Malattia, se cambio lavoro il comporto si azzera?
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11 Set 2016
 
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Noemi Secci
 


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Malattia, se cambio lavoro il comporto si azzera?

Periodo di comporto e nuovo contratto lavorativo: il conto riparte da zero o comprende le precedenti assenze per malattia?

 

Il periodo di comporto è il periodo tutelato, durante il quale il dipendente assente a causa di una patologia mantiene il diritto al posto; il comporto può riferirsi a un’unica malattia (comporto secco), oppure riferirsi alla somma dei giorni di malattia in un arco di tempo, ad esempio 180 giorni in un anno): in quest’ultima ipotesi parliamo di comporto per sommatoria.

Il periodo di comporto non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato.

Proprio per questo, si ritiene che , anche nei casi di comporto per sommatoria, debbano essere contati solo i periodi di assenza presso il singolo datore di lavoro: in pratica, per chi cambia lavoro il comporto si azzera.

 

 

Periodo di comporto e clausola sociale

Per capire meglio, vediamo che cosa succede nel caso in cui vi sia un licenziamento ed una riassunzione in applicazione della cosiddetta clausola sociale [1], che prevede la prosecuzione del rapporto di lavoro in caso di cambio appalto.

Si tratta di una clausola spesso utilizzata nel settore dei call center: quando, difatti, un’azienda perde una commessa, l’impresa subentrante è tenuta a riassorbire, nella maggior parte delle ipotesi, i lavoratori della vecchia azienda in forza negli ultimi 6 mesi.

Per quanto riguarda il computo del periodo di comporto in tale settore, il contratto collettivo nazionale del settore Telecomunicazioni prevede che, in caso di assenza per malattia, il lavoratore non in prova e assunto a tempo indeterminato ha diritto alla conservazione del posto di lavoro per:

 

180 giorni di calendario, con diritto all’intera retribuzione;

– ulteriori 185 giorni di calendario, al 50% della retribuzione (al 100% in caso di ricovero ospedaliero, day hospital o terapie salvavita effettuati presso strutture sanitarie non pubbliche, fino ad un massimo di 60 giorni complessivi, oppure in caso di malattia di durata superiore a 15 giorni continuativi, fino ad un massimo di 60 giorni complessivi; se si verificano entrambi gli eventi non è possibile superare i 90 giorni complessivi).

 

Se il periodo di comporto viene superato a causa di una malattia che comporta un’assenza ininterrotta, o interrotta da un’unica ripresa del lavoro per un periodo non superiore a due mesi, il periodo di conservazione del posto ed il relativo trattamento economico sono prolungati per un massimo di 120 giorni di calendario.

Questa disposizione rispecchia, tra l’altro, l’ultima sentenza della Cassazione in materia [3], che stabilisce che il dipendente ha diritto a mantenere il posto di lavoro se il superamento del comporto è avvenuto per causa di terapie parzialmente o momentaneamente invalidanti. Entrambe le disposizioni, infatti, assicurano la conservazione del posto nel caso di gravi patologie (quali, appunto, la malattia che comporta una lunga assenza ininterrotta o la patologia che costringe a terapie invalidanti).

Il CCNL specifica, comunque, che il periodo di comporto deve essere valutato con riferimento alle assenze complessivamente verificatesi nel periodo di tre anni, precedenti l’inizio di ogni nuova malattia. Specifica, inoltre, che, superato il periodo di comporto, l’azienda ha la facoltà di recedere dal contratto e che durante tali periodi continua a decorrere l’anzianità di servizio.

Pertanto, il fatto che la norma nomini “l’azienda”, al singolare, nonostante parli delle assenze complessivamente verificatesi nell’arco degli ultimi tre anni, farebbe propendere per un’interpretazione favorevole della disposizione, ossia dovrebbero essere contati soltanto i giorni di assenza svolti presso il medesimo datore di lavoro.

Peraltro, l’assunzione secondo le previsioni della clausola sociale dovrebbe prospettarsi, anche quando si applicano le stesse condizioni contrattuali dell’azienda uscente, come un nuovo rapporto di lavoro: in questo senso, dunque, i periodi di malattia durante il servizio prestato nella precedente azienda non dovrebbero essere contati come intercorsi al servizio della nuova azienda, nonostante sia riconosciuta l’anzianità di servizio. La disciplina, difatti, è differente da quella prevista nel caso di cessione di azienda o di ramo d’azienda, poiché si ha un licenziamento e una nuova assunzione.

 

 

Malattia: quando rilevano le assenze presso aziende diverse

Inoltre, non sono noti precedenti giurisprudenziali che consentano a un’azienda di licenziare il lavoratore sulla base di un periodo di malattia fruito presso una diversa azienda: l’unico caso in cui hanno rilevanza i periodi di malattia presso precedenti datori di lavoro riguarda il computo di 180 giorni nell’anno solare ai fini dell’indennizzabilità della malattia da parte dell’Inps.

Il fatto che l’assenza non possa essere più indennizzata dall’Inps, però, non implica il superamento del periodo di comporto, in quanto si tratta di un istituto differente, per il quale vanno considerate, come abbiamo visto, le previsioni del contratto collettivo applicato.

Bisogna, comunque, osservare che, una volta terminato il comporto (con o senza prolungamento dovuto a malattia lunga o con terapie invalidanti), il lavoratore ammalato che ne faccia richiesta può ottenere dall’azienda la sospensione del rapporto di lavoro, nella maggior parte dei contratti collettivi, per un periodo fino a diciotto mesi: in questo caso, però, si tratta di un’aspettativa non retribuita durante la quale non si matura alcun trattamento.

 


[1] Art. 1 Co. 10, L. 11/2016.

[2] Art. 36 CCNL Telecomunicazioni dicembre 2005.

[3] Cass. sent. n. 17243/2016.

 


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