Offesa al vigile o al poliziotto non è più reato
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22 Ago 2016
 
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Offesa al vigile o al poliziotto non è più reato

Depenalizzata l’offesa all’onore e al decoro dei poliziotti (siete dei pezzi di m…non capite un c…) anche se c’è l’aggravante delle frasi pronunciate quando gli agenti e gli ufficiali stavano esercitando le loro funzioni.

 

Non è più reato offendere un poliziotto o un vigile purché non stia elevando una multa o non stia, comunque, compiendo un atto delle proprie funzioni: con la depenalizzazione del reato di ingiuria intervenuta quest’anno non scatta più alcun procedimento penale per chi si rivolge ad un agente con parolacce o frasi estremamente offensive e volgari, salvo che vi sia anche una minaccia (quest’ultimo reato, infatti, non è stato depenalizzato). Lo ha chiarito la Cassazione con una recentissima sentenza [1].

 

La vicenda vede protagonista un uomo il quale, rivolgendosi ad alcuni agenti di polizia giudiziaria mentre erano intenti nelle proprie funzioni, diceva loro frasi offensive come “Pezzi di m…, Non capite un ca…

 

L’ingiuria non è più prevista dalla legge come reato a seguito del decreto legislativo del gennaio 2016 [3], entrato in vigore il successivo 6 febbraio. L’unico modo per punire l’ingiuria è che la vittima avvii una causa civile per ottenere il risarcimento del danno. All’esito del giudizio, il giudice commina anche una multa che finisce nelle casse dello Stato. Abbiamo approfondito la questione nell’articolo “Ingiuria: come tutelarsi”.

 

L’abrogazione della norma penale – e la trasformazione dell’ingiuria in un illecito civile – è retroattiva e vale anche nei confronti delle condotte poste prima dell’entrate in vigore del decreto, anche se già giudicate con sentenza e sempre che tale sentenza non sia divenuta irrevocabile. La sentenza ancora impugnabile può essere annullata, ma resta la condanna al risarcimento del danno a carico dell’imputato.

 

Se, però, all’ingiuria si dovessero aggiungere delle minacce (ad esempio “Te la faccio pagare…, Non hai idea con ti faccio…”) allora resta fermo l’illecito.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 8 marzo – 19 agosto 2016, n. 35119
Presidente Lapalorcia – Relatore Catena

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Pisa in composizione monocratica, in funzione di giudice di appello, confermava la sentenza del giudice di pace di Pontedera emessa all’udienza del 15/06/2012 con cui il ricorrente era stato riconosciuto colpevole e condannato a pena di giustizia, oltre che al risarcimento del danno, per il delitto di cui all’art. 594, 61 n. 10, cod. pen. – perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, offendeva l’onore ed il decoro degli ufficiali ed agenti di P.G. D.M.J. , M.M. e L.M. , con le frasi “pezzi di merda… polizia di merda….ve la faccio pagare non capite un cazzo”; con l’aggravante di aver commesso il fatto contro pubblici ufficiali nell’esercizio delle funzioni; in (OMISSIS), in data (OMISSIS) .
2. Con ricorso depositato il 03/03/2015, il difensore del C.F. , Avv.to Giuseppe Pizzutelli, ricorre per:
2.1. violazione di legge e vizio di motivazione ex art. 606 lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione all’art. 420 ter, cod. proc. pen., per omessa motivazione in ordine alla documentata istanza di rinvio per legittimo impedimento dell’imputato, inviata

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[1] Cass. sent. 35119/2016.

[2] Art. 594 cod. pen.

[3] D. lgs. n. 7 del 15.01.2016, in Gazz. Uff. n. 17 del 22.01.2016.

 


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