L’imputato e la persona sottoposta ad indagini preliminari
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19 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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L’imputato e la persona sottoposta ad indagini preliminari

Il soggetto passivo delle indagini preliminari, requisiti per l’assunzione della qualità di imputato.

 

La problematica che investe il soggetto passivo delle indagini preliminari, prima, e del processo poi, è la sua denominazione nella fase preprocessuale.

Il legislatore ha accortamente evitato l’uso del termine «indiziato» allo scopo di evitare la formalizzazione della posizione assunta dalla persona sottoposta alle indagini e, soprattutto, il pregiudizio collegato ad una assunzione formale di tale qualità.

 

Invero, nel sistema accusatorio vigente, l’esigenza di una maggiore garanzia per la persona nei cui confronti il P.M. e la P.G. esperiscono indagini comporta che queste non possono incidere negativamente sul soggetto passivo prima che il P.M., al termine delle indagini stesse, formalizzi l’accusa con una imputazione definitiva, in uno dei modi previsti dall’art. 60.

 

D’altra parte, il termine «indiziato» allude ad un frammento di prova, ma in fase di indagini non si acquisiscono prove, né frammenti di essi (bensì solo fonti di future prove dibattimentali); sicché la figura dell’indiziato non è consona al sistema accusatorio: essa poteva essere appropriata nel vecchio sistema inquisitorio, in cui il P.M. formava direttamente prove.

Pare, quindi, più appropriata la terminologia che si ricollega, non ad una posizione semi-probatoria come quella di indiziato, ma ad una realtà di indagini o investigazioni ad opera di un organo inquirente. Quindi la terminologia di «indagato» o «investigato » è espressione della situazione in cui versa il soggetto in esame nel corso delle indagini preliminari fino al momento dell’eventuale esercizio dell’azione penale (art. 405), allorché acquisterà la qualità di imputato.

 

Peraltro, vero è che tutti gli atti di indagine concorrono verso la progressiva individuazione dell’addebito, ma è anche vero che la incolpazione contenuta in un atto delle indagini preliminari, avendo essa carattere di addebito provvisorio, non costituisce formale imputazione, né, quindi, esercizio dell’azione penale. Pertanto, quand’anche quell’addebito provvisorio abbia comportato l’arresto o il fermo o perfino l’emissione di una ordinanza cautelare personale da parte del giudice per le indagini preliminari (art. 292), non si è in presenza di una imputazione nelle forme tipiche di cui all’art. 60, con la conseguenza che resta possibile un provvedimento di archiviazione, che presuppone, appunto, l’assenza di azione penale (art. 50).

 

Esiste, infatti, una stretta corrispondenza tra esercizio dell’azione penale e formulazione dell’imputazione (art. 405), così come tra imputato ed imputazione (art. 60). Per converso, l’assunzione della qualità di imputato segna il passaggio dalla fase preprocessuale (o procedimentale in senso stretto) a quella del processo, secondo una rigida regola che non ammette eccezioni. Pertanto tale qualità si acquista dopo l’esercizio dell’azione penale (art. 405).

 

Ben diversa dalla formulazione dell’imputazione è la informazione di garanzia (art. 369), che il P.M. invia per posta all’indagato, non dall’inizio delle indagini o dal momento in cui queste sono indirizzate nei suoi riguardi, bensì in un successivo momento se e solo quando occorre compiere un atto cui il difensore dell’«indagato» abbia diritto di assistere . La informativa in questione mira, infatti, a salvaguardare i diritti e le garanzie difensive e non già ad esercitare l’azione penale. Del resto l’informativa suddetta intercorre tra P.M. ed indagato e non investe dell’accusa il giudice (come è invece richiesto dall’art. 60 per la imputazione), avendo una mera funzione di comunicazione di notizia (informazione, appunto).

 

Il differimento della nascita del rapporto processuale vero e proprio al termine delle indagini preliminari e quindi il collegamento dell’inizio del processo alla formulazione dell’imputazione rende manifesto che la qualità di inquisito non ha rilievo «processuale», ma serve solo ai fini della estensione dei diritti e delle garanzie dell’imputato a chi imputato ancora non è e potrebbe non diventarlo mai, in coerenza con lo schema accusatorio a base del nuovo rito (art. 61).

 

 

Requisiti per l’assunzione della qualità di imputato

La qualità di imputato si acquista al momento dell’esercizio dell’azione penale, allorché il P.M. formula l’imputazione, ad esempio, nella richiesta di rinvio a giudizio o di decreto penale (art. 60, c. 1). La qualità si conserva durante tutto l’arco del processo, in ogni fase e grado e si perde quando la sentenza (o il decreto penale) diviene definitiva (art. 60, c. 2). La qualità di imputato in base al terzo comma dell’art. 60 si può riacquistare nel caso di revoca della sentenza di non luogo a procedere (art. 434) o di attivazione della procedura di revisione del processo (art. 629).

L’assunzione della qualità di imputato (e quindi anche di indagato) in testa ad una determinata persona fisica è condizionata da vari requisiti.

 

 

Identificazione

Non è anzitutto ammissibile la formulazione di imputazione a carico di ignoti e quindi non possono aversi ignoti come imputati. Posto che l’assunzione della qualità di imputato deve avvenire solo attraverso atti tipici (art. 60), si ha che ciascuno di tali atti richiede la individuazione o personalizzazione dell’accusato. In difetto di individuazione non può essere indicato in tali atti l’identità della persona; ed allora l’accusa non può essere formalizzata ed il «processo» non nasce. Mancando un imputato, si versa in fase di indagini preliminari, che si concludono con la archiviazione (e non già con del processo, in realtà mancante). In ordine alla fase pre-processuale delle indagini preliminari, invece, è pienamente ammissibile una attività investigativa volta a conseguire la identificazione dell’autore del fatto ancora ignoto.

 

Infatti, l’identificazione del colpevole è uno dei primi adempimenti della P.G. (art. 349); lo stesso P.M. procede a siffatta individuazione (art. 361).

Ne consegue che le indagini preliminari, ma non il processo, possono sussistere anche in mancanza di identificazione.

 

Va chiarito che la identificazione in questione attiene alla certezza dell’identità fisica della persona, a prescindere dalla individuazione anche anagrafica. Infatti, l’impossibilità di attribuire all’imputato le sue esatte generalità anagrafiche non paralizza le indagini, né impedisce l’esercizio dell’azione penale nel processo (art. 66) [1]. D’altra parte, le generalità erronee o mancanti (ferma restando la medesimezza fisica) possono sempre essere corrette o inserite nella sentenza e negli altri provvedimenti del giudice, mediante la procedura per la correzione degli errori (e omissioni) materiali (art. 130).

 

Infine va ricordato che talvolta colui che delinque utilizza diverse identità personali. Tale fenomeno è frequente soprattutto per i cittadini non comunitari che posseggono documenti di dubbia genuinità. Ciò comporta che utilizzando un nome diverso, un imputato può apparire incensurato e senza carichi pendenti.

 

Ecco perchè il D.L. 144/2005 antiterrorismo ha introdotto l’art. 66bis c.p.p. il quale prevede che il magistrato che nel corso di un procedimento accerti che un indagato/imputato ha commesso altri reati con diverso nome, deve informare l’A.G. che procede per detti reati, in modo che ne possa tener conto ai fini della valutazione della pericolosità sociale, della recidiva ed altro [2].

 

Ferma sempre la individuazione fisica, il mancato accertamento dell’età dell’imputato può solo comportare il radicarsi della competenza del tribunale per i minorenni, quando vi sia ragione di ritenere che l’imputato sia minorenne (art. 67).

 

Già si è detto che in assenza di individuazione fisica, le indagini di P.G. si chiudono con l’archiviazione.

Tuttavia se, per errore, si è reputato come identificato il colpevole e si è quindi iniziata l’azione penale, va pronunciata immediatamente sentenza di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato, erroneamente già identificato (art. 68).

 

 

Esistenza in vita

In un processo di parti non è concepibile che al P.M. sia contrapposto un soggetto già deceduto; il processo ai morti rifugge a principi di civiltà. Inoltre, la pretesa punitiva sostanziale non potrebbe rivolgersi contro defunti, giacché la morte dell’imputato comporta l’estinzione del reato (art. 150 c.p.) e l’immediata declaratoria, con sentenza, di non luogo a procedere [3].

 

Nella precedente fase delle indagini preliminari, la morte dell’inquisito impedisce il passaggio alla fase processuale e comporta la archiviazione del procedimento, essendo ovvio che una persona già deceduta non può essere convocata innanzi ad un giudice in sede processuale.

Tuttavia, se l’archiviazione o la sentenza di non luogo a procedere si fondano sull’erroneo presupposto della morte dell’inquisito e poi dell’imputato, la fase delle indagini preliminari e il processo riprendono il loro corso non appena si accerta che l’inquisito o imputato sia ancora in vita (art. 69).

 

Anche in caso di privazione provvisoria della libertà personale (fermo ed arresto di P.G.), l’errore sulla identità fisica e quindi la mancata identificazione ha effetto rescindente, dovendosi disporre la immediata liberazione dell’arrestato o fermato (art. 389).

 

Nella fase di esecuzione delle sentenze irrevocabili di condanna, non solo la mancata individuazione (attribuzione delle vere generalità anagrafiche) della persona tratta in arresto per esecuzione di pena, ma anche il mero dubbio su siffatte generalità (e quindi sulla corrispondenza tra persona ora arrestata e quella condannata) impongono la liberazione del detenuto, non essendo lecita la incarcerazione di un soggetto in luogo di un altro o quella di un possibile innocente (art. 667).

 

In conclusione, ciò che rileva è la esistenza fisica dell’«indagato» o imputato e la sua fisica individuazione, essendo le generalità anagrafiche un mero strumento per la individuazione fisica.

 

 

Capacità processuale

Trattasi di quella capacità a partecipare, in maniera consapevole, al procedimento (inteso come inclusivo del processo). La dialettica paritaria, che sta a base del processo accusatorio, richiede che l’«indagato» e l’«imputato», sin dalla fase pre-processuale delle indagini, abbiano capacità di intendere e di volere. Capacità necessaria per avvalersi consapevolmente delle garanzie ed esercitare i diritti di difesa sin dall’inizio del procedimento.

Siffatta capacità attiene al procedimento, mentre la nozione sostanziale di imputabilità (capacità anch’essa di intendere e di volere: art. 85 c.p.) attiene al fatto-reato, oggetto del processo. La prima nozione attiene alla procedura, la seconda al diritto sostanziale, alla responsabilità penale.

 

Ciò posto, sia durante le indagini preliminari, sia durante la fase processuale in senso proprio, il giudice, quando è necessario dispone perizia per accertare tale capacità. In caso l’accertamento risulti negativo, il procedimento è sospeso per una durata di mesi sei, al termine dei quali il giudice dispone ulteriori accertamenti peritali e così di seguito, ogni sei mesi ( artt. 70 e 72). Va chiarito che la verifica di capacità processuale in questione attiene a quella inficiabile da infermità mentale, sia antecedente che sopravvenuta al fatto-reato [4].

 

Infatti, l’infermità coeva alla commissione del reato ha idoneità ad influire sulla stessa imputabilità e quindi sulla stessa punibilità dell’autore del fatto stesso (artt. 88 e 89 c.p.).

La inutilità di processare una persona non punibile deriva dal rilievo che, in tale ipotesi, la pretesa punitiva non raggiunge l’obiettivo della inflizione di pena. Pertanto, nella fase processuale, è stato previsto che, pur quando sussista incapacità processuale, possa pronunciarsi sentenza di proscioglimento nel merito o per imputabilità sostanziale, e possano essere assunte le prove che a tale proscioglimento eventualmente conducono. Nello stadio delle indagini preliminari, l’incapacità di una cosciente partecipazione alla fase investigativa non impedisce la archiviazione, ma solo il compimento di quegli atti che quella consapevole partecipazione presuppongono (artt. 70 e 71).

 

In ipotesi di incapacità processuale, per infermità mentale, scattano le misure di protezione dell’imputato:

  • nomina di un curatore speciale, per quella attività processuale non paralizzata dalla sospensione;
  • ricovero provvisorio in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero, per l’urgente trattamento sanitario della malattia mentale (artt. 71 e 73).

Compendio-di-Diritto-Processuale-Penale

 


[1] Ciò è stato ribadito dalla Cass., sez. VI, con la sent. 4-2-1998, n. 1317, la quale ha annullato una sentenza del giudice di merito il quale aveva assolto un imputato, straniero, dal reato di oltraggio, in quanto non erano certe le sue generalità. Ha precisato la Corte che l’assoluzione si impone se non è possibile identificare «fisicamente», il reo, ma non se vi è difficoltà nell’acquisizione delle generalità.

[2] La scoperta delle plurime generalità viene normalmente accertata dalla P.G. attraverso la comparazione dei rilievi dattiloscopici (impronte digitali) con quelle già memorizzate informaticamente presso gli archivi di polizia.

[3] Nel caso in cui il giudice pronunci sentenza nei confronti di un imputato defunto, il provvedimento deve ritenersi inesistente, in quanto manca il soggetto processuale nei cui confronti far valere la pretesa punitiva. È lo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza che deve dichiarare l’inesistenza del provvedimento e l’estinzione del reato (Cass. 30-4-2003, n. 31470).

[4] V. sent. C. Cost. 20-7-1992, n. 340, che ha dichiarato illegittimo il primo comma dell’art. 70 c.p.p., limitatamente alle parole «sopravvenuta al fatto», il che significa che l’obbligo di disporre la perizia ed eventualmente sospendere il giudizio, può originare anche da un’incapacità dell’imputato antecedente al fatto per il quale viene giudicato.

 


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