Revocatoria fallimentare
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16 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Revocatoria fallimentare

La revocatoria fallimentare si fonda sul presupposto che tutti gli atti compiuti dal fallito, nel periodo in cui si trovava in stato di insolvenza, sono pregiudizievoli per i creditori, per cui la sua finalità è quella di reintegrare il patrimonio dell’imprenditore fallito, rendendo inefficaci tutti gli atti compiuti in precedenza dallo stesso in pregiudizio ai creditori (artt. 64-71 L.F.).

 

La revocatoria fallimentare non è dunque un’azione di nullità, annullamento o risoluzione, costituendo invece un’azione recuperatoria o restitutoria: è rivolta, infatti, a recuperare il bene oggetto dell’atto revocato alla garanzia patrimoniale dei creditori, rendendo possibile l’esperimento dell’azione esecutiva concorsuale.

 

L’azione revocatoria fallimentare è stata modificata ad opera del D.L. 35/2005 (conv. in L. 80/2005), che ha dimezzato i precedenti termini anteriori alla dichiarazione di fallimento entro cui le varie fattispecie devono rientrare per costituire oggetto di revocatoria e ha previsto una serie eterogenea di casi di esenzione dall’esercizio dell’azione, ampliati a seguito delle modifiche introdotte dapprima dal D.Lgs. 169/2007 e successivamente dal D.L. 83/2012 (Misure urgenti per la crescita del Paese), conv. in L. 134/2012).

 

Secondo l’art. 67 L.F. sono sottoposti alla revocatoria fallimentare gli atti rientranti in una delle seguenti categorie:

 

a) atti a titolo oneroso, pagamenti di debiti scaduti e garanzie che presentino anormalità tali da far sospettare l’intenzione fraudolenta (es.: vendita di un bene per una somma irrisoria; dazione in pagamento di un bene di valore notevolmente superiore al debito etc.): il legislatore ha posto una presunzione iuris tantum di consilium fraudis se compiuti nell’anno antecedente alla dichiarazione di fallimento (o nei sei mesi antecedenti in caso di pegni, anticresi, ipoteche giudiziali o volontarie per debiti scaduti). È ammessa, tuttavia, la possibilità che il terzo acquirente provi di aver ignorato lo stato di insolvenza del debitore al momento del compimento dell’atto;

 

b) atti a titolo oneroso, pagamenti e garanzie che non presentino irregolarità, se il curatore provi che l’altra parte conosceva lo stato di insolvenza e gli atti stessi siano stati compiuti entro sei mesi dalla dichiarazione di fallimento.

 

Il 3° comma dell’art. 67 L.F., da ultimo modificato dal D.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012, prevede una serie di casi di esenzione dall’azione.

Gli atti a titolo gratuito (art. 64 L.F.) ed i pagamenti di crediti non scaduti al momento in cui è intervenuta la dichiarazione di fallimento (art. 65 L.F.) sono considerati dalla legge fallimentare «privi di effetti rispetto ai creditori» — se compiuti dal fallito nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento — e, come tali, non hanno bisogno di una pronunzia giudiziale di revoca.

 

Si ricorda, infine, che la riforma delle procedure concorsuali ha introdotto un termine di decadenza per l’esercizio dell’azione revocatoria fallimentare: dopo il 16 luglio 2006 non possono essere più promosse azioni revocatorie decorsi 3 anni dalla dichiarazione di fallimento e comunque decorsi 5 anni dal compimento dell’atto (art. 69bis L.F.).

 

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