Spionaggio, raccogliere dati altrui è reato: viola la privacy
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22 Ago 2016
 
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Spionaggio, raccogliere dati altrui è reato: viola la privacy

La violazione del diritto alla riservatezza di chi avvii attività di spionaggio nei confronti di altri soggetti o società dà diritto a chiedere il risarcimento del danno.

 

Può chiedere il risarcimento chi subisce, ai propri danni, un’attività di spionaggio che si spinga oltre i normali limiti consentiti dalla legge. È quanto chiarisce il tribunale di Milano con una recente sentenza. La riservatezza è infatti un diritto costituzionale e la lesione della privacy, con conseguente ingerenza nella vita privata, dà perciò diritto al risarcimento del danno morale.

 

 

La vicenda

La vicenda vede una pluralità di dipendenti di una società che, nel tentare di reperire informazioni riservate su alcuni soggetti, si erano spinti ben oltre il lecito, arrivando persino a qualificarsi come poliziotti davanti al portiere dello stabile per intimargli la consegna di tutti i cestini della spazzatura delle persone sottoposte a spionaggio.

 

 

Pedinamenti e investigazioni: cosa è lecito fare

La sentenza è l’occasione per fare il punto della situazione e verificare cosa sia lecito fare quando si parla di spionaggio, pedinamenti e investigazioni di vario genere.

 

Pedinare una persona non costituisce reato nel nostro ordinamento, ma seguire di nascosto una persona diventa illecito nel momento in cui tale comportamento genera allarme e preoccupazione nel soggetto spiato. In tal caso, infatti, scatta il reato di molestie, che si esplica in un pedinamento ossessivo. Quindi, in buona sostanza, l’importante è non farsi scoprire o che la vittima sia cosciente e consenziente (si pensi al caso di un personaggio famoso che non disprezzi di essere seguito dai paparazzi).

 

Nascondere un registratore in casa, nell’auto o sul luogo di lavoro di un soggetto costituisce reato perché integra un’indebita intrusione nella vita privata altrui.

La registrazione di una conversazione è lecita solo nella misura in cui colui che registra è fisicamente presente alla discussione e non avvenga nel domicilio del soggetto passivo.

 

Leggere la corrispondenza altrui, le email, gli sms o accedere nell’altrui profilo di Facebook è reato anche tra coniugi. Le prove così acquisite – secondo una nutrita schiera di giudici – non possono essere utilizzate in causa.

 

Frugare nella spazzatura altrui costituisce un comportamento illecito. Il Garante della privacy ha infatti raccomandato il divieto di sacchetti trasparenti se la raccolta dei rifiuti avviene “porta a porta”. L’ispezione dell’immondizia di una famiglia è consentita solo se c’è l’autorizzazione del giudice per fini di indagine. Gli stessi Comuni non possono aprire indiscriminatamente tutti i sacchetti della spazzatura per verificare il rispetto delle norme sulla raccolta differenziata; lo possono fare solo in modo selettivo, individuando specifici soggetti “a rischio”.

 

 

L’azienda è responsabile per i dipendenti

Chi è responsabile per i pedinamenti e lo spionaggio che oltrepassi i limiti consentiti dalla legge? Certamente l’autore del comportamento illecito, in quanto la responsabilità penale è innanzitutto personale. Tuttavia, la sentenza in commento attribuisce pari responsabilità al datore di lavoro anche in quei casi in cui i dipendenti abbiano travalicato i compiti e le raccomandazioni impartite loro dall’azienda, finendo per fare “di testa propria”. Si tratta però di una responsabilità di tipo civile, ossia rivolta al solo risarcimento del danno, posto che il codice civile stabilisce la responsabilità del committente per il fatto illecito commesso dai suoi collaboratori (siano essi dipendenti o meno) [2]. In particolare, quella del committente è una responsabilità di natura oggettiva ispirata a regole di solidarietà sociale, tesa ad attribuire – secondo la teoria della distribuzione dei costi e dei profitti – l’onere dei rischio a colui che si giova dell’opera di terzi [3].

 

Esiste dunque il danno da spionaggio? Sì, secondo il Tribunale milanese quando ciò si risolva in una violazione del diritto alla privacy. La quantificazione del danno deve tenere conto di una serie di elementi quali: la tipologia delle intrusioni nella vita privata e la loro diffusione, come pure la durata delle intrusioni stesse, la loro portata, l’oggetto delle violazioni (nella vicenda di specie è stato riconosciuto, per ogni vittima, un risarcimento di 15mila euro).

 


La sentenza

Trib. Milano, sez. X, sentenza 16 marzo 2016 (est. Nadia Dell’Arciprete)

FATTO E DIRITTO

Premesso
che con atto di citazione ritualmente notificato … hanno convenuto in giudizio la XX Y esponendo: – che i predetti nel 2001 avevano costituito la … srl – con sede a Roma in un appartamento di …- di cui erano rispettivamente Presidente ed Amministratore Delegato ed avente come oggetto sociale l’assistenza di aziende per operazioni di finanza straordinaria , annoverando tra i clienti dei gruppi finanziari yni ed internazionali;
– che nel settembre 2001 il dr. …, già … di XX Y, dalla quale si era dimesso, aveva iniziato una collaborazione con la …, con ufficio presso la sede della stessa e con un progetto che prevedeva l’attività di consulenza di .. con un nuovo bacino di clientela, dal momento che il .., per i considerevoli ruoli ricoperti in XX, aveva contatti con molti imprenditori e società sia pubbliche che private; …
– che nel settembre 2002 .., portiere dello stabile di .., aveva riferito che si erano presentati due persone, qualificatesi ” …”, avevano mostrato un tesserino da poliziotti ed affermato di aver in corso delle indagini, per cui gli avevano chiesto di raccogliere i cestini della

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[1] Trib. Milano sent. del 16.03.2016.

[2] Art. 2049 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 14578/2007, n. 1516/2007.

 

Autore immagine:Pixabay.com

 


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