traslativo si considera ineseguito sino a quando non si è realizzato l’effetto reale.

Il contraente in bonis può mettere in mora il curatore facendogli assegnare dal giudice delegato un termine (non superiore a 60 giorni) per effettuare la scelta sulla sorte del contratto, decorso il quale il contratto si intende sciolto.

 

Se il curatore decide di continuare a dare corso al contratto, subentra in luogo del fallito, assumendone tutti gli obblighi; in caso di scioglimento, invece, il contraente in bonis ha diritto di far valere nel passivo il credito conseguente al mancato adempimento.

 

Il decreto correttivo alla riforma (D.Lgs. 169/2007) è intervenuto nella disciplina dei contratti in corso specificando che:

 

— il contratto traslativo si considera ineseguito sino a quando non si è realizzato l’effetto reale: di conseguenza, se il bene che è oggetto, ad esempio, di compravendita è già passato in proprietà del compratore, il contratto non può considerarsi pendente, bensì già interamente eseguito da una parte, per cui non può applicarsi ad esso la regola generale di cui all’art. 72 L.F.;

 

— in caso di scioglimento del contratto, non è comunque dovuto al contraente in bonis il risarcimento del danno per il mancato adempimento, per cui egli avrà diritto ad insinuarsi al passivo solo nei limiti del valore della prestazione mancata dedotta nel contratto sciolto.

 

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