Gli elementi soggettivi del reato, il principio di colpevolezza
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24 Ago 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Gli elementi soggettivi del reato, il principio di colpevolezza

Diritto penale: la responsabilità penale è personale, ma è necessario attribuire la condotta al dolo o alla colpa del soggetto responsabile.

 

Per la sussistenza del reato, non è sufficiente che il soggetto ponga in essere un fatto corrispondente ad una fattispecie astratta penalmente sanzionata, occorrendo, oltre al nesso di causalità, un legame psichico di attribuibilità del fatto alla volontà dell’agente.

Tale esigenza è espressa dall’art. 27, comma  1, Cost., il quale, affermando  che la «responsabilità penale è personale», sancisce il principio della responsabilità per fatto proprio colpevole. Ne consegue l’illegittimità costituzionale non solo della responsabilità per fatto altrui ma anche della responsabilità oggettiva.

 

Secondo alcuni (BETTIOL), in realtà, l’art. 27 Cost. avrebbe introdotto nel nostro ordinamento il concetto di responsabilità personalizzata, per cui il soggetto non risponderebbe per il singolo fatto compiuto ma per la sua condotta di vita o per il suo atteggiamento interiore. Si obietta il contrasto di tale interpretazione con il principio  di offensività.

 

 

La colpevolezza

L’elemento soggettivo del reato (cd. colpevolezza) è stato individuato dalla dottrina nella partecipazione della volontà del soggetto al fatto antigiuridico.

 

Per quanto riguarda il concetto di colpevolezza, distinguiamo:

 

concezione psicologica

In passato la colpevolezza veniva intesa come un nesso psichico tra l’agente ed il fatto, eguale in tutti i casi e non graduabile, necessario per affermare la responsabilità ma non per valutarne  l’entità.

Si tratta di tesi esposta a duplice obiezione, in quanto non consente, da un lato, di ricondurre le varie forme di responsabilità colpevole ad un concetto unitario, e dall’altro, una effettiva graduazione della colpevolezza;

 

concezione normativa

Secondo la prevalente dottrina, la colpevolezza consiste in un giudizio di rimproverabilità per l’atteggiamento antidoveroso della volontà che era possibile non assumere. In tal modo è consentito graduare la responsabilità in rapporto alla maggiore o minore antidoverosità della volontà.

 

 

Presupposti della colpevolezza

Quanto ai presupposti della colpevolezza, secondo parte della dottrina (MANTOVANI, FIANDACA-MUSCO), è tale innanzitutto l’imputabilità, sicché la sua mancanza determina l’inconfigurabilità di essa; altri autori (ANTOLISEI), muovendo da una concezione psicologica, osservano che il dolo e la colpa possono riscontrarsi anche nei minori ed infermi di mente (arg. ex artt. 222 e 224 c.p.) e pertanto l’imputabilità non può essere considerata come presupposto  della colpevolezza.

La giurisprudenza dominante evidenzia la separazione dei piani di operatività dei due concetti: l’imputabilità, consistendo nella capacità di intendere e di volere, è presupposto indefettibile per l’affermazione della responsabilità penale; la colpevolezza, quale coscienza e volontà del fatto illecito, è elemento costitutivo del reato.

La colpevolezza, per definizione, presuppone la conoscenza del disvalore del fatto: intanto può rimproverarsi al soggetto di aver causato un fatto (che non doveva verificarsi) in quanto egli sappia che quel modo di agire è antidoveroso e riprovevole.

Secondo la dottrina, non si richiede la coscienza dell’antigiuridicità del fatto, cioè la consapevolezza che il fatto è vietato dalla legge penale: l’art. 5 c.p., infatti, affermando che “nessuno può  invocare a propria  scusa l’ignoranza della legge penale”, codifica l’antico principio “ignorantia legis non excusat”.

 

Mentre la dottrina tradizionale ritiene sufficiente, per l’esistenza della colpevolezza, la coscienza dell’antisocialità del fatto, cioè la consapevolezza di compiere un fatto offensivo di interessi altrui (ANTOLISEI), la dottrina più recente, invece, richiede la coscienza di of fendere l’interesse protetto dalla norma penale (ERICOLA).

 

Tali opinioni, tuttavia, non tengono conto dell’esistenza di numerosi reati di pura creazione legislativa, che non sono sentiti dalla comune coscienza come fatti antisociali, e di quei reati cd. senza offesa, consistenti in fatti non lesivi di alcun concreto interesse, ma incriminati perché contrari  ai fini perseguiti  dall’ordinamento.

Secondo MANTOVANI bisogna distinguere i reati di offesa da quelli di scopo perché:

 

  • per i reati di offesa, se non è necessaria la conoscenza della norma penale occorre pur sempre la conoscibilità e la coscienza dell’antisocialità secondo il comune giudizio;
  • per i reati di scopo la conoscenza può essere surrogata dalla sola conoscibilità.

 

Infine, sono presupposti della colpevolezza il dolo e la colpa.

 

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