Il concordato preventivo
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16 Ago 2016
 
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Il concordato preventivo

Cos’è il concordato preventivo, condizioni organi e procedimento, la procedura.

 

Cos’è il concordato preventivo

Il concordato preventivo costituisce il mezzo offerto al debitore per evitare che su di esso ricada la gravosa procedura fallimentare, anche se può essere convertito in fallimento. È un accordo giudiziale, con il quale i creditori ed il debitore concordano le modalità di estinzione delle obbligazioni contratte. L’accordo deve essere approvato dai creditori.

 

Il D.L. 35/2005 (cd. decreto competitività), conv. in L. 80/2005, ha apportato importanti modificazioni e semplificazioni in materia di concordato preventivo, con il preminente obiettivo di facilitare il ricorso a tale strumento di risanamento e riservare la procedura fallimentare alla gestione delle situazioni di dissesto più gravi. Ulteriori e importanti modifiche a tale disciplina sono state introdotte dal decreto correttivo alla riforma fallimentare (D.Lgs. 169/2007).

 

Successivamente sulla disciplina del concordato preventivo è intervenuto il D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012, con l’obiettivo di migliorare ed agevolare la gestione delle crisi aziendali, soprattutto incentivando l’utilizzo di strumenti di composizione negoziale della crisi alternativi al fallimento.

 

 

Condizioni organi e procedimento

In particolare, sotto il profilo soggettivo è richiesto:

 

— che l’istante sia imprenditore commerciale (non in possesso dei requisiti di non fallibilità previsti dall’art. 1 L.F., né imprenditore agricolo);

 

— che versi in stato di crisi (cioè in una difficoltà, anche temporanea, ad adempiere le proprie obbligazioni) o in stato di insolvenza (il medesimo del fallimento).

 

Sotto il profilo oggettivo occorre che l’imprenditore proponga ai creditori un piano di risanamento della propria esposizione debitoria alternativamente attraverso:

 

— la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei beni, accollo od altre operazioni straordinarie, compresa l’attribuzione ai creditori di azioni, quote, obbligazioni (anche convertibili in azioni) o altri strumenti finanziari e titoli di debito;

 

— l’attribuzione di attività delle imprese interessate dalla proposta di concordato ad un assuntore. Possono costituirsi come assuntori anche gli stessi creditori.

 

Nel piano di risanamento il debitore può prevedere la suddivisione dei creditori in classi secondo posizione giuridica ed interessi economici omogenei e, conseguentemente, trattamenti differenziati fra creditori appartenenti a classi diverse (il trattamento stabilito per ogni classe non può tuttavia alterare l’ordine dei diritti di prelazione).

 

Il decreto correttivo alla riforma fallimentare (D.Lgs. 169/2007) ha infine chiarito che la proposta di concordato può prevedere la soddisfazione anche non integrale (bensì in percentuale) dei creditori privilegiati (alla stregua quindi di quelli chirografari), a condizione però che il piano ne preveda la soddisfazione in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di vendita del bene su cui cade la causa di prelazione, avuto riguardo al suo valore di mercato indicato in un’apposita relazione redatta da un professionista iscritto nel registro dei revisori contabili che abbia i requisiti previsti per la nomina di curatore di cui all’art. 28 lett. a) e b) L.F. (scelto quindi tra le categorie degli avvocati, commercialisti o ragionieri iscritti agli ordini etc.).

 

È stata introdotta la possibilità per il Tribunale, qualora accerti qualche problema nella redazione del piano in ordine alla sussistenza dei requisiti di ammissibilità, di concedere al debitore un termine, non superiore a 15 giorni, per apportare integrazioni al piano e produrre nuovi documenti.

 

Anche sotto il profilo oggettivo, pertanto, il D.L. 35/2005 ha operato una decisa semplificazione, dal momento che non è più prevista come condizione di ammissibilità l’indicazione di una percentuale minima dell’intera esposizione debitoria da offrire in pagamento ai creditori chirografari ed il pagamento integrale di quelli privilegiati.

 

Tra le novità di maggior rilievo in tema di crisi di impresa introdotte dal D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012 vi è la possibilità di anticipare gli effetti protettivi del concordato preventivo attraverso il deposito di un ricorso contenente la sola domanda di ammissione al concordato (cd. concordato preventivo in bianco). Si prevede, infatti, attraverso una modifica dell’art. 161 L.F., la facoltà dell’imprenditore di depositare un ricorso contenente la mera domanda di concordato preventivo, senza la necessità di produrre, contestualmente alla stessa, la proposta, il piano e l’ulteriore documentazione richiesta dal 2° e 3° comma dell’art. 161 L.F.

Tale disciplina del concordato cd. in bianco, introdotta per consentire all’impresa in crisi di evitare il fallimento e di salvare il patrimonio dalle aggressioni dei creditori con la massima tempestività, è stata però modificata, da ultimo, dal decreto del fare (D.L. 69/2013, conv. in L. 98/2013) al fine di impedire condotte abusive di questo strumento (cioè domande dirette soltanto a rinviare il momento del fallimento, quando lo stesso non è evitabile).

 

Innanzitutto, il debitore viene ora obbligato ad allegare alla domanda di «preconcordato» informazioni dettagliate relative ai creditori con i rispettivi crediti, oltre agli ultimi tre bilanci. Inoltre, è stata introdotta la facoltà per il Tribunale di nominare il commissario giudiziale già con il decreto con cui si assegna al debitore il termine per il deposito della proposta, del piano e delle documentazione. Tale disposizione ha lo scopo di attuare, già in questa fase di pre-ammissione, un controllo sulle condotte tenute dal debitore. È previsto, infatti, che qualora il commissario accerti che l’imprenditore abbia occultato o dissimulato parte dell’attivo, omesso dolosamente di denunciare uno o più crediti, esposto passività insussistenti o commesso altri atti di frode, il commissario stesso debba riferirne immediatamente al Tribunale il quale, verificata l’effettiva sussistenza di dette condotte, può dichiarare improcedibile la domanda di concordato.

 

 

Gli organi della procedura

Sono organi della procedura di concordato preventivo il Tribunale, il Giudice delegato ed il Commissario giudiziale.

 

È tuttora discusso, in dottrina, se anche l’assemblea dei creditori possa ricomprendersi tra gli organi della procedura. In ogni caso l’assemblea vota sulla proposta di concordato, ma il suo voto vincola il Tribunale solo se negativo.

 

 

La procedura del concordato preventivo

Quanto al procedimento il debitore propone al Tribunale del luogo in cui si trova la sede principale dell’impresa, con ricorso, la domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo.

Il Tribunale valuta l’ammissibilità della domanda. Se accerta l’insussistenza dei presupposti respinge la proposta e, accertati i presupposti di cui agli articoli 1 e 5 L.F., dichiara con separata sentenza il fallimento.

 

Il Tribunale dovrà verificare che la domanda di concordato sia fatta con ricorso dal debitore e che alla stessa siano allegati una relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale dell’impresa ed un elenco dei titolari dei diritti reali o personali sui beni di proprietà dell’imprenditore. Il tutto dovrà essere certificato da un professionista.

 

Se riconosce ammissibile la proposta dichiara aperta la procedura di concordato.

 

Successivamente l’adunanza dei creditori è chiamata a votare sulla proposta.

 

Sono ammessi a votare tutti i creditori chirografari, esclusi il coniuge, i parenti e gli affini fino al 4° grado del debitore.

 

Il concordato è approvato se riporta il voto favorevole dei creditori che rappresentano la maggioranza dei creditori ammessi al voto. Se sono previste diverse classi di creditori, il concordato è approvato se tale maggioranza si verifichi inoltre nel maggior numero di classi.

 

Se la proposta è approvata dalla maggioranza prescritta, inizia il giudizio di omologazione, nel quale il Tribunale controlla la legittimità del concordato (cioè una verifica formale del raggiungimento della maggioranza prescritta).

 

Se la maggioranza prescritta (art. 177, co. 1, L.F.) è raggiunta, il Tribunale omologa il concordato con decreto motivato, altrimenti emette sentenza di fallimento.

 

 

Effetti del concordato preventivo

A differenza di quanto avviene in seguito alla sentenza dichiarativa di fallimento, il debitore ammesso alla procedura di concordato preventivo conserva l’amministrazione dei suoi beni e continua l’esercizio dell’impresa (egli, cioè, non viene spossessato dall’amministrazione e disponibilità del suo patrimonio), con l’unica limitazione che, durante tutta la procedura, la sua attività è svolta sotto il controllo del commissario giudiziale (art. 167 L.F.).

 

È richiesta, inoltre, l’autorizzazione del giudice delegato per gli atti di disposizione eccedenti l’ordinaria amministrazione (ad esempio: mutui, compromessi, transazioni, concessioni di pegni o ipoteche, restituzioni di pegni o cancellazioni di ipoteche, accettazione di eredità e donazioni, alienazione di immobili etc.).

 

Gli effetti del concordato preventivo nei confronti dei creditori sono in parte analoghi a quelli del fallimento, dovendo sempre essere rispettata la par condicio creditorum (sospensione degli interessi, divieto di azioni esecutive e cautelari individuali). Non può essere adottata, però, per il concordato preventivo, la normativa relativa all’azione revocatoria.

 

Il D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012 (cd. decreto crescita) ha introdotto nell’ambito del concordato preventivo una disciplina dei contratti in corso di esecuzione (art. 169bis L.F.), finora assente, al fine di venire incontro all’esigenza del debitore di liberarsi dei contratti gravosi ai quali, spesso, è addebitabile la crisi. Si prevede, infatti, che il debitore, nel ricorso per essere ammesso al concordato, potrà chiedere che il tribunale o, dopo il decreto di ammissione, il giudice delegato, lo autorizzi a sciogliersi dai contratti in corso di esecuzione alla data della presentazione del ricorso. Su richiesta del debitore potrà essere autorizzata la sospensione del contratto per non più di 60 giorni, prorogabili una sola volta. La tutela dell’altro contraente si realizzerà mediante un indennizzo equivalente al risarcimento del danno conseguente al mancato adempimento.

 

Tale credito sarà soddisfatto come credito anteriore al concordato.

 

La sospensione non potrà essere richiesta per particolari categorie di contratti cd. a rilevanza sociale, quali: rapporti di lavoro subordinato, contratto preliminare di vendita trascritto avente ad oggetto un immobile ad uso abitativo destinato a costituire l’abitazione principale dell’acquirente o di suoi parenti ed affini entro il terzo grado, contratti di locazione di immobili.

 

 

Concordato con continuità aziendale e accordi di ristrutturazione

Il D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012 ha introdotto nella Legge Fallimentare l’art. 186bis, rubricato «Concordato con continuità aziendale», con cui ha introdotto una disciplina di favore per i piani di concordato preventivo finalizzati alla prosecuzione dell’attività di impresa, definendo espressamente che per continuità aziendale si intende la prosecuzione dell’attività di impresa da parte del debitore, la cessione dell’azienda in esercizio ovvero il conferimento dell’azienda in esercizio in una o più società, anche di nuova costituzione. Si è in presenza, quindi, di concordati che presuppongono la continuità dell’esercizio dell’impresa.

 

Il concordato con continuità aziendale è un concordato in cui l’esercizio dell’azienda rimane in capo all’imprenditore che chiede l’ammissione alla procedura e in cui l’adempimento della proposta è reso possibile dai flussi di cassa positivi generati dalla continuità operativa dell’azienda.

È perciò fondamentale che l’imprenditore predisponga un piano industriale dal quale dovrà necessariamente emergere che, pagati tutti i costi correnti, l’azienda è in grado di sviluppare risorse di cassa in eccesso che potrà destinare alla soddisfazione dei creditori concorsuali.

 

L’intento di favorire i piani di concordato preventivo finalizzati alla prosecuzione dell’attività di impresa viene perseguito con particolari regole per i contratti pubblici. Viene, pertanto, previsto che i contratti in corso di esecuzione alla data di deposito del ricorso, anche stipulati con pubbliche amministrazioni, non si risolvono, nonostante l’esistenza di patti contrari.

Inoltre, in deroga a quanto previsto dal Codice dei contratti pubblici, è previsto che l’impresa in concordato con continuità può partecipare alle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici, se soddisfa alcuni requisiti. Sul punto è intervenuto, da ultimo, il D.L. 145/2013, conv. in L. 9/2014, prevedendo che la partecipazione a procedure di affidamento di contratti pubblici deve essere autorizzata dal Tribunale, acquisito il parere del commissario giudiziale, se nominato; in mancanza di tale nomina, provvede il Tribunale.

 

Altra norma di particolare rilievo in caso di concordato con continuità aziendale è quella contenuta al quarto comma dell’articolo 182quinquies L.F., che consente al debitore che abbia presentato il ricorso di concordato in continuità di essere autorizzato a pagare crediti anteriori per prestazioni di beni o servizi, sempre che un professionista attesti che tali prestazioni sono essenziali per la prosecuzione dell’attività di impresa e funzionali a soddisfare la migliore soddisfazione dei creditori.

 

Nell’ambito della disciplina del concordato preventivo, infine, il D.L. 35/2005, conv. in L. 80/2005, ha introdotto la possibilità per il debitore di stipulare con i creditori un accordo stragiudiziale di ristrutturazione dei debiti, che gli consenta di far fronte alla crisi dell’impresa attraverso un piano concordato con la maggioranza dei suoi creditori (art. 182bis L.F. modif. da ultimo dal D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012).

 

Risoluzione e annullamento del concordato preventivo

Il concordato può essere:

 

risolto, su domanda dei soli creditori, in caso di inadempimento degli obblighi con

esso assunti, qualora tale inadempimento non sia di scarsa importanza (condizione introdotta dal D.Lgs. 169/2007);

 

annullato, se si scopre una esagerazione dolosa del passivo o una sottrazione o

dissimulazione dell’attivo.

 

Alla risoluzione o all’annullamento può conseguire la dichiarazione di fallimento solo qualora ne sussistano i presupposti e ne facciano richiesta i creditori o il P.M. (art. 173 L.F., modificato dal D.Lgs. 169/2007).

 

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