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Lo sai che? Pubblicato il 21 agosto 2016

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Lo sai che? Se dal balcone del piano di sopra cade acqua: come difendersi

> Lo sai che? Pubblicato il 21 agosto 2016

Come sanzionare la condotta del vicino che fa sgocciolare, dal proprio balcone, l’acqua per innaffiare le piante, o che fa cadere molliche, briciole oppure oggetti pericolosi?

Far cadere acqua dal balcone del piano di sopra su quello sottostante può costituire reato solo se l’episodio non è isolato, ma si ripete spesso (non necessariamente tutti i giorni). Secondo la Cassazione [1], per far scattare il reato di getto di cose pericolose, previsto dal codice penale [2], le emissioni moleste devono sì avere carattere continuativo, ma non è necessaria la ripetitività giornaliera delle stesse; basta che esse si protraggano – senza interruzioni di rilevante entità – per un lasso apprezzabile di tempo.

Inoltre non è richiesto – ai fini del reato – che la condotta abbia comportato un effettivo danno al vicino del piano di sotto, ma è sufficiente che sia idonea a offendere, imbrattare o molestare le persone. Peraltro tale idoneità della condotta non deve essere necessariamente accertata mediante perizia; il giudice può infatti decidere anche sulla base di altri elementi di prova come ad esempio le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed effetti del getto dell’acqua o degli altri oggetti [3].

La norma del codice penale stabilisce che chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a euro 206.

Lo sgocciolamento dell’acqua può avvenire sia direttamente (è il caso di chi scopi l’acqua piovana dal balcone e la faccia cadere sul balcone sottostante) che indirettamente (è il caso di chi innaffi le piante e non si curi del fatto che l’acqua in eccesso finisce di sotto); sia in malafede (è il caso di chi faccia volontariamente sgocciolare l’acqua sul terrazzo del vicino) che per colpa (è il caso di chi non si accorge che dal condizionatore scende acqua di condensa e va a finire sulla proprietà sottostante) [4].

Come difendersi e sanzionare le condotte illecite

Chi abbia subito lo sgocciolamento di acqua dal terrazzo del piano superiore o la caduta di altri oggetti idonei a sporcare o far male può denunciare l’accaduto alla polizia o ai Carabinieri presentando querela. In tal caso si avvia un procedimento penale. Prima di ciò sarà bene che verifichi di possedere le prove di quanto afferma. Non basta dimostrare che, sul proprio balcone, sia finita acqua o altri oggetti, lasciando al giudice presumere che il responsabile non possa che essere il vicino del piano di sopra per il solo fatto che si trova sull’asse verticale in corrispondenza della proprietà danneggiato. È necessaria una prova più concreta della condotta: la responsabilità penale è, infatti, personale e senza la prova dello specifico soggetto che ha posto il comportamento incriminato (e non un generico riferimento ai “vicini del piano di sopra”) non ci può essere condanna. È quanto chiarito dalla Cassazione qualche settimana fa [5]. Il che significa che ci si deve valere di testimoni (che possano dire di aver visto la persona che ha materialmente innaffiato, scopato o comunque fatto sgocciolare l’acqua) o di altre prove fotografiche o videoriprese.

Non basta inoltre – come anticipato in apertura – la dimostrazione di uno o sporadici episodi di sgocciolamento, ma di una serie protratta di episodi.

Se non si dispone delle prove sulla ripetizione delle condotte e del soggetto fisicamente responsabile si può valutare di agire in via civile, effettuando una causa innanzi al giudice di pace (o, per danni di valore consistente, davanti al Tribunale). In tal caso, però, l’ostacolo principale è la dimostrazione del danno economico subito. Diversamente, infatti, si corre il rischio di una valutazione equitativa da parte del giudice che lascerebbe insoddisfatto l’attore.

Sia nel caso dell’azione civile che di quella penale è necessario dimostrare che lo stillicidio di acqua abbia superato la normale tollerabilità, un concetto certamente vago e generico, ma che serve a dissuadere i cittadini dall’intraprendere azioni per mere questioni di principio.

note

[1] Cass. sent. n. 19637/2012, n. 1360/1994, n. 9356/1985.

[2] Art. 674 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 971/2014.

[4] Cass. sent. n. 8386/1992, n. 15956/2014.

[5] Cass. ord. n. 15662 del 27.07.2016.

Cassazione penale, sez. III, 27/01/2012, (ud. 27/01/2012, dep.24/05/2012),  n. 19637

Fatto

RITENUTO IN FATTO

La Corte di appello di Brescia, con sentenza del 21.2.2011, in parziale riforma della sentenza 16.12.2008 del Tribunale di quella città:

a) ha ribadito l’affermazione della responsabilità penale di G.P., G.G. e Gh.Gi. in ordine al reato di cui:

– all’art. 674 c.p., poichè – quali componenti del consiglio di amministrazione della s.p.a. “Acciaierie e ferriere Stefana f.lli fu Girolamo” esercente un’attività industriale che originava emissioni in atmosfera – non rispettando le prescrizioni di cui alla delibera della Giunta Regionale n. 12186 del 30.7.1991 nonchè aumentando la produzione in carenza di interventi correttivi utili al fine di captare ed abbattere tutte le emissioni prodotte, provocavano emissioni di polveri atte a cagionare molestia alle persone che avevano abitazioni adiacenti l’impianto aziendale – acc. in (OMISSIS), con permanenza fino al (OMISSIS);

b) ha riconosciuto agli stessi circostanze attenuanti generiche, determinando la pena inflitta a ciascuno in giorni 20 di arresto, convertita nella corrispondente pena pecuniaria di Euro 760,00 di ammenda;

c) ha confermato le statuizioni risarcitorie in favore delle parti civili costituite L.T., B.G. e D.C.M..

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso congiunto il difensore degli imputati, il quale ha eccepito:

– la nullità della sentenza di primo grado, poichè non era stato notificato al difensore il decreto di condanna originariamente emesso ed a seguito della cui opposizione era stato celebrato il dibattimento;

– l’insussistenza della contravvenzione contestata, essendo risultato in dibattimento che le prescrizioni di cui alla delibera della Giunta Regionale n. 12186 erano state rispettate già dall’anno 2006, con la conseguenza che gli imputati sarebbero stati condannati per una violazione generica dell’art. 674 cod. pen., costituente fatto diverso rispetto alla violazione specifica contestata;

– la illegittimità del diniego di ammissione all’oblazione per il reato di cui all’art. 674 cod. pen., laddove l’oblazione era stata invece ammessa per la ulteriore contestazione riferita alla mancata ottemperanza alla delibera G.R. n. 12186 del 30.7.1991;

– la intervenuta prescrizione della contravvenzione residua, non potendosi ravvisare “permanenza” della condotta a fronte di emissioni di fumi avvenute a distanza di un mese l’una dall’altra.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso deve essere rigettato, perchè infondato.

Quanto atta prima doglianza, va ribadito l’orientamento di questa Corte Suprema secondo il quale l’omessa notifica del decreto penale di condanna al difensore determina una nullità non assoluta, che è sanata dalla presentazione dell’opposizione poichè, avendo l’atto conseguito lo scopo cui era diretto, viene meno l’interesse dell’imputato all’osservanza della disposizione violata (vedi Cass.:

Sez. 4^, 1.4.2010, n. 17582; Sez. 5^, 21.9.2010, n. 43757).

Il fatto per H quale gli imputati sono stati condannati non può ritenersi “diverso” da quello costituente oggetto dell’imputazione originaria.

Ad essi è stata contestata l’immissione di polveri in atmosfera, idonea ad arrecare molestia alle persone sta per l’inosservanza delle prescrizioni imposte con la Delibera G.R. n. 12186 del 30.7.1991 sia per avere aumentato la produzione dello stabilimento in carenza di interventi correttivi utili al fine di captare ed abbattere tutte le emissioni prodotte durante il procedimento di fusione del materiale ferroso.

In proposito i giudici del merito hanno accertato che nell’anno 2006 era stata rilasciata, per lo stabilimento industriale in oggetto, autorizzazione integrata ambientale, che prevedeva l’eliminazione di qualsiasi tipologia di emissioni diffuse.

Successivamente erano state apportate modifiche agli impianti anche finalizzate all’abbattimento delle emissioni; esse comunque si erano rivelate insufficienti al raggiungimento di tale ultimo scopo tanto che (in seguito ad emissioni fuoriuscenti non dal camino di convogliamento dei fumi, ma dai comignoli e dal tetto dello stabilimento) erano stati ulteriormente riscontrati il deposito di polveri sulla biancheria, gli ortaggi e le pertinenze delle abitazioni adiacenti, oltre alla diffusione di odori fastidiosi.

Nè gli imputati hanno dimostrato di avere adottato tutte le misure imposte, secondo la particolarità del lavoro, dalla migliore esperienza e dalla tecnica più avanzata per evitare quelle molestie.

La richiesta di oblazione, per la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p., è stata legittimamente respinta a norma dell’art. 162 bis c.p., comma 3, a fronte dell’accertata permanenza di conseguenze dannose o pericolose del reato eliminabili da parte dei contravventori.

Reati permanenti sono quelli nei quali l’offesa al bene giuridico tutelato si protrae nel tempo per effetto della persistente condotta del soggetto agente: la condotta illecita deve avere, dunque, carattere continuativo e ad essa l’agente può porre fine con condotta volontaria.

Il carattere continuativo delle emissioni moleste non si identifica con la ripetitività giornaliera delle stesse, bastando che esse si protraggano – senza interruzioni di rilevante entità – per un lasso apprezzabile di tempo a cagione della duratura condotta colpevole del soggetto agente (vedi, con riferimento specifico all’art. 674 c.p., Cass. 10.2.1995, n. 1360).

Nella vicenda in esame la natura permanente dei reato risulta correttamente affermata (sicchè deve ritenersi infondata la prospettazione di intervenuta prescrizione) poichè lo stato antigiuridico si è protratto fino al gennaio 2008, in orario per lo più notturno ed ogni 2-3 settimane, senza che siano state adottate idonee misure di contenimento delle emissioni.

Al rigetto del ricorso segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 27 gennaio 2012.

Depositato in Cancelleria il 24 maggio 2012

Cassazione penale, sez. III, 21/03/2014, (ud. 21/03/2014, dep.10/04/2014),  n. 15956

RITENUTO IN FATTO

Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, con sentenza del 14.1.2011, emessa a seguito di opposizione a decreto penale, ha condannato C.V. alla pena dell’ammenda, ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 674 c.p., perchè, innaffiando i fiori del suo appartamento, gettava acqua mista a terriccio nell’appartamento sottostante imbrattandone il davanzale, i vetri ed altre suppellettili ((OMISSIS)).

Avverso tale pronuncia il predetto ha proposto appello, convertito in ricorso per cassazione.

Con un unico motivo deduce che quanto contestatogli era il risultato del malfunzionamento di un impianto automatico di irrigazione, cosicchè difetterebbe, nella fattispecie, l’elemento soggettivo del reato, da individuarsi nel dolo specifico, non avendo egli posto in essere un’azione deliberata con lo scopo di recare danno o molestia ad altri.

Insiste, pertanto, per l’accoglimento dell’impugnazione.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile.

Dalla sentenza impugnata emerge che il giudice del merito, a seguito dell’istruzione dibattimentale, ha accertato in fatto che le infiltrazioni di acqua nell’appartamento della parte offesa erano provocate dall’impianto automatico per l’innaffiamento delle piante predisposto dall’imputato.

Ricorda il giudice del merito che tali circostanze, riferite dalla persona offesa nel corso della sua deposizione, avevano trovato conferma nelle dichiarazioni dell’amministratore del condominio, il quale aveva dichiarato di aver personalmente constato le infiltrazioni di acqua e la loro provenienza dal sovrastante terrazzo e la caduta di un pezzo di intonaco su un divano posto all’interno dell’appartamento e di aver inviato una o due raccomandate all’imputato, il quale rispondeva di aver eliminato il problema, anche se poi la persona offesa aveva continuato a lamentare danni.

Aggiunge, inoltre, che sia l’imputato che la sua convivente avevano riconosciuto l’esistenza del problema segnalato dalla condomina, al quale dichiaravano di aver posto rimedio.

Tale essendo, dunque, la ricostruzione della vicenda fattuale da parte del giudice del merito, che, essendo assistita da tenuta logica e coerenza strutturale, non risulta censurabile in questa sede di legittimità, osserva il Collegio che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale risultano giuridicamente corrette ed adeguatamente giustificate.

Come è noto, con la contravvenzione prevista dall’art. 674 c.p., viene punito il gettare o versare, in luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o altrui uso, cose atte ad offendere, imbrattare o molestare le persone, ovvero il provocare, nei casi non consentiti dalla legge, emissioni di gas, vapori o fumo atti a cagionare gli effetti predetti.

La condotta esaminata dal Tribunale nel caso in esame è, ovviamente, riconducibile alla prima parte dell’articolo, poichè, concretandosi l’elemento materiale del reato nel “gettare” o “versare” le cose di cui si è detto in precedenza, è ipotizzabile tale ultima azione, chiaramente riferita ai liquidi ed alle sostanze ad essi assimilabili (sabbie, polveri etc.) che possono comunque essere versate, mentre il “gettare” riguarda invece le cose solide o, in ogni caso, aventi diversa consistenza.

Va rilevato, inoltre, come i concetti di “getto” e “versamento” contemplati dalla prima parte dell’art. 674 c.p. abbiano un significato molto ampio, anche in considerazione del fatto che la norma non specifica le modalità con le quali debbano essere effettuati nè, tanto meno, sulla base di quali principi fisici debba avvenire l’azione (ad esempio, caduta per gravità, spinta meccanica, lancio manuale, etc.) nè sulla traiettoria che la cosa deve compiere.

L’ambito di efficacia della disposizione in esame è peraltro ulteriormente ampliato dall’utilizzazione, da parte del legislatore, del termine “cosa”, volutamente generico ed evidentemente finalizzato a rendere più ampio possibile l’oggetto del versamento o del getto.

E’ pure noto che tale indeterminatezza ha indotto la giurisprudenza di questa Corte a ritenere che possano rientrare nella fattispecie tipica della contravvenzione in esame eventi diversi, fino a ricomprendervi l’emissione di onde elettromagnetiche attraverso elettrodotti, impianti di radiotrasmissione o altri impianti.

Da ciò consegue che una condotta quale quella oggetto di contestazione può essere certamente qualificata come “versamento” nei termini delineati dall’art. 674 c.p. e che l’esito di tale azione possa altrettanto pacificamente risolversi nell’altrui “offesa”, “imbrattamento” o “molestia”, essendo pacificamente dotata di quella capacità offensiva che la disposizione richiede.

Occorre inoltre ricordare come la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 3, n. 16286, 17 aprile 2009) abbia già avuto modo di rilevare, motivatamente disattendendo, peraltro, un diverso orientamento risalente nel tempo, che il reato in esame è configurabile sia in forma omissiva che in forma commissiva mediante omissione (cosiddetto reato omissivo improprio) ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo.

In un precedente occasione, proprio con riferimento ad una ipotesi di getto di acqua con una pompa all’interno dell’abitazione altrui, si era precisato come il “versamento” possa avvenire direttamente per mano dell’agente o in qualsiasi altro modo da lui posto in essere o lasciato dolosamente o colposamente in azione e va posto in relazione con l’effetto possibile di offendere, imbrattare o molestare le persone, anche se questo effetto non si sia verificato (Sez. 1, n. 8386, 24 luglio 1992).

Resta da osservare che, nella fattispecie, il giudice del merito ha accertato in fatto che i versamenti si erano protratti nel tempo ed erano proseguiti nonostante le lamentele della persona offesa e le segnalazioni dell’amministratore del condominio e ne ha, inoltre, indicato gli esiti, così escludendo, seppure implicitamente, che la condotta posta in essere potesse ritenersi priva di concreta offensività, ponendo altresì in luce la evidente consapevolezza, in capo all’imputato, delle conseguenze derivanti dall’attivazione del suo impianto di irrigazione automatica.

Ne consegue che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale debbono ritenersi immuni da censure.

Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere delle spese del procedimento, nonchè quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 21 marzo 2014.

Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2014

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