L’esame delle parti nel processo penale
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21 Ago 2016
 
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L’esame delle parti nel processo penale

Le prove nel processo penale: l’esame delle parti nel dibattimento e nell’incidente probatorio, il rifiuto a rispondere, le differenze coi testimoni.

 

L’esame delle parti (art. 208) è un mezzo di prova, sicché esso può essere attivato solo nelle sedi in cui si forma la prova e quindi nel dibattimento e nell’incidente probatorio (artt. 392 e 503). L’esame inerisce alle dichiarazioni rese in qualità di parte processuale, così come la testimonianza a quella in qualità di testimone.

 

Nella fase delle indagini preliminari, durante le quali non si hanno ancora parti processuali e non si raccolgono prove, i soggetti portatori di interessi sostanziali, e quindi idonei a trasformarsi in parti, allorché rendono dichiarazioni, sono assoggettati a sommarie «informazioni» dalla polizia giudiziaria (artt. 350 e 351). Nella stessa fase il P.M. procede ad «interrogatorio» se trattasi dell’investigato o di persona imputata in un procedimento connesso o per un reato collegato (art. 363); assume, invece, «informazioni» dagli altri soggetti, parti potenziali (art. 362). Anche il giudice, nell’udienza preliminare, in cui non si formano prove, sottopone l’imputato ad «interrogatorio» e gli altri soggetti a sommarie informazioni. Anche per l’indagato in vinculis, in stato di custodia cautelare, il G.I.P. procede ad «interrogatorio» (artt. 294, 421 e 422), avendo l’atto funzione di controllo e garanzia della limitazione di libertà, e non finalità probatorie.

 

L’esame è, quindi, un mezzo di istruzione probatoria, che ha luogo nelle sedi in cui si forma la prova (dibattimento e incidente probatorio) e che investe le parti processuali.

Più precisamente riguarda le parti private (imputato, parte civile), giacché la parte pubblica P.M. non può essere sottoposta nè ad esame, nè a testimonianza (artt. 197 e 208).

 

Mentre i testimoni hanno l’obbligo di deporre, le parti hanno solo facoltà di assoggettarsi ad esame, essendo esse titolari di un interesse proprio nel processo e quindi legittimate ad esercitare il diritto di difesa (art. 24 Cost.) di tale interesse anche mediante il rifiuto dell’esame. È obbligatoria, comunque, la presentazione della parte innanzi al giudice che l’ha invitata (art. 210, c. 2). Però se la parte sceglie di essere esaminata, il rifiuto di rispondere a talune domande è suscettibile di valutazione probatoria, avendo già effettuata la scelta di rispondere, con la quale si pone quindi in contrasto.

 

Va precisato che, in base alle disposizioni dell’art. 208, se la parte civile è anche testimone, deve essere sottoposta ad esame come teste (con obbligo di deporre: art. 198) e non come parte privata (con facoltà, ma non obbligo di sottoporsi ad esame: art. 208). Ad esempio la vittima di un tentato omicidio deve essere esaminata come teste per ricostruire i fatti, anche se si sia costituita parte civile. Al contrario i parenti di una persona deceduta in un incidente, i quali nulla sappiano dei fatti, possono essere esaminati come parte civile, se costituitisi, ma non come testimoni.

 

La disciplina dell’esame è contenuta nell’art. 503 e prevede anche, come per i testi, la possibilità di contestazioni di difformi dichiarazioni rese in precedenza dalla parte.

 

L’esame si distingue dalla testimonianza anche perché esso non comporta l’impegno a dire la verità, né le conseguenze di indole penale (art. 372) in caso di falsità o reticenza nelle dichiarazioni o in caso di rifiuto dell’esame stesso, proprio perché il testimone è, per definizione, un soggetto imparziale, obbligato a deporre secondo verità, mentre la parte non lo è. Fa eccezione la parte civile che assume le vesti e gli obblighi del testimone allorché essa, oltre ad essere titolare di una situazione propria sostanziale, è a diretta conoscenza dei fatti oggetto dell’imputazione penale sui quali è in grado di testimoniare (art. 208).

 

Una disciplina particolare è dettata dal codice nell’art. 210 c.p.p. per l’esame in dibattimento della persona imputata in un procedimento connesso. Le disposizioni contenute nella norma hanno subito modifiche ad opera della legge sul giusto processo, per renderle omogenee alle altre disposizioni che hanno modificato gli artt. 197 e 500 c.p.p.

 

In particolare prendendo spunto dalla già citata distinzione che la nuova disciplina effettua tra accusato che riferisce in ordine alle proprie responsabilità (imputato) ed imputato che riferisce anche della responsabilità di altri (che per tale parte assume la veste di testimone: v. art. 197), si possono delineare, come già detto nel paragrafo precedente, tre situazioni in ordine ad un imputato in procedimento connesso che venga escusso in dibattimento:

  1. che sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, ma non può assumere la veste di testimone, in quanto imputato in procedimento connesso ai sensi dell’art. 12, lett. a). In tal caso sarà sentito con le garanzie previste dall’art. 210, c. 1-5;
  2. che sia imputato in procedimento connesso ai sensi dell’art. 12, lett. c) o collegato ai sensi dell’art. 371, lett. b) e sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, senza però che in passato abbia fatto dichiarazioni in merito: in tal caso si applica il nuovo sesto comma dell’art. 210, che prevede l’obbligo dell’avvertimento della facoltà di non rispondere e l’avvertimento che, per le dichiarazioni rese contro terzi, la parte assumerà l’ufficio di testimone [1];
  3. che sia chiamato a riferire della responsabilità di altri, ma in presenza dei presupposti di cui alle lett. a) e b) dell’art. 197 (dopo il passaggio in giudicato della sentenza che lo riguarda). In tal caso la persona non sarà esaminata ai sensi dell’art. 210 c.p.p., ma avendo assunto la veste di testimone, le modalità di escussione sono quelle previste dall’art. 197bis di nuovo inserimento nel codice (presenza del difensore).

 

Compendio-di-Diritto-Processuale-Penale

 


[1] Le Sezioni Unite della Cassazione hanno precisato che l’avvertimento di cui all’art. 64, comma terzo, lett. c), c.p.p. deve essere rivolto non solo se il soggetto non ha «reso in precedenza dichiarazioni concernenti la responsabilità dell’imputato» (come testualmente prevede il predetto comma sesto dell’art. 210), ma anche se egli abbia già deposto “erga alios” senza aver ricevuto tale avvertimento. Il mancato avvertimento determina la inutilizzabilità della deposizione testimoniale resa senza garanzie (Cass. Sez. Un., 29-7-2015, n. 33583).

 


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