Il giudicato penale
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23 Ago 2016
 
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Il giudicato penale

Procedura penale, sentenze e decreti penali irrevocabili: cos’è il giudicato penale e che funzione ha.

 

Dispone l’art. 648 che sono irrevocabili le sentenze ed i decreti penali contro i quali non è più ammessa impugnazione (salva la revisione). È questa la nozione di giudicato formale.

Da ciò consegue che l’accertamento in ordine alla imputazione ed alla responsabilità dell’imputato, contenuto nella sentenza o decreto penale, diviene definitivo (cd. giudicato sostanziale) [1].

 

La stabilità del giudicato è garantita dalla regola che l’imputato prosciolto o condannato (con sentenza o decreto irrevocabile), non può essere sottoposto ad un nuovo procedimento per lo stesso fatto: ne bis in idem ( art. 649) [2] [3].

 

Con particolare riferimento alla normativa in materia di stupefacenti, è stato di recente affermato che la pena applicata con la sentenza di patteggiamento avente ad oggetto uno o più delitti previsti dall’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 relativi alle droghe c.d. leggere, divenuta irrevocabile prima della sentenza n. 32 del 2014 della Corte costituzionale, deve essere rideterminata in sede di esecuzione in quanto pena illegale [4].

 

La irrevocabilità attiene alla consumazione dell’esercizio dell’azione penale in uno dei procedimenti speciali o nel rito ordinario dibattimentale, e pertanto alla sentenza pronunciata in giudizio e al decreto penale di condanna. Più specificamente, possono divenire formalmente irrevocabili e costituire, per riflesso, giudicato sostanziale le sentenze pronunciate nel giudizio abbreviato, nel procedimento del patteggiamento, nel giudizio direttissimo, nel giudizio immediato, ovvero nell’ordinario rito dibattimentale, oltre il decreto penale. Non è ricompresa nella elencazione la sentenza dell’udienza preliminare di non luogo a procedere, perché sempre revocabile (art. 434).

 

La consumazione dell’azione penale, cui è condizionata la irrevocabilità, si ha quando l’imputato perde tale sua qualità: più specificamente quando l’azione penale ha raggiunto la meta finale, di condanna o di proscioglimento, definitivi (art. 60, c. 2).

 

Non osta alla irrevocabilità, e quindi alla formazione della res judicata sostanziale, la esperibilità del mezzo straordinario della revisione, utilizzabile in ogni tempo proprio contro le decisioni irrevocabili (artt. 629 e 648, c. 1).

 

Il concetto di irrevocabilità non coincide con quello di esecutività, perché sono esecutivi anche provvedimenti revocabili. Infatti, la esecutività attiene alla immediata eseguibilità e questa non presuppone necessariamente la irrevocabilità. Ciò si verifica per provvedimenti sulla libertà personale, per le sentenze di non luogo a procedere o di proscioglimento, per i capi della decisione riflettenti gli interessi civili (v. artt. 540, 605 etc.), i quali sono o possono essere immediatamente esecutivi.

 

Comunque, la esecutività non può mai mancare per i provvedimenti irrevocabili, costituendone una indefettibile conseguenza.

 

La irrevocabilità formale, in quanto consumazione dell’azione penale, come detto, preclude un rinnovato esercizio di questa a carico e a danno dello stesso imputato e per gli stessi fatti, quand’anche fosse dimostrata la ingiustizia della prima decisione (ne bis in idem: art. 649), tranne che la ricostituzione del rapporto processuale sia promossa dallo stesso imputato e in suo favore (favor rei) nella ipotesi della revisione (art. 629).

 

Il giudicato sostanziale, racchiuso nella sentenza penale irrevocabile (con esclusione del decreto penale, non presupponendo questo una disamina approfondita, nel contraddittorio delle parti, di reità), proietta il suo accertamento di verità anche fuori del campo penale, nei giudizi civili, amministrativi e disciplinari, che traggono origine dagli stessi fatti materiali, oggetto del processo penale, se coinvolgono tutti o alcuni dei soggetti che in sede penale avevano veste di parte privata (imputato, parte civile, responsabile civile).

 

La maggiore affidabilità del metodo di ricerca della verità, nel processo penale, è a fondamento di questa riconosciuta prevalenza del giudizio penale su quelli extra-penali aventi ad oggetto la stessa materialità di fatti. Siffatta efficacia extra-penale è tuttavia variamente calibrata secondo la natura del diverso giudizio extra-penale (artt. 651-654).

 

Le sentenze di condanna irrevocabile ed altre pronunce similari, vanno annotate per opportuna conoscenza nel Casellario Giudiziale, in passato disciplinato dagli artt. 685 e ss. c.p.p., ora oggetto di un’autonoma disciplina da parte del D.P.R. 14-11-2002, n. 313.

 

Compendio-di-Diritto-Processuale-Penale


[1] Il principio della intangibilità del giudicato è stato di recente ridimensionato dalla giurisprudenza di legittimità. Le Sezioni Unite, dopo avere premesso che le norme sulla efficacia del giudicato penale nascono dalla necessità di certezza e stabilità giuridica, propria della funzione tipica del giudizio, ed inoltre dall’esigenza di porre un limite all’intervento dello Stato nella sfera individuale (divieto di bis in idem), hanno precisato però che ciò non implica l’immodificabilità in assoluto del trattamento sanzionatorio stabilito con la sentenza irrevocabile di condanna, nei casi in cui la pena debba subire modificazioni necessarie imposte dal sistema a tutela dei diritti primari della persona. In particolare, si è affermato che quando, successivamente alla pronuncia di una sentenza irrevocabile di condanna, interviene la dichiarazione d’illegittimità costituzionale di una norma penale diversa da quella incriminatrice, incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, e quest’ultimo non è stato interamente eseguito, il giudice dell’esecuzione deve rideterminare la pena in favore del condannato pur se il provvedimento «correttivo» da adottare non è a contenuto predeterminato, potendo egli avvalersi di penetranti poteri di accertamento e di valutazione (Cass. Sez. Un. 42858/2014; v. anche, Corte cost. n. 115 del 1987, n. 267 del 1987, n. 282 del 1989).

[2] La giurisprudenza di legittimità, facendo leva sull’esigenza di evitare contrasti di giudicati, ritiene che il principio «ne bis in idem» abbia una portata generale, che prescinde dalla necessaria presenza di un giudicato. Pertanto ha statuito la Suprema Corte che non può essere nuovamente promossa l’azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del medesimo ufficio del P.M.; di talché nel procedimento eventualmente duplicato dev’essere disposta l’archiviazione oppure, se l’azione sia stata esercitata, dev’essere rilevata con sentenza la relativa causa di improcedibilità (Cass. Sez. Un. 2-9-2005, n. 34655). Così, in altre pronunce,

la Cassazione ha ritenuto che non è consentito, in pendenza di un procedimento in grado di appello, iniziare un nuovo processo contro la stessa persona per il medesimo fatto, addirittura adottando una misura cautelare (Cass. V, 1919/95; Cass. VI, 512/99); che l’emanazione di una sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’art. 425 c.p.p., impedisce un nuovo esercizio dell’azione penale per lo stesso fatto contro la stessa persona, senza che si provveda alla revoca della sentenza (Cass. VI, 459/97); che inibisce l’esercizio di una nuova azione penale anche la sentenza di primo grado non definitiva (Cass. VI, 31512/02; Cass. VI, 1860/04).

[3] Il principio del «ne bis in idem» è applicabile anche nel procedimento di prevenzione, ma la preclusione del giudicato opera «rebus sic stantibus» e, pertanto, non impedisce la rivalutazione della pericolosità ai fini dell’applicazione di una nuova o più grave misura ove si acquisiscano ulteriori elementi, precedenti o successivi al giudicato, ma non valutati, che comportino un giudizio di maggiore gravità della pericolosità stessa e di inadeguatezza delle misure precedentemente adottate ( In tal senso, Cass. Sez. Un., 8-1-2010, n. 600).

[4] Cass. Sez. Un., 15-9-2015, n. 37107.

 


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