Burkini: perché se ne parla tanto?
News
21 Ago 2016
 
L'autore
Maura Corrado
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Burkini: perché se ne parla tanto?

Quella del 2016 è stata definita l’estate del burkini: il costume da bagno delle donne islamiche scalda il dibattito politico italiano e non, tra divieti e aperture. Di cosa si tratta?

 

L’estate 2016 è stata definita già da molti una stagione calda: e non solo dal punto di vista meteorologico ma anche mediatico. È l’estate degli attentati terroristici, del colpo di stato in Turchia, della strage dei treni in Puglia ma è anche l’estate del burkini, che continua a scaldare gli animi e il dibattito, politico e non solo.

 

Cerchiamo prima di tutto di capire che cos’è questo strano indumento, pesantemente criticato da alcuni e inneggiato come elemento di libertà femminile da altri.

 

 

Burkini: cos’è?

La parola “burkini” nasce dall’unione di due sostantivi, “bikini” e “burqa” – il classico capo di abbigliamento indossato dalle donne islamiche – ed è usata in riferimento a una sorta di costume da bagno che copre tutto il corpo umano femminile, compresa la testa, secondo quanto prescritto dalle regole dell’Islam. Una specie di tuta, quindi – il cui tessuto è quello tipico dei costumi da bagno – , che lascia scoperti solo mani, piedi e viso, permettendo a chi la indossa di nuotare anche se integralmente coperti. A completamento del burkini, l’hijood: si tratta del cappuccio che copre la testa e che funge da velo. Anche in questo caso, il termine deriva dalla somma di due parole: “hood”, in inglese “cappuccio”, e “hijab”, parola che indica il velo islamico, appunto.

 

 

Burkini: come nasce?

L’idea del burkini è di Aheda Zanetti, una designer australiana di origine libanese, che nel 2003 fonda la Ahiida Pty Ltd – società che oggi produce il burkini – registrandone il marchio.

 

Non tutti ci crederanno ma l’obiettivo principale per il quale la Zanetti arriva a disegnare il burkini, è la comodità: l’idea le viene osservando la nipote mentre gioca con uno scomodo hijab tradizionale, intuendo subito la portata rivoluzionaria di una linea di abiti adatti alle donne che vogliono fare sport nel rispetto della tradizione islamica. Sottopone, così, i bozzetti alla comunità islamica che li approva e li certifica.

 

Il burkini, resta, tuttavia, nell’ombra per anni fino a quando Nigella Lawson, una giornalista non musulmana, ne indossa uno in Australia nel 2011, a Bondi Beach, unicamente per proteggersi dal sole. Successivamente fa la sua timida comparsa in alcuni negozi fino al vero debutto sulle cronache internazionali nelle ultime settimane. Il motivo? In Francia, tre sindaci ne vietano l’uso sulle spiagge dei loro comuni, in conformità a un norma, già vigente in Francia dal 2010: per motivi di ordine pubblico e sicurezza, non è consentito indossare il burqa o niqab che copre integralmente il viso di una donna, impedendone un eventuale riconoscimento.

 

 

Burkini: perché la polemica?

I sindaci di varie cittadine francesi, tra cui Marsiglia (dove era in corso di organizzazione una specie di burkini day) danno vita a una politica ostativa nei confronti di questo indumento: alcuni vi si schierano espressamente contro, come il sindaco di Cannes, David Lisnard, che giustifica il divieto sempre per ragioni di ordine pubblico, definendo il burkini un simbolo troppo legato a una fede religiosa, assumendone contorni integralisti.

 

Ma la goccia che fa traboccare il vaso delle polemiche sono le parole del premier Manuel Valls che, nel corso di un’intervista al quotidiano regionale La Provence, definisce il burkini uno strumento che non fa altro che esprimere “l’idea che, per natura, le donne siano indecenti, impure, e che quindi debbano essere totalmente coperte. Questo non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica”.

Apriti cielo!: quanto affermato da Valls scatena la stampa internazionale che ha definito il divieto del burkini nei modi più svariati, chi uno sciocco atto di fanatismo, chi uno strumento che calpesta la libertà e la dignità della donna.

 

 

Burkini: com’è la situazione italiana?

Nemmeno in Italia sono mancate in questi giorni le prese di posizione da parte dei vari schieramenti politici, anche se – almeno finora – esse non hanno lacerato l’opinione pubblica, come avvenuto in altre parti d’Europa. Lo dimostra il fatto che, nel nostro Paese, non è stato istituito alcun divieto in merito come, invece, in Francia (ad esempio, a Cannes). Lo dimostra ancora il fatto che non si sono registrati eclatanti casi di cronaca: le donne coperte apparse sulla spiaggia hanno, tutt’al più, suscitato qualche occhiata curiosa di troppo, qualche foto, qualche “Guarda quella!” un po’ fuori luogo ma nulla di più. Semmai, un leggero atteggiamento negativo si è verificato nelle piscine pubbliche, in cui le donne musulmane coperte sono state allontanate sulla base di norme igienico-sanitarie, non certo per motivi religiosi o di sicurezza. E non sempre: a Bolzano, in netta controtendenza, il burkini, è stato espressamente autorizzato.

 

Angelino Alfano, Ministro dell’Interno, si esprime sul tema citando la Costituzione che prevede la libertà di culto, invitando ad assumere sull’integralismo un atteggiamento severo e duro ma non provocatorio, e sempre usando il buon senso.

D’altro canto, a pensarci bene,  accostare il burkini al burka non è del tutto corretto. Il

burkini lascia scoperto il viso, le mani e i piedi. Sul mercato ce ne sono di vari modelli e colori, sulla base delle tendenze della moda. Il burka, invece, è un indumento che copre integralmente la figura umana, nascondendo il volto e il resto del corpo, ed è stato imposto con la violenza dai talebani in Afghanistan.

 

Come prevedibile, di segno nettamente contrario, l’opinione di Matteo Salvini e della Lega: il segretario leghista lancia un appello a tutti i sindaci delle città rivierasche affinché facciano quello che, tra le polemiche, è stato fatto in alcune città francesi e cioè vietare l’uso del burkini.

 

Al di là di opinioni e prese di posizione, ad oggi, in Italia il dato di fatto è uno: il burkini vela sì tutto il corpo e le sue forme, ma lascia scoperto il volto e, quindi, anche il più intransigente non potrebbe invocare la vecchia (ma ora nuovamente stracitata) legge sull’ordine pubblico nelle manifestazioni che vieta l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo che rende difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo [1]. Farla diventare un possibile appiglio per gli intolleranti contro le donne musulmane in strada col viso velato è pretestuoso, oltre che privo di senso logico.


[1] L. n.152, del 22.05.1975.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti