Ricatto: si può registrare la conversazione con la minaccia
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22 Ago 2016
 
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Ricatto: si può registrare la conversazione con la minaccia

Estorsione, non è reato registrare una conversazione tra presenti anche se non c’è la preventiva autorizzazione del giudice per le indagini preliminari.

 

Se è sicuramente lecito – stando alla giurisprudenza della Cassazione – registrare una conversazione all’insaputa dei presenti, a condizione che colui che sta effettuando lo “spionaggio” sia fisicamente presente alla discussione (anche se non vi partecipa attivamente), è ancor più lecita la registrazione se il file con il relativo audio serve come prova per difendersi da un ricatto illecito (la cosiddetta estorsione). È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

La Corte ha ribadito quello che è un suo consolidato orientamento: “Le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non è sottoposta alle limitazioni ed alle formalità proprie delle intercettazioni».

 

Questa precisazione sta a significare un concetto molto semplice: le “intercettazioni” sono quelle attività di ricerca delle prove del reato che possono essere eseguite dalla polizia giudiziaria, previa autorizzazione del GIP (il giudice per le indagini preliminari), il quale deve indicare i luoghi in cui tali intercettazioni possono avvenire. Senza l’autorizzazione del giudice, le intercettazioni non possono essere utilizzate nel processo penale.

Diverse sono invece le registrazioni fatte di propria iniziativa dalla vittima (o presunta vittima) del reato: quest’ultimo è libero di procurarsi le prove dell’illecito posto ai propri danni. E, nell’ambito di tale attività, può eseguire – senza chiedere il permesso al GIP – la registrazione delle conversazioni all’insaputa dei presenti.

 

Le registrazioni – sottolinea la Cassazione – possono essere prove soprattutto dell’estorsione e, in quanto tali, sono da considerarsi “documenti”. La legge “qualifica “documento” tutto ciò che rappresenta fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo. Il nastro contenente la registrazione non è altro che la documentazione fonografica del colloquio, la quale può integrare quella prova che, diversamente, potrebbe non essere raggiunta e può rappresentare (si pensi alla vittima di un’estorsione) una forma di autotutela e garanzia per la propria difesa”.

 

L’unica attenzione che deve prestare chi registra è di essere fisicamente presente alla conversazione (non potendo lasciare un registratore acceso e poi allontanarsi) e di non eseguire lo spionaggio nei luoghi di privata dimora del soggetto da registrare. Sì, allora, alla registrazione in un luogo pubblico, un bar, un ascensore. No, invece, in casa o nell’auto altrui.


 


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