La perizia e la consulenza tecnica
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22 Ago 2016
 
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La perizia e la consulenza tecnica

Procedura penale, il processo e i mezzi di prova, il consulente tecnico del giudice e la perizia in dibattimento e nel corso dell’incidente probatorio.

 

Come gli altri mezzi di prova, la perizia può essere disposta sia in dibattimento, sia in sede di incidente probatorio. In quest’ultimo caso, con maggiore ampiezza qualora l’accertamento peritale richieda durata superiore a 60 giorni (art. 392, c. 2).

In fase di indagini preliminari ed a fini meramente investigativi (non di formazione della prova), il P.M. si avvale di «consulenza tecnica» e la P.G. di «atti od operazioni» tecniche a mezzo di persone idonee (artt. 359, 360 e 348).

Dunque, oggetto di perizia sono sia lo svolgimento di indagini che richiedono specifiche competenze di ordine tecnico, scientifico o anche artistico, sia la formulazione di giudizi o valutazioni che implichino siffatte competenze, sia la acquisizione di dati che per essere rilevati presuppongono analoghe soggettive capacità.

 

La perizia va obbligatoriamente disposta allorché sussistono siffatte condizioni; essa è inammissibile se mira a stabilire la tendenza a delinquere o il «carattere» dell’imputato (art. 220, c. 2). Resta, invece, ammissibile l’incarico peritale per quesiti di natura psichiatrica destinati ad accertare la capacità di intendere e volere dell’imputato al momento del fatto; ovvero la sua pericolosità sociale in vista dell’applicazione di misure di sicurezza.

 

In relazione ad accertamenti di notevole complessità è consentita la collegialità nella perizia e per gli accertamenti che richiedono distinte conoscenze in differenti discipline (inter-disciplinarità) è necessaria la pluralità dei periti.

 

La necessarietà dalla perizia, singola o collegiale, comporta che essa può essere disposta anche di ufficio dal giudice, nella sua funzione di garante della correttezza del processo e delle procedure volte ad acquisire la verità reale, al di là di deficienze nell’impulso delle parti (artt. 190, c. 2 e 224).

 

La scelta del perito non è vincolata alla iscrizione in appositi albi, potendo ricadere anche su altri esperti forniti di particolare competenza nella specifica disciplina, essendo preminente la idoneità del perito rispetto all’incarico specificamente commessogli. Proprio per tutelare tale idoneità sono espressamente elencate cause di incapacità a prestare l’ufficio di perito da parte di soggetti quali i minori, gli interdetti, gli infermi di mente, i sottoposti a misure di sicurezza o di prevenzione, le persone che non possono esercitare pubblici uffici, professioni o arti (art. 222). La veste di perito è, inoltre, incompatibile con quella di testimone; coloro che non possono testimoniare o hanno facoltà di astenersi non possono fungere da periti; nè i consulenti tecnici di parte possono divenire periti di ufficio.

 

La posizione di terzietà del perito, ausiliare del giudice, fa estendere a lui le ipotesi di astensione e ricusazione previste per lo stesso giudice, in modo che anche il perito non solo sia indipendente ed estraneo all’oggetto del processo, ma appaia anche tale (art. 223).

 

 

Modalità di espletamento della perizia

Una volta nominato, il perito deve presentarsi innanzi al giudice, nel contraddittorio delle parti, per ricevere il conferimento dell’incarico con la formulazione dei quesiti cui è chiamato a rispondere (art. 227 e ss.). Il perito procede quindi ai necessari accertamenti e rende a verbale il proprio parere. A tal fine, la normativa, perseguendo intenti di celerità e snellezza processuale, privilegia la immediata espressione del parere e favorisce la oralità di esso anche quando non può essere subito espresso. Solo in caso di necessità, è autorizzata la presentazione di una relazione peritale scritta: è comunque fissato un termine non oltre novanta giorni, prorogabile anche più volte per ulteriori trenta giorni, fino al limite estremo di sei mesi. In caso di negligenza, il perito può essere sostituito e condannato dal giudice al pagamento di una somma, con segnalazione al collegio o ordine professionale, ai fini disciplinari (artt. 227 e 231).

 

Il perito ha l’obbligo di prestare la sua opera e che il rifiuto di essa, cui è assimilabile l’ingiustificato ritardo, è comunque punibile come reato (art. 366 c.p.: Rifiuto di uffici legalmente dovuti).

 

Nell’esercizio della sua attività il perito è pubblico ufficiale (art. 357 c.p.), essendo investito di una pubblica funzione ad opera del giudice che lo ha nominato. La esigenza della tutela dei diritti delle parti processuali, rispetto alla perizia, è assicurata sotto vari profili.

Già si è ricordato che le parti possono ricusare il perito che versa in situazioni di non imparzialità, che lo avrebbero dovuto indurre ad astenersi; tale ricusazione può intervenire anche dopo la investitura dell’incarico, se i motivi sono sopravvenuti o se sono stati tardivamente conosciuti (art. 223).

Nell’esecuzione della perizia il giudice non può disporre o consentire che vengano adottate misure che incidano sulla libertà personale dell’indagato/imputato o di terzi; salvo che la legge non ne specifichi i «casi» ed i «modi» (C. Cost. 9-7-1996, n. 238, che ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 224, c. 2, c.p.p.).

 

Prendendo spunto, da un lato dal pronunciamento della Corte Costituzionale sulla tutela della libertà personale (sent. 238/96 cit.) e, dall’altro, dall’esigenza di acquisire necessari elementi di prova, il legislatore è intervenuto dettando in materia disposizioni più dettagliate.

In particolare, in tema di prelievo di materiale biologico, si devono segnalare le regole introdotte dal d.l. n. 144/2005 (convertito nella legge n. 155/2005, Misure urgenti per il contrasto al terrorismo internazionale) che ha dettato disposizioni concernenti la materia del prelievo coattivo di capelli o di saliva effettuabile, a fini di identificazione personale, nei confronti dell’indagato ai sensi dell’art. 349, co. 2bis, c.p.p., ovvero degli accertamenti nei confronti di persona non indagata, nell’ambito dei rilievi urgenti compiuti dalla polizia giudiziaria (art. 354, co. 3, c.p.p.). In questi casi, il legislatore ha espressamente denominato l’attività come prelievo di materiale biologico, e ne ha attribuito il potere alla iniziativa della polizia giudiziaria, che agisce autonomamente e senza il consenso dell’interessato.

 

Laddove il consenso non sia prestato è necessaria una previa autorizzazione concessa dal p.m. per iscritto, ovvero oralmente seppure confermata per iscritto (art. 349, co. 2bis, c.p.p.).

 

Recentemente, una più organica disciplina è stata introdotta dalla legge n. 85/2009 che ha inserito nel codice di rito l’art. 224bis con il quale si consente al giudice, nei casi espressamente indicati dalla legge, di disporre anche d’ufficio, con ordinanza motivata, l’esecuzione coattiva di una perizia incidente sulla libertà personale, ma solo se assolutamente indispensabile alla prova dei fatti. Il legislatore ha indicato un preciso iter procedimentale, predisponendo particolari cautele per la persona da sottoporre a perizia, a pena di nullità dell’intero procedimento, tra le quali anche l’assistenza di un difensore di fiducia o d’ufficio, la cui assenza è causa di nullità di tutti gli atti eventualmente compiuti.

 

Sotto altro aspetto, le parti possono controllare l’operato del perito, sia intervenendo nella originaria formulazione dei quesiti in modo da concorrere a tracciare il tema di indagine o il modo della sua effettuazione (art. 226), sia soprattutto inserendo nella ricerca peritale l’attività di propri consulenti tecnici. Questi possono essere nominati sia dalle parti private, sia dal P.M., in numero non superiore ai periti di ufficio, in modo da ridurre ogni fenomeno di elefantiasi processuale.

 

 

La consulenza tecnica

La difesa tecnica, a mezzo dei consulenti, prevede che essi possono partecipare alle operazioni compiute dal perito e presentare al giudice o, in sua assenza, direttamente al perito, richieste, osservazioni e riserve, nonché procedere direttamente all’esame della persona, della cosa o del luogo, oggetto di perizia.

 

L’essenzialità della difesa tecnica comporta che il patrocinio statale per i non abbienti si estende anche all’assistenza, a spese sempre dello Stato, di un consulente tecnico (art. 225). La natura di mezzo di prova della perizia implica che gli atti, i documenti e le cose che il perito può esaminare ai fini dello svolgimento del suo incarico sono solo quelli che possono rifluire nel fascicolo del dibattimento, ossia solo quelli che legalmente possono essere posti a base del convincimento del giudice (art. 228).

Il carattere di mezzo di difesa, sia pure tecnica, della consulenza tecnica di parte, rende legittimo il contributo esterno dei consulenti, per la impostazione e la soluzione di questi tecnici, anche quando non viene disposta la perizia. Infatti, le parti possono fare assumere in dibattimento le dichiarazioni dei propri consulenti e presentare, in ogni stato e grado del procedimento, memorie tecniche (artt. 121, 233 e 501). Pertanto, al di là della perizia, permane l’intangibilità e la pienezza del diritto di difesa (art. 24 Cost.) anche nel suo contenuto tecnico, nel contraddittorio dei consulenti di parte con i periti di ufficio, se esistenti. Nei rapporti interni tra le parti, il contraddittorio tra di esse è assicurato mediante il controesame dei consulenti introdotti dalla parte avversa, secondo il principio dell’esame incrociato.

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