Auto in comunione, per venderla ci vuole il consenso dei 2 coniugi
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23 Ago 2016
 
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Redazione
 


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Auto in comunione, per venderla ci vuole il consenso dei 2 coniugi

Il marito in comunione che vende l’auto di nascosto deve dare metà dei soldi della vendita alla moglie.

 

Che succede se il marito vende l’auto senza il consenso della moglie con la quale è in comunione dei beni? Ciò che normalmente succede tutte le volte in cui il coniuge vende un bene in comunione senza l’autorizzazione dell’altro: la donna può far annullare la vendita. Nei casi invece in cui la vendita non possa più essere revocata (ad esempio, se l’acquirente ha a sua volta venduto l’auto), la moglie ha diritto a pretendere la metà del prezzo ricavato dalla cessione del mezzo, che per metà era anche suo. A chiarirlo è una recente sentenza del Tribunale di Vasto [1].

 

La regola è fissata dal codice civile [2] che, a riguardo, dispone quanto segue: la vendita compiuta da uno dei due coniugi senza il necessario consenso dell’altro coniuge – o senza che questi abbia convalidato successivamente l’atto – sono annullabili se riguardano beni immobili (ad esempio la casa) o auto e altri mezzi come moto, navi ecc. Con l’annullamento si ha che la vendita sarà come mai posta in essere (fermo restando il risarcimento che il venditore dovrà all’acquirente per aver confidato in un atto poi cancellato). Tuttavia l’azione può essere proposta dal coniuge, il cui consenso era necessario, entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto o, se successiva, entro un anno dalla trascrizione della vendita al PRA. Se l’atto non è stato mai trascritto al PRA e quando il coniuge non ne abbia avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l’azione va avviata entro 1 anno dallo scioglimento stesso.

 

Se tuttavia l’annullamento della vendita non è più possibile (ad esempio perché è decorso l’anno o perché l’auto è stata nel frattempo rottamata o venduta), il coniuge escluso dal contratto ha diritto a:

  • ottenere che l’altro ricostituisca la comunione nello stato in cui era prima (ad esempio, acquistando un’altra auto di pari valore)
  • oppure, quando ciò non è più possibile, a ricevere la metà dei soldi ricavati dalla vendita dell’auto.

 

È vero che, stando alla dizione letterale della norma del codice, il pagamento dell’equivalente della metà del prezzo di vendita si può richiedere solo quando la vendita abbia avuto ad oggetto beni diversi dagli immobili, auto e moto. Tuttavia, secondo la sentenza in commento, tale rimedio deve essere consentito in generale tutte le volte in cui uno dei due coniugi lede la comunione, depauperandola di uno o più beni. E, quindi, anche per immobili o beni mobili registrati al PRA [3].

 

Non è corretto – continua il giudice – pensare che l’unica tutela per il coniuge non interpellato prima della vendita sia l’azione di annullamento, azione peraltro da proporre nel brevissimo termine di prescrizione di un anno: ciò significherebbe limitare la tutela nei rapporti interni fra coniugi proprio in casi nei quali gli atti di cessione possono avere ad oggetto beni di considerevole valore economico; deve invece ritenersi che il coniuge tenuto all’oscuro dall’altro della vendita dell’auto possa ottenere la ricostituzione della comunione o il pagamento dell’equivalente in denaro anche quando non vuole o può avviare la causa di annullamento della vendita.

 


[1] Trib. Vasto, sent. del 13.06.2016.

[2] Art. 184 cod. civ.

[3] Si legge infatti in sentenza che, in caso di alienazione di un bene della comunione legale da parte di un coniuge senza il necessario consenso dell’altro, il coniuge pretermesso può avvalersi degli strumenti di tutela apprestati dall’art. 184 cod. civ., che consentono di richiedere al giudice l’annullamento dell’atto di vendita qualora essa concerni immobili o mobili registrati, oppure la ricostituzione della comunione o il pagamento dell’equivalente quando l’atto abbia ad oggetto beni mobili non registrati. Tuttavia, il rimedio previsto dall’art. 184, terzo comma, cod. civ. (ossia la ricostituzione della comunione) è possibile anche quando l’atto riguardi beni immobili o mobili registrati, giacchè le disposizioni della norma in esame sono espressive di un principio generale di “tutela interna”, di cui il coniuge pretermesso può avvalersi sempre, anche quando non abbia voluto o potuto azionare gli strumenti di “tutela esterna”, contemplati dal primo comma dell’art. 184 cod. civ. e destinati ad incidere sul piano della efficacia dell’atto nei riguardi dei terzi.

 


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