L’esecuzione penale
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23 Ago 2016
 
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L’esecuzione penale

Il giudicato e l’esecuzione penale, il procedimento del giudice dell’esecuzione, il procedimento della magistratura di sorveglianza, umanizzazione dell’esecuzione e madri detenute.

 

L’esecuzione penale riguarda le attività successive alla formazione del giudicato.

Fondamento dell’esecuzione è il titolo esecutivo costituito, usualmente, dal provvedimento irrevocabile, tranne le ipotesi particolari di esecutività non correlate alla irrevocabilità.

L’esecuzione ha ad oggetto sia la pena (pena pecuniaria, pena detentiva, pena sostitutiva), sia la misura di sicurezza contemplate nel titolo (sentenza, ordinanza, decreto) giurisdizionale da porre appunto in esecuzione (titolo esecutivo).

 

In materia intervengono tre organi, con compiti distinti: pubblico ministero, giudice dell’esecuzione penale e magistratura di sorveglianza.

 

Il P.M. opera come organo promotore dell’esecuzione penale e quindi quale promotore di giustizia, piuttosto che come parte nel rapporto processuale di esecuzione; a lui spettano i poteri di emettere l’ordine di carcerazione e quello di scarcerazione (art. 656 e ss.), così esercitando poteri che incidono sulla libertà personale. Peraltro, in tema di esecuzione, i poteri in questione non presentano spazi di discrezionalità, trattandosi di mera attuazione di un titolo esecutivo che risale al giudice e non ad esso P.M.

 

Va ricordato che la recente novella introdotta con la legge 26 novembre 2010, n. 199, prevede un’articolata normativa al fine di agevolare la espiazione delle pene detentive brevi (non superiori a 18 mesi) in luoghi esterni al carcere, preferibilmente l’abitazione del condannato.

 

Il giudice dell’esecuzione, che si identifica nello stesso organo giudiziario che ha deliberato il provvedimento da eseguire (art. 665), è chiamato a decidere tutte le questioni che, in relazione ai limiti posti dal titolo esecutivo, possono insorgere nel corso dell’esecuzione stessa. Più in particolare, egli interviene in materia di incidenti di esecuzione, che riguardano tutte le questioni sulla ritualità del titolo esecutivo, e nelle materie connesse, quali l’applicazione di amnistia o di condono, la revoca di benefici, l’esecuzione di pretese civili nel procedimento penale ed altre similari.

 

La magistratura di sorveglianza interviene in materia di applicazione di misure alternative alla detenzione custodiale, di esecuzione di sanzioni sostitutive e di applicazione ed esecuzione di misure di sicurezza, secondo una ampia gamma di competenze, previste dalle leggi 26 luglio 1975, n. 354, 24 novembre 1981, n. 689 e 10 ottobre 1986, n. 663.

 

Il procedimento innanzi al giudice dell’esecuzione e quello innanzi alla magistratura di sorveglianza (procedimenti di esecuzione e di sorveglianza), pur nella loro diversità, hanno regole comuni in tema di potere di iniziativa, intervento delle parti, termini e vocatio in jus, modalità di impugnazione. Contro le ordinanze conclusive dei due procedimenti è esperibile solo il ricorso per cassazione. In materia di misure di sicurezza è previsto anche un riesame di merito in appello, giustificato dalla opinabilità, in fatto, del giudizio di pericolosità sociale del soggetto, presupposto di tali misure.

 

La giurisdizionalità comporta il diritto di difesa, garantito anche mediante l’obbligo di notifica dei provvedimenti impugnabili al difensore, oltre che allo stesso interessato, ed assicurato dalla difesa anche di ufficio (artt. 666 e 678).

 

Per quanto attiene specificamente il Pubblico Ministero, questi provvede a curare anche di ufficio la esecuzione dei provvedimenti del giudice. In caso di condanna a pena detentiva emette, come si è già visto, ordine di carcerazione o anche ingiunzione a costituirsi in carcere (artt. 655 e 656) [1]. È da segnalare che l’art. 656 è stato modificato dalla L. 27-5-1998, n. 165, nonché dal D.L. 24-11-2000, n. 341 (conv. in L. 4/2001). Secondo la nuova formulazione è previsto che il P.M., quando emette un ordine di esecuzione di una pena detentiva non superiore a tre anni [2], deve contestualmente emettere un decreto di sospensione dell’esecuzione che deve essere notificato, unitamente all’ordine di carcerazione, al condannato ed al suo difensore. Quest’ultimo ha trenta giorni per poter avanzare istanza tendente ad ottenere la concessione di misure alternative alla detenzione [3]. Alla scadenza del termine, se non viene presentata detta istanza, il decreto è revocato e la pena viene posta in esecuzione.

 

La riforma mira ad evitare che entrino nel circuito del carcere condannati che possono beneficiare di misure alternative alla detenzione in attesa della decisione sulla loro concessione.

 

Se la pena da espiare ha durata non superiore ai 18 mesi, è lo stesso P.M. che ha sospeso l’esecuzione a trasmettere al magistrato di sorveglianza la richiesta che la pena venga espiata presso il domicilio. La finalità è quella evitare il sovraffollamento carcerario in caso di pene detentive brevi (cfr. art. 1 della L. 26-11-2010, n. 199).

 

La sospensione dell’esecuzione di cui all’art. 656, c. 5, non può essere disposta:

 

a) nei confronti dei condannati per i delitti di cui all’articolo 4bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni (es. artt. 416bis-ter e 630 c.p.) [4];

 

b) nei confronti di coloro che, per il fatto oggetto della condanna da eseguire, si trovano in stato di custodia cautelare in carcere nel momento in cui la sentenza diviene definitiva [5].

 

Va segnalato che il recente decreto legge n. 78/2013 (conv. in legge n. 94/2013), ha introdotto nuove disposizioni in materia di esecuzione della pena, incidendo sul codice di rito e sull’Ordinamento penitenziario. La prospettiva in cui si è mosso il legislatore è quella di porre rimedi al sovraffollamento carcerario, da un lato favorendo modalità di esecuzione diverse dalla detenzione in carcere, dall’altro modulando il passaggio dalla fase del processo di cognizione a quello della esecuzione della pena dopo la sentenza definitiva. Per tale motivo è stato modificato l’art. 656 c.p.p.

 

Fermo restando il dovere del P.M. di disporre la sospensione della esecuzione ricorrendo le condizioni di cui al comma quinto (valutate anche le cause ostative di cui al comma nono), la novella ha introdotto la possibilità di determinare la residua pena da espiare (al fine di rientrare nei limiti della concessione della sospensione), anche tenendo conto della possibilità di beneficiare della liberazione anticipata di cui all’art. 54 dell’Ordinamento Penitenziario.

 

Ne discende che la nuova disciplina ha differenziato diverse situazioni in relazione alla possibilità per il P.M. di disporre la sospensione della esecuzione della pena ai sensi del comma quinto. In particolare:

 

— per i delitti «ostativi» di cui al comma 9, lett. a), rimane fermo il divieto di sospensione; peraltro la riforma ha ampliato il novero dei delitti c.d. ostativi;

 

— per coloro che si trovino in custodia cautelare in carcere, per il fatto oggetto della condanna (comma 9, lett. b), rimane fermo il divieto di sospensione; in ogni caso il P.M. deve trasmettere gli atti al magistrato di sorveglianza, se valuta ricorrano i presupposti per la concessione della liberazione anticipata (nuovo comma 4ter);

 

— per coloro che si trovino in custodia cautelare in carcere, per un fatto diverso da quello oggetto della condanna, il P.M., prima di emettere l’ordine di esecuzione e l’eventuale provvedimento di sospensione, deve trasmettere gli atti al magistrato di sorveglianza, se valuta ricorrano i presupposti per la concessione della liberazione anticipata, ed attendere la sua decisione (nuovi commi 4bis e 4quater);

 

— se, invece, per il fatto oggetto della condanna il condannato si trova agli arresti domiciliari, il P.M. può disporre la sospensione della esecuzione, sempre che la pena da espiare rientri nei limiti indicati dal comma quinto (comma 10);

 

— per i recidivi reiterati, con la soppressione della lett. c) del comma 9 è stato abolito il divieto di sospensione.

 

Ai fini della determinazione della entità della pena, il P.M. provvede a detrarre dalla pena da espiare quella inutilmente sofferta per altro titolo e quella cautelare, per lo stesso o anche per altro titolo; in ogni caso, la valorizzazione delle detenzioni, cautelari o definitive, sofferte è subordinata alla loro posteriorità rispetto alla commissione del reato per cui vengono utilizzate: la espiazione deve essere sempre successiva al reato (art. 657).

 

Lo stesso criterio di fungibilità-valorizzazione è dal P.M. applicato per l’esecuzione delle sanzioni sostitutive (semidetenzione, libertà controllata e pena pecuniaria) e delle pene accessorie (artt. 661 e 662). Per le pene pecuniarie (multa o ammenda), in particolare, il P.M. può promuovere il differimento o la rateizzazione del pagamento, prima di farle convertire in libertà controllata (art. 660).

 

L’art. 657bis c.p.p. disciplina, inoltre, il computo del periodo di messa alla prova dell’imputato in caso di revoca (artt. 664bis e seg. c.p.p.). È previsto che in caso di revoca o di esito negativo della messa alla prova, il pubblico ministero, nel determinare la pena da eseguire, detrae un periodo corrispondente a quello della prova eseguita. Ai fini della detrazione, tre giorni di prova sono equiparati a un giorno di reclusione o di arresto, ovvero a 250 euro di multa o di ammenda.

 

Al P.M. compete anche l’iniziativa per l’esecuzione dell’ ordine di demolizione adottato dal giudice ai sensi dell’art. 7 della legge 47/1985 (ora art. 31, c. 9, D.P.R. 380/2001), avendo detto provvedimento natura giurisdizionale benché applicativo di una sanzione amministrativa [6].

 

Per quanto concerne particolarmente il giudice dell’esecuzione questi è da individuare sempre nel giudice che ha emesso il provvedimento da eseguire o che lo ha modificato sostanzialmente in grado di appello (art. 665) [7].

 

 

Il procedimento del giudice dell’esecuzione

Posto che i provvedimenti esecutivi sono adottati direttamente dal P.M. presso tale giudice, il procedimento di esecuzione ha natura contenziosa. Ha ad oggetto la contestazione della attività esecutiva del P.M., allorché esso è promosso dall’interessato [8] o dal suo difensore. Peraltro, lo stesso P.M. richiede al giudice dell’esecuzione talune decisioni (revoca di amnistia, di pene condonate o sospese, di altri benefici), che allo stato paralizzano le sue capacità di esecuzione (solo dopo tali revoche, egli può fare eseguire, ad esempio, la pena già condizionalmente sospesa).

 

Il P.M., l’interessato o il suo difensore, ai sensi delpl’art. 666 c.p.p. possono proporre il c.d. incidente di esecuzione per risolvere le questioni attinenti alla esecuzione disciplinate negli artt. 667-676 [9]:

 

— l’accertamento della identità fisica del detenuto (con possibilità di liberazione, anche immediata quando ci si accorga che la persona arrestata non sia quella che debba scontare la pena (art. 667 c.p.p.).

La decisione di liberazione o meno, in tal caso, è adottata con ordinanza, impugnabile, con opposizione innanzi allo stesso giudice, entro 15 giorni a cura del P.M. o dell’interessato o suo difensore (art. 367, come modif. dal D.Lgs. 12/91);

 

— la correzione grafica delle generalità dell’imputato condannato (art. 668);

 

— la risoluzione del concorso di una pluralità di sentenze, tutte esecutive, ai danni della stessa persona, ma per lo stesso fatto (taluna di condanna, altre di proscioglimento, ovvero dello stesso tipo ma con pene diverse o con formule pure diverse: il tutto da risolvere col criterio del favor rei: art. 669);

 

— l’applicazione dell’amnistia o dell’indulto (art. 672) [10];

 

— l’applicazione di una nuova legge o di una sentenza costituzionale con abrogatio criminis (art. 673);

 

— l’inesistenza o la non esecutività del presunto titolo esecutivo (art. 670) [11] [12].

 

Le questioni relative al titolo esecutivo possono essere le più varie. Ad esempio nel caso in cui il cancelliere abbia attestato erroneamente il passaggio in giudicato della sentenza, mentre invece l’imputato ha proposto impugnazione;

 

— la nuova determinazione di pena in tema di concorso formale o di reato continuato non dichiarati in sede di cognizione (art. 671) [13];

 

— la declaratoria di falsità di documenti (art. 675);

 

— la pronuncia di altri provvedimenti in ordine all’estinzione del reato o della pena dopo la condanna, alla confisca ed altro (art. 676).

 

Un caso particolare, ritenuto rientrante sotto la copertura dell’art. 676, si ha quando l’imputato muore dopo la sentenza di primo grado, ma prima della notifica dell’estratto della sentenza: in tal caso spetta al giudice che ha emesso la sentenza, ma in sede di esecuzione, dichiarare l’estinzione del reato.

 

Il procedimento di esecuzione da seguire allorché un incidente del tipo sopraindicato viene sollevato segue lo schema del rito camerale (art. 127) [14], ma con una più accentuata garanzia dei diritti di difesa in considerazione della essenzialità degli interessi in discussione.

 

Il procedimento non è mai su iniziativa del giudice, essendo basato sulla richiesta di uno dei soggetti (P.M., difensore o interessato). Questi, nel rapporto processuale che così inizia, acquistano la qualità di parti, in quanto titolari dei contrapposti interessi sostanziali che nel processo si agitano.

 

La vocatio in jus avviene con provvedimento del giudice, notificato a tutte le parti; queste possono subito instaurare un contraddittorio scritto presentando memorie e documenti. La dialettica, però, è piena e completa.

 

A differenza del rito camerale ordinario, in cui P.M., difensore e interessato sono sentiti solo se compaiono, nel procedimento di esecuzione, invece, da un lato è necessaria la partecipazione all’udienza del P.M. e del difensore, dall’altro l’interessato, se ne fa richiesta, deve essere sempre sentito, eventualmente a mezzo del magistrato di sorveglianza, se detenuto altrove.

 

All’esito dell’udienza, sentiti P.M. e difensore (di fiducia o di ufficio), il giudice dell’esecuzione decide con ordinanza, ricorribile per cassazione.

 

L’ordinanza, anche se impugnata, è immediatamente esecutiva, pur se sfavorevole al condannato, trattandosi di provvedimento emesso in sede di esecuzione (art. 666) [15].

 

 

Il procedimento della magistratura di sorveglianza

Va qui accennato che la magistratura di sorveglianza si articola in un organo monocratico (magistrato di sorveglianza) ed in un organo collegiale (tribunale di sorveglianza), che talvolta si pongono entrambi come giudici di primo grado e altre volte, in senso verticale, come giudici rispettivamente di primo e di secondo grado.

 

Dal punto di vista territoriale, il tribunale di sorveglianza ha competenza estesa all’intero distretto di corte di appello sicché è, in certi limiti, assimilabile a tale giudice di appello.

 

Per quanto attiene al magistrato, monocratico, di sorveglianza, la sua competenza territoriale può essere frazionata ad una parte del distretto, sicché alla giurisdizione dell’unico tribunale, distrettuale, di sorveglianza possono corrispondere più giurisdizioni di magistrati di sorveglianza.

 

La competenza territoriale della magistratura di sorveglianza, nella sua globalità, è stabilita privilegiando la vicinanza dell’organo giudiziario all’interessato, detenuto in espiazione di pena o internato in istituto di prevenzione a seguito di sottoposizione a misure di sicurezza, o a piede libero. La vicinanza viene evidenziata dalla giurisdizione territoriale sull’istituto di pena o di prevenzione o sul luogo di residenza o domicilio, sempre dell’interessato (art. 677).

 

La competenza per materia, valida per determinare quali procedimenti appartengono alla cognizione del magistrato o del tribunale di sorveglianza, è dettata da leggi extra vagantes (legge 26-7-1975, n. 354, sull’ordinamento penitenziario e sue modifiche; da ultimo legge 10-10-1986, n. 663, di riforma organica del suddetto ordinamento).

 

Schematicamente appartengono al magistrato, monocratico, le materie attinenti la rateizzazione o la conversione delle pene pecuniarie [16], la remissione del debito, i ricoveri di condannati in ospedali psichiatrici giudiziari [17], le misure di sicurezza, le pene detentive sostitutive (semidetenzione e libertà controllata: v. legge 689/1981), la dichiarazione di delinquente abituale, professionale o per tendenza (art. 678) [18]. Pure a lui spetta un potere interinale e provvisorio di ordinare il differimento dell’esecuzione di pene detentive, anche se sostitutive, e, se già è iniziata l’esecuzione, quello di sospenderla, disponendo la immediata liberazione del detenuto (art. 684, c. 2).

 

Appartengono, invece, al tribunale di sorveglianza, quale giudice di primo grado, le materie concernenti la concessione e la revoca della liberazione condizionale, la riabilitazione, l’applicazione delle misure alternative, il rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena detentiva o delle sanzioni sostitutive [19], il parere sulla domanda di grazia in favore del detenuto o internato. Allo stesso tribunale, ma quale giudice di secondo grado, in appello, spetta la cognizione in materia di misure di sicurezza, oggetto di provvedimento del magistrato monocratico ovvero oggetto, unico ed esclusivo, di impugnazione in caso di sentenze di altri guidici, estranei alla magistratura di sorveglianza (artt. 579, c. 2 e 679), in questo caso inserendosi nella formazione del giudicato.

 

In generale, la competenza per materia assegnata alla magistratura di sorveglianza riflette esigenze di umanizzazione della pena e della misura di sicurezza, nonché di adeguamento delle stesse alla personalità dell’interessato, per realizzarne il recupero e il reinserimento sociale.

 

Il procedimento di sorveglianza si ispira anch’esso, come quello di esecuzione, a principi di giurisdizionalità e quindi prevede garanzie per il diritto di difesa.

 

Innanzi al tribunale di sorveglianza, per l’applicazione delle misure di sicurezza, se vi è esplicita richiesta di uno degli interessati, l’udienza deve essere pubblica e non in camera di consiglio [20].

 

La differenza con il procedimento di esecuzione va colta sotto questi due aspetti: il primo è che il procedimento di sorveglianza può essere iniziato anche di ufficio; il secondo è che, non esistendo presso la magistratura di sorveglianza un autonomo ufficio di P.M., le relative funzioni debbono essere esercitate dal P.M. presso il tribunale ordinario e da quello presso la corte di appello, a seconda che trattasi di magistrato o di tribunale di sorveglianza.

 

È ugualmente sempre consentito il ricorso per cassazione, trattandosi di provvedimenti che incidono sulla libertà personale o su altri beni essenziali.

 

Dal punto di vista procedurale il decreto legge 146/2013 (conv. in legge 10/2014) ha ampliato le ipotesi in cui il tribunale ed il magistrato di sorveglianza possono deliberare de plano ai sensi del quarto comma dell’art. 667 c.p.p. In particolare, a seguito di tale riforma, il magistrato di sorveglianza non deve celebrare udienza per decidere in tema di rateizzazione e conversione delle pene pecuniarie, remissione del debito ed esecuzione della semidetenzione e della libertà controllata. Inoltre, il tribunale di sorveglianza delibera de plano in tema di richieste di riabilitazione e valutazione sull’esito dell’affidamento in prova al servizio sociale, anche in casi particolari.

 

In tali casi il contraddittorio è eventuale e differito, in quanto, avverso l’ordinanza emessa de plano, gli interessati possono proporre opposizione innanzi allo stesso giudice che ha emesso il provvedimento, il quale decide seguendo le forme del contraddittorio necessario, ai sensi dell’art. 666 c.p.p.

 

Necessita, invece, la celebrazione della udienza in camera di consiglio per il tribunale di sorveglianza per le altre materie di sua competenza; per il magistrato di sorveglianza, in tema di ricoveri previsti dall’articolo 148 c.p., di misure di sicurezza e di dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere.

 

 

Umanizzazione dell’esecuzione e madri detenute

La nuova legge sulle «misure alternative alla detenzione», al fine di agevolare il rapporto umano tra le madri detenute ed i figli minori, ha introdotto l’art. 47quinquies nel tessuto della legge sull’ordinamento penitenziario (L. 26/7/1975, n. 354). In base alla nuova norma, le madri detenute, di prole di età non superiore a dieci anni, se non vi è pericolo che reiterino le condotte criminose e se hanno espiato almeno un terzo della pena (15 anni in caso di condanna all’ergastolo), possono essere ammesse ad espiare la pena in regime di detenzione domiciliare per provvedere alla cura ed assistenza dei figli. La decisione è adottata con provvedimento del tribunale di sorveglianza.

 

Il beneficio può essere revocato se la condannata si allontana senza giustificato motivo dal domicilio per un periodo non superiore alle 12 ore. Se si allontana per un periodo di tempo superiore, ricorrerà il reato di evasione ed il beneficio dovrà essere obbligatoriamente revocato con la sentenza di condanna per tale delitto (art. 47sexies).

 

Compendio-di-Diritto-Processuale-Penale


[1] Il condannato che si sottrae all’esecuzione della pena deve essere dichiarato latitante. Per agevolare la sua ricerca, possono essere disposte intercettazioni telefoniche (art. 295, c. 3, c.p.p.) che devono essere autorizzate dal giudice dell’esecuzione (in tal senso Cass. I, 1-2-2001, n. 5897).

[2] Sei anni se si tratta di persona tossicodipendente o alcoldipendente che ha in corso un programma di recupero; ovvero persona che debba espiare una pena detentiva inflitta per reati commessi in relazione al suo stato di tossicodipendenza.

[3] La corte di cassazione ha statuito che la richiesta di misura alternativa alla detenzione, ai sensi dell’art. 656, comma sesto, c.p.p., deve essere corredata, a pena di inammissibilità, anche se presentata dal difensore, dalla dichiarazione o dalla elezione di domicilio effettuata dal condannato non detenuto. La Corte ha chiarito che il principio non trova applicazione per il condannato latitante o irreperibile (Cass. Sez. Un. 19-5-2010, n. 18775).

[4] Le ipotesi di divieto di sospensione elencate nella lettera d) dell’art. 656 sono state ampliate dal D.L. 92/2008 (conv. in L. 125/2008, cd. decreto sicurezza), aggiungendovi i seguenti delitti di cui agli artt. 423bis c.p. (incendio boschivo); 624 c.p. (furto), nel caso ricorrano due o più circostanze aggravanti previste dall’art. 625 c.p.; 624bis c.p. (furto in abitazione o con strappo).

[5] Circa il rapporto tra giudicato e misura cautelare, la giurisprudenza si distingue tra misura custodiale e non custodiale ed ha stabilito che:

  1. a) il passaggio in giudicato della sentenza di condanna non determina l’interruzione automatica della custodia cautelare in corso, la quale prosegue fino a trasformarsi in detenzione espiativa della pena al momento in cui viene disposta l’esecuzione di quest’ultima (Cass. 23-9-2011, n. 34531);
  2. b) se, al momento del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, è in atto a carico dell’imputato una misura coercitiva non custodiale (es. obbligo di dimora), detta misura si estingue automaticamente, senza che sia necessario alcun provvedimento del giudice che dichiari la caducazione della misura (Cass. Sez. Un., 11-5-2011, n. 18353).

[6] In tal senso, Cass. Sez. Un. 24-7-1996, n. 15.

[7] Il giudice per le indagini preliminari (G.I.P.) è carente di competenza in tema di esecuzione; per l’esecuzione dei suoi provvedimenti è competente il Tribunale (in tal senso Cass. II, 18-11-1995, n. 3947); in senso contrario, Cass. V, 15-12-1999, n. 6270.

[8] L’interessato può essere lo stesso condannato od un terzo, che ad esempio ha subito la confisca di un bene di sua proprietà.

[9] Se la parte erroneamente, avverso il provvedimento di esecuzione di una sentenza penale propone ricorso per cassazione, invece che incidente di esecuzione, secondo parte della giurisprudenza il ricorso deve essere dichiarato inammissibile (Cass. Sez. Un. 24-11-1999). Secondo altro orientamento, il ricorso per cassazione va convertito in incidente di esecuzione e gli atti vanno rimessi al giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 666 c.p.p. (Cass. 2-7-2010, n. 25129).

[10] L’indulto si applica anche alle persone condannate all’estero e trasferite in Italia per l’espiazione della pena con la procedura stabilita dalla Convenzione di Strasburgo del 21 marzo 1983 sul trasferimento delle persone condannate, ratificata e resa esecutiva con legge 25 luglio 1988 n. 334 (Cass. Sez. Un. 25-9-2008, n. 36527).

[11] Secondo un recente orientamento della Suprema Corte «il giudice dell’esecuzione deve dichiarare, a norma dell’art. 670 c.p.p., l’ineseguibilità del giudicato quando la Corte europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali abbia accertato che la condanna è stata pronunciata per effetto della violazione delle regole sul processo equo sancite dall’art. 6 della Convenzione europea e abbia riconosciuto il diritto del condannato alla rinnovazione del giudizio, anche se il legislatore abbia omesso di introdurre nell’ordinamento il mezzo idoneo ad instaurare il nuovo processo» (Cass. I, 25-1-2007, n. 2800). La pronuncia trae spunto dal c.d. caso Dorigo di cui alla sentenza della Corte EDU del 9-9-1998.

[12] Appartengono alla competenza del giudice dell’esecuzione, e non del giudice tributario, anche le questioni afferenti alla validità dell’invito al pagamento delle spese di giustizia (Cass. I, 26-3-2007, n. 12472).

[13] Ai fini di identificare la violazione più grave, ai sensi dell’art. 81 c.p. (concorso formale, reato continuato), occorre rifarsi alle valutazioni operate dal legislatore nel momento di posizione delle norme incriminatrici. Da ciò discende che, nel concorso fra delitto e contravvenzione, violazione più grave debba essere sempre ritenuta il delitto, al di là dell’entità delle sanzioni previste, giacché a tale figura di reato il legislatore attribuisce valore di più grave violazione dell’ordine sociale e conseguenze più rilevanti per le relative condanne. In applicazione testuale dell’art. 81 la pena base dovrà essere aumentata per effetto della continuazione, non potrà che essere quella prevista per il reato ritenuto più grave, senza riguardo alla qualità della sanzione edittalmente prevista per i reati satelliti: Cass. Sez. Un. 30-4-1992, n. 4901.

[14] La Corte Costituzionale, con sentenza 15 giugno 2015, n. 109 ha dichiarato la illegittimità costituzionale degli artt. 666, co. 3,667, co. 4, e 676 c.p.p., nella parte in cui non consentono che, su istanza degli interessati il procedimento di opposizione contro l’ordinanza in materia di applicazione della confisca si svolga, davanti al giudice dell’esecuzione, nelle forme dell’udienza pubblica. Precedentemente già le sentenze n. 93/2919, 135/2014 e 97/2015 con le quali era stata dichiarata l’illegittimità delle norme in materia, rispettivamente di procedimento di prevenzione, di procedimento per l’applicazione di misure di sicurezza e, da ultimo, di procedimento avanti il tribunale di sorveglianza nella parte in cui tali norme non consentivano limitatamente ai gradi di merito e su istanza degli interessati, che i procedimenti in parola si svolgessero con le forme dell’udienza pubblica.

[15] Se l’ordinanza raccoglie integralmente le richieste del P.M., questi non la può impugnare per carenza d’interesse (Cass. Sez. Un. 4-7-1997, n. 3).

[16] La competenza in ordine alla conversione in pena detentiva delle pene pecuniarie per cui il condannato era insolvente, era affidata dall’art. 660 c.p.p. al magistrato di sorveglianza. Successivamente il D.Lgs. 113/2002 abrogando l’art. 660 ha disciplinato ex novo la materia, attribuendo la competenza alla conversione al giudice dell’esecuzione ai sensi dell’ art. 238, D.Lgs. cit. Tale ultima norma è stata però dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 212 del 18-6 2003, che ha fatto rivivere l’art. 660 c.p.p. e quindi la competenza

in materia del magistrato di sorveglianza. Sulla questione, vedi anche Cass. I, 11-6 2003, n. 2117.

[17] V. nota (2), Cap. 26.

[18] Il D.L. 26-6-2014, n. 92 (conv. in L. 117/2014) ha introdotto nel corpo dell’art. 678 c.p.p. il comma 3bis, ove è previsto che «Il tribunale di sorveglianza e il magistrato di sorveglianza, nelle materie di rispettiva competenza, quando provvedono su richieste di provvedimenti incidenti sulla libertà personale di condannati da Tribunali o Corti penali internazionali, danno immediata comunicazione della data dell’udienza e della pertinente documentazione al Ministro della giustizia, che tempestivamente ne informa il Ministro degli affari esteri e, qualora previsto da accordi internazionali, l’organismo che ha pronunciato la condanna».

[19] Cfr. sent. C. Cost. 31-5-1990, n. 274, che ha escluso per il Ministro di Grazia e Giustizia il potere di disporre il rinvio dell’esecuzione della pena ex art. 684, c. 1.

[20] Previsione introdotta dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 135 del 19-5-2014.

 


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