Acquisto casa: contro l’accertamento fiscale dimostra l’origine dei soldi
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24 Ago 2016
 
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Acquisto casa: contro l’accertamento fiscale dimostra l’origine dei soldi

Il contribuente fa annullare l’accertamento fiscale notificato dall’Agenzia delle Entrate se prova che la casa è stata acquistata coi soldi ricavati dalla vendita di un altro immobile.

 

Tanto entra nel portafogli, tanto può uscire: su questa equazione si basa gran parte degli accertamenti fiscali fatti dall’Agenzia delle Entrate che, a tal fine, ricorre a uno strumento per certi versi infallibile, il redditometro. Così, chi risulta aver comprato un bene di elevato valore come una casa, senza che il suo stipendio gli consenta un acquisto tanto costoso, deve riuscire a dimostrare la diversa origine dei soldi come, ad esempio, la vendita di un altro immobile la cui somma è stata conservata in banca e poi utilizzata per l’investimento.

È quanto chiarito dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio con una recente sentenza [1].

In base alla pronuncia in commento, l’accertamento fiscale effettuato dall’Agenzia delle Entrate mediante il redditometro è nullo se il contribuente riesce a dimostrare che l’acquisto dell’abitazione è stato possibile grazie al denaro proveniente da un disinvestimento patrimoniale, come ad esempio la vendita di un’altra casa.

 

Il contribuente, dunque, deve assolvere all’onere della prova, che grava su di lui, di dimostrare la provenienza del denaro. La vendita di un immobile precedentemente posseduto e la disponibilità della relativa somma giacente sul conto corrente, utilizzata appunto per il successivo acquisto, è un elemento sufficiente per poter annullare la pretesa tributaria nei confronti dell’acquirente.

 

Insomma, per dirla con parole molto semplici, a volte, per mettersi in regola con il fisco, non basta evitare di pagare in contanti e utilizzare strumenti tracciabili come il bonifico bancario. Quand’anche sia indubbio che i soldi provengono dal proprio conto corrente, l’Agenzia delle Entrate potrebbe chiedere al contribuente: “Come ti sei procurato questo denaro, se il tuo stipendio è relativamente più basso?”. E allora bisogna essere pronti a dare non una risposta generica come, ad esempio: “Dieci anni fa ho venduto una casa ereditata e avevo messo da parte i soldi in conto”; ma bisogna dimostrare quanto dichiarato con prove tangibili e concrete. Sicché, ad esempio, potrebbe essere utile procurarsi l’estratto conto storico da cui risulti che la somma ricavata dalla vendita del disinvestimento è stata conservata a lungo sul conto corrente e mai spesa.

 

La sentenza chiarisce quale tipo di prova il contribuente deve fornire al giudice per farsi annullare l’accertamento fiscale. In particolare, secondo la Cassazione, nel caso di incrementi patrimoniali come l’acquisto di una casa, il contribuente deve fornire la prova per vincere la presunzione di maggior reddito che deriva da tale acquisto. Detta prova non può limitarsi alla sola dimostrazione di una disponibilità economica pregressa (o del possesso di redditi esenti o soggetti alla ritenuta a titolo di imposta o altre disponibilità); il contribuente deve altresì dimostrare il collegamento tra tale disponibilità della somma e la spesa effettuata, dimostrando l’esistenza di elementi sintomatici di tale collegamento [2].

 


[1] CTR Lazio, sent. n. 4349/28/16.

[2] In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova – risultante da idonea documentazione – della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi, di tipo quantitativo e temporale, la disponibilità dei redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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