Processo penale: invalidità e nullità degli atti
Professionisti
20 Ago 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Processo penale: invalidità e nullità degli atti

Procedura penale, le patologie degli atti: l’inesistenza, l’irregolarità, la preclusione, la decadenza e l’inammissibilità, l’inutilizzabilità, le nullità assolute ed a regime intermedio, le  nullità relative; conseguenze delle nullità. L’abnormità. La correzione degli errori materiali.

 

L’ordinato e corretto progredire degli atti, in cui si sostanzia il procedimento, richiede l’osservanza delle sue regole. La loro violazione comporta conseguenze negative sugli atti compiuti ovvero sui soggetti autori degli atti stessi.

La più rilevante di esse è la nullità. La violazione delle norme di rito può però determinare altre conseguenze, quali la irregolarità, la decadenza, la inammissibilità e l’inutilizzabilità. L’importanza processuale della ricorrenza delle predette ipotesi di patologia degli atti, sta nel fatto che le più gravi di esse costituiscono vizi di legittimità, che possono essere fatti valere con le forme e nei tempi previsti dal codice, ed in talune ipotesi costituiscono anche motivo di ricorso per cassazione; dispone infatti l’art. 606, c. 1, lett. c), che il ricorso può essere proposto anche per «l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza».

Qui di seguito si analizzeranno le varie forme di patologia degli atti processuali.

 

 

L’inesistenza

Ricorre quando non sussistono i presupposti minimi per inquadrare l’atto compiuto, come un atto processuale. Ad esempio una sentenza emessa da un soggetto che non è un giudice, costituisce un atto inesistente. Pertanto l’inesistenza non può essere catalogata come un’ipotesi di invalidità, in quanto in tale ultimo caso pur sempre necessita che ciò che è stato compiuto presenti i caratteri dell’atto, sebbene adottato in contrasto con le norme di rito. Ne consegue che l’inesistenza è insanabile.

 

 

La irregolarità

È da premettere che in tema di patologia degli atti vige il cd. «principio di tassatività» codificato nell’art. 177, in base al quale « l’inosservanza delle disposizioni stabilite per gli atti del procedimento è causa di nullità nei casi previsti dalla legge». Sicché la violazione commessa non è inquadrata dal codice come causa di nullità (né determina decadenza o inutilizzabilità), l’atto sarà affetto da semplice irregolarità.

L’irregolarità è quindi qualsiasi vizio formale dell’atto non sanzionato dalla legge con la nullità. Quando si verifica, il giudice deve provvedere alla sua eliminazione, eventualmente facendo ricorso alla correzione degli errori materiali, di cui ci siamo già occupati.

Si tenga presente, comunque, che l’art. 124 prescrive l’obbligo dell’osservanza delle norme processuali anche quando la loro violazione non comporti nullità o altra sanzione processuale; in tali casi possono ricorrere, invero, profili di responsabilità disciplinare.

Ad esempio l’art. 299, c. 3, prevede che il giudice debba decidere entro cinque giorni sulla richiesta delle parti di revoca o sostituzione di una misura cautelare personale. La violazione ingiustificata di detto termine, pur non comportando effetti processuali, espone il giudice ad un possibile esercizio nei suoi confronti di un’azione disciplinare.

 

 

La preclusione, la decadenza e l’inammissibilità

La decadenza consiste nella perdita o estinzione del diritto o facoltà di porre in essere un atto del procedimento, trascorso il periodo di tempo indicato in un termine perentorio [1].

La decadenza non attiene direttamente all’atto, ma alla posizione del soggetto potenzialmente legittimato all’atto. Essa non è un vizio dell’atto, anche se, come le nullità, esiste nei soli casi previsti dalla legge (principio di tassatività). Pertanto la decadenza, in conformità alla sua significazione semantica, consiste nella vicenda estintiva del potere di compiere un atto processuale; essa è, quindi, sempre decadenza dal potere di compiere un atto. Necessario presupposto per l’operatività dell’istituto, è che l’atto non sia stato ancora compiuto: nel caso in cui esso fosse già stato compiuto, nonostante la decadenza, dovrebbe essere dichiarato inammissibile.

 

La decadenza non è altro che una forma di preclusione collegata al trascorrere del tempo. Più in generale, invece, la preclusione (non collegata ad un termine) ricorre quando il comportamento tenuto da una parte non consente di tenere un altro e diverso comportamento: «electa una via, non datur recursus ad alteram».

 

Pertanto, può dirsi che le preclusioni processuali si articolano in:

 

a) preclusione (in generale), in base a cui un determinato comportamento non ne consente un altro (ad es., il promovimento dell’azione in sede civile, implica la revoca della costituzione di parte civile: art. 82, c. 2);

 

b) decadenza, in base a cui il comportamento omissivo della parte rispetto ad un termine perentorio (preclusione collegata al trascorrere del tempo), determina la perdita della facoltà di compiere determinati atti processuali (ad es. decorso del termine per impugnare una sentenza);

 

c) inammissibilità, quando, pur essendosi maturata una preclusione o decadenza, l’atto viene egualmente compiuto (ad es. un appello fuori termine deve essere dichiarato inammissibile).

 

La causa generativa della decadenza è la decorrenza di un termine finale perentorio, previsto, cioè tassativamente, dalla legge a pena di decadenza (art. 173) per il compimento di un atto [2].

 

Il termine anziché da un dies, può essere rappresentato da una fase procedurale. Termini di decadenza sono, ad es., quelli per rilevare o eccepire le nullità non assolute (art. 182), per impugnare (art. 585), per la richiesta di riesame (art. 99 att.).

 

Si può avere la reviviscenza del potere, già estintosi per effetto della decadenza attraverso il meccanismo della restituzione nel termine ( art. 175). In particolare, il pubblico ministero, le parti private e i difensori sono restituiti nel termine stabilito a pena di decadenza e già scaduto, se il mancato rispetto è stato determinato da caso fortuito o forza maggiore. La richiesta deve essere avanzata entro 10 giorni dal momento della cessazione della situazione di caso fortuito o forza maggiore.

 

Un’ipotesi particolare è la restituzione nel termine per poter proporre opposizione avverso un decreto penale (artt. 175, c. 2° e 461 c.p.p.).

 

L’art. 175 c.p.p. prevede come condizione positiva, per rimettere in termini il condannato con decreto, che questi non abbia avuto tempestiva effettiva conoscenza del provvedimento. È consentito al giudice, per accertare la predetta «conoscenza», di svolgere ogni necessaria verifica, quindi non esclusivamente basata sugli atti già acquisiti al processo. Nessun onere probatorio è posto a carico del richiedente. Condizione ostativa è, invece, la volontaria rinuncia alla opposizione, nonostante la conoscenza del provvedimento.

 

Quanto al dies a quo di decorrenza del termine di 30 giorni per la proposizione della istanza di restituzione nel termine, la giurisprudenza ritiene che il giudice, ove abbia motivo di dubitare delle allegazioni di parte, può compiere gli opportuni accertamenti in ordine al momento in cui il soggetto istante ha avuto effettiva conoscenza del provvedimento [3].

 

Il provvedimento di restituzione nel termine viene adottato con ordinanza dal giudice che procede [4] [5].

Contro l’ordinanza che respinge la richiesta può essere proposto ricorso per cassazione.

 

L’art. 175 non prende più in considerazione la possibilità di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale, in quanto la legge 67 del 2014 ha abolito l’istituto della contumacia.

 

Altri termini previsti dal codice sono quelli dilatori, durante la pendenza dei quali non può essere compiuta una determinata attività processuale (es.: art. 419, c. 4); nonché quelli ordinatori, che servono per regolare il processo, ma la cui violazione non comporta sanzioni (es. art. 418, c. 1).

 

 

L’inutilizzabilità

L’inutilizzabilità di un atto consiste nella sua inidoneità ad essere usato probatoriamente.

Dispone l’art. 191 c.p.p. che le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate. Tale forma di patologia, codificata per la prima volta con il nuovo rito, mira a colmare una lacuna che si era manifestata nella vigenza del codice «Rocco», che consentiva attraverso la sanatoria della nullità, la possibilità di «recuperare» probatoriamente atti in origine nulli. Già la Corte Costituzionale, aveva segnalato il rischio connesso all’assenza di una specifica disciplina dell’acquisizione illegittima delle prove e dell’insufficienza dello strumento della nullità [6].

 

Il codice del 1988, con l’art. 191, ha raccolto l’invito della Corte, accrescendo la tutela giurisdizionale della prova, ponendo accanto ai vizi di nullità degli atti, un ulteriore ed autonomo strumento costituito dalla inutilizzabilità. In sostanza la norma nel prevedere l’inutilizzabilità come sanzione di carattere generale, applicabile alle prove acquisite in violazione ai divieti probatori, non ha, per questo, eliminato lo strumento della nullità, ciò in quanto le categorie della nullità e dell’inutilizzabilità, pur operando nell’area della patologia della prova, restano distinte e autonome, siccome correlate a diversi presupposti, la prima attenendo sempre e soltanto all’inosservanza di alcune formalità di assunzione della prova — vizio che non pone il procedimento formativo o acquisitivo completamente al di fuori del parametro normativo di riferimento — la seconda presupponendo, invece, la presenza di una prova «vietata» per la sua intrinseca illegittimità oggettiva, ovvero per effetto del procedimento acquisitivo, la cui manifesta illegittimità lo pone certamente al di fuori del sistema processuale [7].

 

La distinzione è rilevante in quanto, mentre un atto inutilizzabile non potrà mai essere usato probatoriamente; un atto nullo, se sanato, può essere utilizzato a tal fine.

In sintesi, alla luce della giurisprudenza formatasi sulla questione, può sinteticamente dirsi che:

 

1) la sanzione della inutilizzabilità colpisce, non solo le prove oggettivamente vietate, in quanto raccolte in presenza di espliciti divieti (es. art. 62, 63, 141bis, 195, c. 3 e 4, 203, 271 c.p.p.), ma anche quelle che sono affette da un vizio del procedimento formativo talmente grave e di manifesta illegittimità, da porle al di fuori del sistema processuale;

 

2) la sanzione della nullità colpisce, nel rispetto del principio di tassatività, quegli atti compiuti senza il rispetto delle formalità di assunzione della prova, ma senza che il procedimento formativo si ponga al di fuori del sistema [8].

 

È necessario, però, distinguere tra inutilizzabilità assoluta e relativa. La inutilizzabilità assoluta, anche detta patologica (prevista dall’art. 191) rende l’atto inidoneo probatoriamente in qualsiasi fase del procedimento e del processo (cioè sia nelle indagini che dopo l’esercizio dell’azione penale) ed è rilevabile anche d’ufficio [9].

Ne sono esempi, la deposizione sulle dichiarazioni dell’imputato (art. 62); le dichiarazioni indizianti (art. 63); la testimonianza indiretta in violazione dell’art. 195, c. 3; la dichiarazione resa da informatori di P.G. (art. 203); le intercettazioni acquisite illegittimamente (art. 271); le intercettazioni preventive (art. 226, c. 5, disp. att.); le dichiarazioni rese da persona detenuta e non verbalizzate con fonoregistrazione (art. 141bis).

 

La inutilizzabilità relativa (anche detta fisiologica) è propria, invece (e salvo eccezioni che vedremo), degli atti delle indagini preliminari. Questi, infatti, sono utilizzabili per determinare il convincimento del giudice nel corso del procedimento, dell’udienza preliminare, di taluni riti speciali (abbreviato, patteggiamento, decreto penale), ma non sono utilizzabili nel dibattimento.

 

Pertanto, gli stessi atti che sono pienamente utilizzabili in fase investigativa, non lo sono nella fase processuale dibattimentale. Ad esempio, il giudice per le indagini preliminari e il giudice dell’udienza preliminare possono e debbono utilizzare gli atti raccolti dal P.M. ai fini degli interventi e decisioni di loro competenza e quindi possono valutare le dichiarazioni di una persona informata, sentita dalla P.G. (art. 351) per autorizzare intercettazioni telefoniche, disporre misure cautelari (personali e reali), il rinvio a giudizio, la celebrazione del giudizio abbreviato, la applicazione di pena patteggiata, l’emanazione del decreto penale di condanna. Invece, il giudice dibattimentale non può utilizzare gli atti delle indagini preliminari che costituiscono mere fonti di prova e non prove (tranne talune eccezioni in tema di atti irripetibili: artt. 431, 512).

Tornando all’esempio fatto, la dichiarazione accusatoria di una persona informata resa alla P.G. nel corso delle indagini (fonte di prova), non può essere utilizzata dal giudice dibattimentale per motivare la sentenza di condanna dell’imputato, a meno che detta persona non confermi le accuse durante la testimonianza (prova) dibattimentale. In ciò è l’essenza del «principio di oralità» che caratterizza i sistemi processuali «accusatori» rispetto a quelli «inquisitori».

 

 

Le nullità

Come già accennato, l’inosservanza più grave da parte di un atto delle norme procedurali, determina la sua nullità, che appunto ricorre quando l’atto compiuto è difforme dal suo modello legale e l’invalidità è prevista espressamente dalla norma di rito.

 

La nullità si distingue dalla mera irregolarità, giacché pur essendo entrambe vizio di imperfezione dell’atto, la irregolarità concerne una violazione (di forme o di termini) che non invalida l’atto e non ne compromette gli effetti. Si differenzia inoltre dall’inesistenza che ricorre tutte le volte in cui un atto non possiede quei requisiti essenziali che lo rendano riconoscibile come atto giuridico (es. sentenza pronunciata da soggetto che non è giudice).

 

La normativa sulle nullità (artt. 177-186) mira a conciliare due contrastanti esigenze: quella della speditezza e celerità del procedimento e quella della salvaguardia dei valori tutelati. Sotto il primo profilo, è stato accolto il principio della non incidenza dei vizi meramente formali degli atti sulla validità del procedimento, statuendosi la cd. tassatività della nullità. Infatti, la limitazione dei casi di nullità è conseguita subordinando alla espressa previsione di legge la loro sussistenza (art. 177) e quindi non prevedendo siffatta sanzione per i vizi più lievi.

 

Inoltre, l’esigenza di tutela degli interessi sottesi all’atto difforme dallo schema legale è perseguita graduando la gravità della sanzione di nullità alla lesività «sostanziale» dell’atto invalido e, così, suddividendo in tre categorie la nullità: a) assoluta; b) relativamente assoluta (cd. a regime intermedio); c) relativa, secondo una scala decrescente di gravità.

 

 

Le nullità generali: assolute ed a regime intermedio

Le nullità di ordine generale sono disciplinate dall’art. 178 e sono determinate dalla violazione di norme procedurali riguardanti:

 

  1. le condizioni di capacità del giudice [10] ed il numero dei giudici necessario a costituire i collegi giudicanti;
  2. l’iniziativa del P.M. nell’esercizio dell’azione penale e la sua partecipazione al procedimento;
  3. l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato e delle altre parti private, nonché la citazione in giudizio della persona offesa e del querelante.

 

Nell’ambito delle nullità generali si distinguono due categorie: quelle assolute (art. 179) e quelle a regime intermedio (tra le assolute e le relative).

 

Costituiscono nullità assolute quelle concernenti le condizioni di capacità del giudice e il numero dei giudici necessario per costituire i collegi (con esclusione di quelle sulla destinazione del giudice agli uffici giudiziari e alle sezioni, sulla formazione dei collegi e sulla assegnazione dei processi a sezioni, collegi e giudici: art. 33, c. 2); nonché quelle relative all’iniziativa del P.M. nell’esercizio dell’azione penale e quelle derivanti dalla omessa citazione dell’imputato o dall’assenza del difensore nei casi in cui ne è obbligatoria la presenza (art. 179).

 

Una particolare categoria di nullità assolute è quella delle cd. nullità speciali (art. 179, c. 2), previste cioè da specifiche disposizioni del codice e non riconducibili all’elencazione generale di cui all’art. 178.

Ne sono esempi le previsioni di cui all’art. 292, c. 2 (in tema di misure cautelari); all’art. 142 (in tema di verbali); all’art. 525, c. 2 (sentenza deliberata non dagli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento).

 

Costituiscono nullità a regime intermedio (relativamente assolute), per un criterio di esclusione, tutte le residue nullità di ordine generale contemplate dall’art. 178 e cioè quelle relative alla partecipazione del P.M. al procedimento e quelle relative all’intervento, alla assistenza e alla rappresentanza dell’imputato (che non si siano risolte in omessa citazione dell’imputato o in assenza del suo difensore) [11].

 

 

Le nullità relative

Le nullità relative, più lievi, ubicate a confine con le mere irregolarità, sono quelle (non generali) previste da specifiche ed espresse disposizioni normative, nel rispetto pieno del criterio di tassatività (art. 181).

Quando però la previsione normativa specifica non indica quale sia la categoria della nullità, si pone il problema di stabilire se la nullità, espressa, abbia, invece, carattere assoluto o relativamente assoluto.

 

La linea di discernimento è chiara: sono relative le nullità che non rientrano negli altri due tipi; quelle relative hanno natura residuale. Invero, le nullità relative, di volta in volta previste dalle singole disposizioni, sono «diverse da quelle previste dagli articoli 178 e 179, comma 2» (art. 181, c. 1); non sono identificabili in quelle «nullità di ordine generale», poste in via generale ed astratta a tutela delle esigenze procedurali fondamentali (art. 178); esigenze espressamente elencate, in coerenza col principio di tassatività, sia pure per categorie.

 

 

Conseguenze delle nullità

La rilevanza della gravità della forma di invalidità e, quindi, del tipo di nullità, è nel diverso regime giuridico di deducibilità, rilevabilità e sanabilità, passandosi da un regime di maggiore severità repressiva ad uno di minore entità a seconda della maggiore o minore gravità della nullità.

 

In rapporto alla deducibilità ad opera delle parti, per le nullità assolute non vi sono limiti temporali. Le nullità relativamente assolute (a regime intermedio) e quelle relative soggiacciono, invece, a limiti temporali, fra loro diversi. Quelle a regime intermedi possono essere dedotte (se precedenti), fino alla deliberazione della sentenza di primo grado, e, se verificatesi nel giudizio, fino alla sentenza di grado successivo (art. 180). Le nullità relative trovano per la deducibilità una serie più articolata di sbarramenti temporali: innanzitutto, il provvedimento conclusivo dell’udienza preliminare, poi gli atti introduttivi del dibattimento ed infine la impugnazione della sentenza, sempre con riferimento alle nullità verificatesi nella fase immediatamente precedente (art. 181, c. 2-4).

 

In rapporto alla rilevabilità (che attiene all’iniziativa del giudice, mentre la deducibilità è collegata all’eccezione della parte), le nullità assolute lo sono in ogni stato e grado del procedimento; quelle intermedie possono essere rilevate anche di ufficio, ma non possono più essere rilevate né dedotte dopo la deliberazione della sentenza di primo grado ovvero, se si sono verificate nel giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo [12]; le nullità relative non sono mai rilevabili d’ufficio, ma solo su eccezione di parte.

 

La sanatoria, quale fenomeno che estingue il vizio, non è possibile per le nullità assolute (vizio insanabile); è possibile per gli altri due tipi di nullità e si verifica se la parte interessata accetta gli effetti dell’atto viziato ovvero si avvale di esso, esercitando la facoltà che ne discende (art. 183).

 

Effetti similari alla sanatoria produce il comportamento dell’interessato che, per i due tipi di nullità meno gravi, non le eccepisce nei termini previsti, ovvero ha dato causa al vizio o, se assiste all’atto, omette di eccepirlo immediatamente e, comunque, tempestivamente (art. 182) [13].

 

Per le citazioni e similari, la nullità è sanata se l’atto raggiunge ugualmente i suoi effetti (art. 184).

 

Regime comune ai tre tipi di nullità è quello degli effetti: la nullità di un atto, una volta dichiarata, rende invalidi quelli consecutivi che ne dipendono, secondo una relazione di dipendenza causale, logica e giuridica (art. 185, c. 1). Ad es. se era nulla la citazione dell’imputato per l’udienza preliminare, ne conseguirà anche la nullità degli atti del successivo dibattimento.

 

Da quanto detto si desume, a contrario, che un atto nullo non contamina quelli successivi, se questi ultimi non dipendono da esso (ad es. se una perizia è nulla, non determinerà la nullità della successiva sentenza che non ha tenuto conto di detto atto probatorio). La giurisprudenza definisce tali ipotesi come casi di vizio innocuo (o nullità innocua) [14].

 

La declaratoria di nullità comporta la rinnovazione dell’atto nullo, se necessaria e possibile, ad opera dello stesso giudice che l’ha dichiarata; altrimenti si verifica la  regressione del procedimento nella precedente fase nel caso in cui il compimento dell’atto da rinnovare rientra nell’esclusivo potere del giudice di quella fase (il che si

verifica per gli atti propulsivi, di impulso processuale, ma non per quelli di assunzione di prove) (art. 185, c. 2, 3, 4).

 

 

L’abnormità

Tale vizio non è esplicitamente codificato, ma è frutto di elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale.

È affetto da abnormità quel provvedimento che, per la singolarità e stranezza del contenuto, risulti avulso dall’intero ordinamento processuale, nonché quello che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, al di là di ogni ragionevole limite.

 

L’abnormità dell’atto processuale può riguardare tanto il profilo strutturale, allorché l’atto, per la sua singolarità, si ponga al di fuori del sistema organico della legge processuale, quanto il profilo funzionale, quando esso, pur non estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo [15].

 

Sono stati ritenuti abnormi, ad esempio, la sentenza di incompetenza emessa dal GIP a fronte di una richiesta di archiviazione [16]; la sentenza del giudice che, dichiarando l’incompetenza, ha trasmesso gli atti al giudice ritenuto competente, anziché al P.M. [17]; il provvedimento del giudice che abbia inibito al P.M. di modificare l’imputazione nel corso del dibattimento [18]; il provvedimento del GUP che, investito della richiesta di rinvio a giudizio, abbia invece disposto l’archiviazione ai sensi dell’art. 415 c.p.p. [19].

 

Avverso un provvedimento abnorme è possibile proporre ricorso per cassazione. In particolare le disposizioni del codice di rito concernenti i termini per la proposizione dell’impugnazione operano anche con riferimento al ricorso per cassazione avverso gli atti abnormi; con la sola eccezione delle ipotesi di gravame proposto nei confronti di quei provvedimenti affetti da un’anomalia genetica così radicale che, determinandone l’inesistenza materiale o giuridica e rendendoli inidonei a passare in giudicato, può essere denunciata in qualsiasi momento [20].

 

Il termine per proporre l’impugnazione decorre dal momento in cui l’interessato ha avuto effettiva conoscenza dell’atto [21].

 

 

La correzione degli errori materiali

Nel caso in cui le sentenze, le ordinanze o i decreti siano inficiati da errori od omissioni che non determinano nullità e la cui eliminazione non comporta una modificazione essenziale dell’atto, è possibile disporre la correzione dell’errore materiale, sia su istanza di parte che per iniziativa di ufficio del giudice che ha emesso il provvedimento (art. 130 c.p.p.). Nel caso in cui sia stata proposta impugnazione, la correzione è disposta dal giudice competente a conoscere dell’impugnazione.

Il giudice provvede in camera di consiglio a norma dell’articolo 127 c.p.p. e dell’ordinanza che ha disposto la correzione è fatta annotazione sull’originale dell’atto. L’ordinanza che dispone la correzione è ricorribile in cassazione [22].

 

Compendio-di-Diritto-Processuale-Penale

 


[1] Il principio di tassatività trova applicazione non solo in materia di nullità, ma anche in materia di inammissibilità, con la conseguenza che detta causa di invalidità può essere ritenuta solo quando la espressa previsione o comunque la inequivoca formulazione della norma lo consentono» (Cass. 9-11-1994, n. 4354).

[2] Dispone l’art. 172 che i termini si computano a ore, giorni, mesi od anni, secondo il calendario comune. Se un termine scade in un giorno festivo, è di diritto prorogato al successivo giorno non festivo.

Prevede, inoltre, l’ultimo comma dell’art. 172 che il termine per fare dichiarazioni o depositare documenti o compiere atti in un ufficio giudiziario si considera scaduto nel momento in cui, secondo i regolamenti d’ufficio, esso viene chiuso al pubblico. Tale previsione, però, opera solo per le parti (es. imputato, difensore, P.M.), non anche per il giudice il quale può depositare i suoi provvedimenti anche oltre l’orario di chiusura dell’ufficio (Cass., Sez. Un. 14-12-1995, n. 30).

[3] Cfr. Cass. II, 8-2-2006, n. 4918.

[4] Sull’istanza il giudice competente provvede «de plano», a meno che non sia in corso un procedimento principale con rito camerale, nel qual caso sulla predetta istanza decide nelle medesime forme (Cass. Sez Un. 28-4-2006, n. 14991).

[5] Nell’ipotesi di restituzione nel termine concessa ai sensi dell’art. 175, comma secondo, c.p.p., non si tiene conto, ai fini della prescrizione del reato, del tempo intercorso tra la notificazione della sentenza e la notificazione alla parte dell’avviso di deposito dell’ordinanza che concede la restituzione. Cass. II, 6-2-2008, n. 5981 rv. 239429.

[6] Corte Cost., sent. 34/1973.

[7] Cass. Sez. Un. sent. 5021 del 16-5-96 rv. 204644.

[8] Cfr. Cass. Sez. Un. 5021/96; Cass. Sez. Un. 36747/03; Cass. VI, 3460/98.

[9] Con una discutibile sentenza, la Cassazione ha statuito che «l’istituto della inutilizzabilità di cui all’art. 191 c.p.p. è posto a garanzia delle posizioni difensive e colpisce le prove illegittimamente acquisite contro divieti di legge, quindi in danno del giudicabile vale a dire come prove a carico. Tale istituto, pertanto, in tutte le sue articolazioni (ad es. l’ipotesi prevista dall’art. 195, c. 1, c.p.p.) non può essere applicato per ignorare un elemento di giudizio favorevole alla difesa che, invece, deve essere considerato e discusso secondo i canoni logico razionali propri alla funzione giurisdizionale» (Cass. I, sent. 11027 del 20-12-1996, rv. 207332). La sentenza non tiene in giusto conto che le norme processuali costituiscono una «garanzia» per tutte le parti del processo, quindi, ad esempio, anche la parte civile e non solo per l’imputato.

[10] Non incide sulla capacità del giudice il mancato rispetto dei criteri di organizzazione degli uffici giudiziari nella parte in cui prevedono le modalità di assegnazione degli affari ai singoli giudici. Pertanto detta violazione non determina nullità, ma solo un’eventuale responsabilità disciplinare del capo dell’Ufficio (Cass. 11 10-2007, n. 37444).

[11] A tal proposito è da segnalare che la giurisprudenza, con orientamento oramai consolidato, ritiene che allorché l’imputato sia assistito da due difensori di fiducia. L’omesso avviso (ovvero la mancata notifica dell’avviso) della fissazione dell’udienza dibattimentale ad uno dei due difensori dell’imputato determina non già l’«assenza» della difesa, ma soltanto l’inosservanza delle disposizioni concernenti l’assistenza dell’imputato e quindi dà causa ad una nullità a regime intermedio, che deve essere eccepita immediatamente, stante la disciplina dell’art. 182 c.p.p. (Cass. II, 30-1-2006, n. 3635; conf. Cass. 20-3-2008, n. 12520).

[12] Nel caso in cui la parte sia decaduta dalla possibilità di eccepire la nullità a regime intermedio, ciò non impedisce al giudice di rilevarla d’ufficio nei limiti temporali previsti dall’art. 180 c.p.p. In sostanza la sanatoria non matura con la decadenza della parte a dedurre la nullità, ma con la scadenza del termine per il giudice di rilevarla di ufficio (Cass. 17-10-2013, n. 42667).

[13] Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 5396 del 5/2/2015, hanno stabilito che la parte su cui grava l’onere di eccepire, ex art. 182 c. 2 c.p.p., la nullità di un atto al quale assiste è solo il difensore — ovvero il pubblico ministero —, in nessun caso l’indagato o l’imputato né altra parte privata, in quanto l’ordinamento processuale privilegia la difesa tecnica rispetto all’autodifesa, che non è mai consentita in via esclusiva, ma solo in forme che si affiancano all’imprescindibile apporto di un esperto di diritto abilitato alla professione legale.

[14] Cfr. Cass. I, 7-12-1970, n. 944.

[15] In tal senso Cass. Sez. Un. 12-2-1998, n. 17.

[16] Cass. I, 18-4-1998, n. 1981.

[17] Cass. II, 28-2-1997, n. 5302.

[18] Cass. V, 5-8-1999, n. 2673.

[19] Cass. II, 29-3-1993, n. 1268.

[20] Cass. Sez. Un. 31-7-1997, n. 11.

[21] Cass. Sez. Un. 24-9-2001, n. 34536.

[22] Cass. 21-3-2012, n. 10948.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti