Avvocati italiani, nuovi poveri: perché?
Professionisti
21 Ago 2016
 
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Maura Corrado
 


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Avvocati italiani, nuovi poveri: perché?

Gli avvocati italiani sono definiti “i nuovi poveri”. Contano su redditi sempre più bassi e spese sempre maggiori. Molti arrivano addirittura ad appendere la toga al chiodo. Perché?

 

Avvocati: qual è la situazione in Italia?

Un tempo, la più grande aspirazione di un genitore era avere un figlio medico o avvocato. Oggi, a dispetto del termine che rievoca ancora fama, soldi e potere, il legale non nasconde più la testa sotto la sabbia: i redditi sono ben lontani da quelli di un tempo, complici la crisi e un mercato sempre più saturo.

 

Gli avvocati, quindi, risultano essere professionisti sempre più poveri e l’agognato titolo, per ottenere il quale, si affronta il tanto temuto esame di Stato, non è più una grande conquista, almeno dal punto di vista economico.

 

 

Avvocati: perché sono sempre più poveri?

Stando al Rapporto sulla Previdenza Privata, che descrive l’evoluzione del mondo professionale italiano, l’anno scorso circa ottomila avvocati hanno deciso di abbandonare la professione, cancellandosi dall’albo. Il motivo? Le sempre maggiori difficoltà a pagare i contributi minimi richiesti dalla Cassa Forense (l’ente previdenziale presso cui devono essere obbligatoriamente assicurati tutti gli avvocati italiani che esercitano la professione con carattere di continuità) per l’iscrizione all’Ordine.

 

Si ricorda, in merito, che gli avvocati pagano all’anno, alla Cassa, 4 rate da 850€, per un totale di circa 3500€. Una cifra non certo alla portata di tutti, soprattutto per gli avvocati più giovani – i più penalizzati, insieme a quelli meridionali – che devono prima affermarsi nel mondo sovraffollato della professione e considerando anche le altre spese legate al suo esercizio (tra cui la quota d’iscrizione all’Albo).

 

 

Avvocati: quanto guadagnano?

Secondo il rapporto della Cassa Forense basato sui dati del 2015, a fronte di un alto numero di giovani che continua a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza (più di 200.000 l’anno), i redditi professionali degli avvocati fino ai 45 anni di età sono al di sotto dei 30.000 euro annui: 14.000 euro in meno rispetto al 2007.

I più poveri, come anticipato, sono gli under 30, che guadagnano meno di 10.000 euro l’anno e l’8,1% degli avvocati dichiara un reddito pari a zero euro: in poche parole, lavora gratis o – peggio – non lavora affatto.

 

Una situazione che cambia anche a seconda della collocazione territoriale: attraversando l’Italia da Nord a Sud, il reddito si abbassa di 30.000 euro, passando dai 55.000 della zona padana ai 22.000 del Sud e delle Isole.

 

Differenze anche di genere: una professionista donna guadagna la metà di un collega uomo; il reddito d’ingresso si aggira intorno agli 800 euro e arriva a soli 1500 euro dopo ben 5 anni di professione; più della metà degli studi professionali in Italia è indebitato con banche, istituzioni finanziarie o fornitori; i tempi per i pagamenti delle parcelle sono infiniti (172 giorni nel caso dei privati, e 217 nel caso del cliente pubblico).

 

 

Avvocati: chi sono i più ricchi?

In questa situazione non proprio rose e fiori, gli unici a fare eccezione sono gli avvocati divorzisti, a fronte di un numero di matrimoni falliti che sembra aumentare costantemente.

Anche loro però non sono del tutto immuni alla situazione che colpisce la loro categoria: se, da un lato, le cause di divorzio sono aumentate, dall’altro sono diminuiti i prezzi richiesti dagli avvocati, a causa della concorrenza.

 

 

Avvocati: conviene diventare un legale?

Ma allora conviene ancora diventare avvocato, buttare “lacrime e sangue” su codici che somigliano a mattoni, barcamenarsi tra corsi e mesi di praticantato gratuito? A quanto pare no.

 

È anche vero che gli avvocati sono in buona compagnia: la crisi non risparmia nessuno tra coloro che scelgono la libera professione. Sono poveri anche ingegneri, architetti, psicologi e addirittura i notai, da sempre considerati una casta, i “Paperoni” del mondo del lavoro.

 

 

Avvocati: sono gli unici poveri?

Secondo l’Adepp, l’associazione che riunisce le casse pensionistiche dei professionisti italiani, questi ultimi hanno perso una fetta rilevante dei loro redditi passati.

I professionisti che hanno risentito di più della crisi e dell’inflazione sono, oltre agli avvocati, i commercialisti, i ragionieri, i biologi, i giornalisti, i consulenti del lavoro, gli architetti e gli ingegneri.

Reggono ancora bene medici, farmacisti, infermieri e veterinari, il cui reddito è cresciuto, in controtendenza, del 7%.

 

 

Avvocati poveri: solo colpa della crisi?

Ma di chi è la colpa? Inutile dire che la crisi è responsabile solo in parte. Ormai tutti sanno che fare causa a qualcuno ha costi altissimi e trascinare Tizio o Caio in tribunale è ormai un lusso che in pochi possono ancora permettersi.

 

Un fattore rilevante è rappresentato dalle grandi assicurazioni che non retribuiscono il legale in base a parametri ben determinati. La retribuzione è ridotta all’osso a scapito della qualità.

 

 

Avvocati poveri: quali soluzioni?

Contenere i numeri potrebbe essere una soluzione alla spropositata crescita del numero di avvocati, istituendo l’accesso a numero chiuso nella facoltà di giurisprudenza. Non solo: si potrebbe pensare a un turn over, regolamentando il flusso di avvocati che vanno in pensione e quelli che intraprendono l’attività, avendo cura di bilanciare i numeri. Tutte misure mirate al contenimento dell’offerta, in modo tale che quest’ultima non superi la domanda, evitando l’accentuarsi della concorrenza, con un conseguente ribasso del valore della prestazione il quale a sua volta porta a un aumento di disoccupazione e, quindi, al generarsi di “nuovi poveri”. Come si può notare, un vero e proprio circolo vizioso.

 


 


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